Quale sarà la versione finale della prossima legge di bilancio degli Stati Uniti, definita da Donald Trump «a big beautiful bill», è ancora difficile dirlo, ma i dubbi sulle capacità di tenere sotto controllo la situazione fiscale del Paese sono elevati.

I tanto declamati tagli all’amministrazione pubblica non hanno al momento ottenuto i risultati auspicati, ma, al contrario, generato diverse criticità che hanno riguardato il funzionamento dei dipartimenti coinvolti.

La riduzione del deficit, inoltre, non sembra un obiettivo raggiungibile nel breve periodo e le proiezioni sulla traiettoria del debito sono al rialzo. Lo scenario che si delinea in prospettiva non è certamente tra i più auspicabili per il mercato del reddito fisso e ciò sta generando molte preoccupazioni tra gli investitori obbligazionari, non solo negli Usa, ma anche nel resto del mondo

Gli ultimi mesi sono stati gioco forza caratterizzati da continue analisi dell’impatto sui mercati e sull’economia globale causato dalla saga dei dazi. 

A seconda degli sviluppi da parte di Washington, di solito completamente inaspettati e irrazionali, si è avuto un continuo giro di montagne russe tra fasi di propensione e avversione al rischio. Contemporaneamente, però, è cresciuta una crisi probabilmente ben peggiore: il continuo rialzo dei rendimenti dei Treasury, un fenomeno peraltro accompagnato da una ripresa dell’indebolimento del dollaro. In pratica, gli investitori stanno votando con i loro soldi sul piano di Trump: tagliare le imposte, ridurre le spese federali e aumentare le entrate con i dazi.

Il 47esimo presidente statunitense, infatti, di recente ha presentato una legge, passata per un solo voto alla Camera e adesso in discussione al Senato, che ha definito «a big beautiful bill»: nelle intenzioni dell’inquilino della Casa bianca un piano vasto nei suoi scopi e bellissimo, ma che rischia, al momento, di generare un mezzo disastro. Il provvedimento dovrebbe reintrodurre gli stimoli fiscali che lo stesso Trump aveva varato nel 2017, più ulteriori limature alle imposte, mantenendo al contempo sotto controllo i conti pubblici grazie a un aumento delle entrate indotto dai dazi e dalla maggiore crescita.

Qualsiasi cosa si pensi a livello ideologico di questo approccio, le probabilità che un simile progetto abbia successo appaiono alquanto limitate.

UNA SUMMA POLITICA

L’insieme dei provvedimenti presentato da Trump e soci rappresenta la summa dell’azione politica del controverso presidente: un impasto di forte liberismo per spingere al rialzo l’economia con, al contempo, pulsioni mercantiliste con l’obiettivo di riportare la manifattura nel Paese e di risanare le casse federali con il sostegno dato al Pil, le sforbiciate agli sprechi federali e gli incassi ottenuti tassando le importazioni. Un progetto immaginifico ed epocale che, nel concreto, utilizzando un termine informale, sembra più che altro una mandrakata di non altissimo spessore.

Il risultato più plausibile del tentativo di esportare nel resto del pianeta una vera e propria stretta fiscale viene criticato da Enguerrand Artaz, strategist, di La Financière de l’Échiquier:

«Nonostante il clamore suscitato dal Doge (Department of government efficiency) e dalla sua missione di tagliare la spesa pubblica, quello di Donald Trump è ben lontano dall’essere un piano di austerità fiscale. Se da un lato sono previsti tagli alla spesa pubblica, dall’altro è in programma un forte calo delle entrate, attraverso i promessi tagli alle tasse, che dovrebbero essere finanziati da maggiori entrate doganali.

Tuttavia, questa equazione è poco credibile: è un leggero aumento delle imposte, oltre a misure di ottimizzazione della spesa pubblica, a fornire la leva per ridurre il deficit di bilancio, che aveva cominciato a diminuire negli ultimi mesi. Ma si prevede che nel 2025 il deficit supererà nuovamente il 6%, come nel 2024, un valore senza precedenti al di fuori degli ultimi due periodi di recessione (Gfc e Covid)».

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Il consensus delle sgr

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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.