a cura di Mark William Lowe
Nel 2016, la Camera di commercio e dell’industria del Togo, nel tentativo di promuovere gli investimenti esteri, aveva scelto di porre un particolare accento sulla stabilità politica del paese e sul conseguimento, entro il 2022, di uno «sviluppo a doppia cifra». Se il primo obiettivo era da considerare perseguibile, il secondo risultava un po’ troppo ambizioso. Il presidente di allora, Faure Gnassingbé, era al potere dal 2005, subentrato al padre Eyadema Gnassingbé, che aveva guidato la nazione dell’Africa occidentale per 38 anni, dopo il colpo di stato del 1967. Nel febbraio di quest’anno, Gnassingbé è stato riconfermato presidente per la terza volta, mantenendo così la promessa stabilità politica del paese, un fattore incoraggiante per coloro che potrebbero decidere di investire in questa nazione.
Sfortunatamente, è improbabile che il rapido sviluppo economico, pubblicizzato attraverso una serie di video e materiale promozionale, sia realizzabile entro il 2022. Nel 2016 il proposito di raggiungere una crescita economica superiore al 10% in meno di un decennio è stata considerata possibile, ma purtroppo, raggiungere un obiettivo così ambizioso richiederà molto più tempo. Ad aggravare le difficoltà esistenti è arrivato l’impatto della pandemia che ha portato gli analisti a prevedere una contrazione del Pil del 2,8% nel 2020. Ciononostante, il paese dovrebbe emergere dalla recessione nel 2021, sebbene una crescita a doppia cifra sia impensabile nell’immediato: tendenzialmente la ripresa delle esportazioni dovrebbe portare il prodotto interno lordo a salire del 4,3%, un livello da considerare senza ombra di dubbio positivo.
Un hub e una via di transito
Da un certo punto di vista, i signori della geopolitica e gli dei della geografia sono stati abbastanza generosi con il Togo. Nel primo caso, le circostanze hanno fatto sì che molti degli stati vicini non abbiano sbocco sul mare e nel secondo questa nazione con meno di 8 milioni di abitanti ha un porto con acque profonde.
In seguito a una spinta alla modernizzazione iniziata nel 2014, il porto di Lomé ha ormai superato Lagos come principale scalo dell’Africa occidentale. Negli ultimi sei anni la capacità di movimentazione è più che triplicata per arrivare all’attuale livello di oltre 1,2 milioni di container da 20 piedi (Teu) all’anno. Ci sono diversi fattori alla base di questo impressionante risultato, ma il primo e il più importante è che, con una profondità di 16,60 metri, il porto di Lomé è l’unico con queste caratteristiche nell’Africa occidentale in grado di ospitare navi di terza generazione. Il secondo è che Lome è ben collegata e che le merci possono essere consegnate in diverse capitali dell’Africa occidentale entro 24 ore. Il Togo ha quindi il duplice vantaggio di essere il porto di riferimento per i beni che entrano ed escono dai paesi vicini senza sbocco sul mare e di essere un hub di trasbordo.
Un altro punto a favore di Lomé è che è l’unico porto dell’Africa occidentale riconosciuto dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas-Economic community of west african states ) come zona di libero scambio. Le formalità amministrative semplificate e la mancanza di vincoli doganali aiutano a risparmiare molto tempo e quindi ad accelerare le operazioni. Per contestualizzare l’importanza di questa infrastruttura, va rilevato che, mentre iniziative come la messa in servizio del container terminal di Lomé, che gestisce circa il 75% dei container spediti attraverso il porto, ha aumentato notevolmente la capacità, il principale concorrente della regione, il porto nigeriano di Apapa a Lagos, ha perso oltre il 30% del suo traffico di container nell’ultimo decennio a causa della congestione cronica e della scarsa qualità dei suoi servizi. Ma non è il solo. Anche altri scali dell’Africa occidentale, come Tema in Ghana, Abidjan e Dakar sono in una fase di ristagno e difficilmente trarranno beneficio dalla crescita prevista del 5% del commercio di container nella regione, che si stima raggiungerà 4,3 milioni di Teu entro il 2021. Si può quindi concludere che il porto di Lomé è non solo la forza trainante dell’economia togolese, ma svolge anche un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico di numerosi paesi vicini.
La forza dell’agricoltura
L’area arabile è di circa 3,6 milioni di ettari, circa il 60% del territorio del Togo, e le principali esportazioni agricole del paese sono cotone, caffè e cacao. L’importanza di questo settore può essere riassunta in due dati: impiega circa il 65% della popolazione locale e rappresenta oltre il 40% del Pil. Da quando la “Rivoluzione verde” del Togo è stata lanciata nel 1975, alcuni dei suoi principali obiettivi sono stati conseguiti, soprattutto l’autosufficienza alimentare, raggiunta negli ultimi anni e che ha ridotto significativamente i livelli di denutrizione. Tutto ciò è stato reso possibile grazie a un articolato programma di assistenza allo sviluppo che include sovvenzioni per la modernizzazione e l’assistenza finanziaria agli agricoltori. Mentre le tre “c”, cotone, caffè e cacao, rappresentano le principali esportazioni agricole del Togo, gli altri importanti comparti produttivi sono le colture alimentari come mais, riso, sorgo, miglio, patata dolce, manioca e verdure.
Tra i paesi Ecowas, il Togo è il maggiore esportatore di prodotti biologici nell’Unione Europea. Anche se questo è un fatto rilevante, va notato che attualmente solo circa l’1% delle terre coltivabili del paese è dedicato all’agricoltura biologica, che impiega solo circa 40 mila persone. Tuttavia, la domanda estera sta crescendo di anno in anno e quindi il potenziale perché questa percentuale di area coltivabile dedicata ai prodotti biologici aumenti è particolarmente forte.
La soia è l’esempio che rappresenta perfettamente la forte domanda esterna di prodotti biologici. Negli ultimi anni la produzione agricola è passata da 24 mila a 35 mila tonnellate. Compresa la produzione non biologica, la coltivazione di questa soft commodity impiega circa 300 mila persone e riguarda un’area di circa 67 mila ettari, che rappresenta quasi il 40% della superficie totale dedicata ai legumi.
Con eccellenti rese del terreno e una forte domanda globale di prodotti biologici, l’obiettivo attuale è raggiungere un livello di esportazione di 78 mila tonnellate di semi di soia biologici e non biologici all’anno.
Il Togo è anche il quinto produttore di fosfato e ha importanti risorse minerarie tra cui calcare, ferro, platino, manganese e marmo.
Le sfide dello sviluppo
Durante la sua campagna per la rielezione, il presidente Gnassingbe si è impegnato a creare 500 mila nuovi posti di lavoro in tutto il paese entro il 2022. Per raggiungere un obiettivo così ambizioso, il paese dovrà introdurre una serie di riforme e incoraggiare molti più investimenti esteri diretti. Mentre l’attuale stabilità politica offre un solido presupposto per attuare importanti riforme, gli aspetti da affrontare non sono privi di problematicità. Con un punteggio di 29 su 100, il Transparency International Index colloca il Togo al 130° posto sui 180 paesi inclusi nella sua analisi annuale, mentre l’indice “Ease of doing business” della Banca Mondiale lo vede 97° su 190 paesi esaminati. Se, a prima vista, queste classifiche possono sembrare scoraggianti, va ricordato che Lomé ha fatto progressi notevoli e ha guadagnato 40 posizioni nella classifica “Ease of doing business” grazie a una serie di riforme normative. Sia il presidente tedesco, sia quello francese si sono recentemente complimentati con Gnassingbé per i suoi successi e Ursula von der Leyen, a capo della Commissione europea, ha dichiarato che l’Unione continuerà a sostenere le riforme istituzionali ed economiche del Togo.
Affinché il paese abbia successo nell’incoraggiare maggiori investimenti esteri, è necessario apportare ulteriori miglioramenti, ma, le basi sono state gettate e quasi completate: ci sono molte buone ragioni per ritenere che il Togo riuscirà a centrare i suoi obiettivi di sviluppo.
Redazione
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