a cura di Pinuccia Parini

Il periodo che stiamo attraversando non è per nulla facile e guardare con distacco l’evolversi della situazione comporta uno sforzo importante. Laura Nateri, country head di Lazard Fund Managers, è convinta che, nonostante tutto, questa fase «possa essere un interessante momento di analisi, perché potrebbe diventare uno stress test per tutto il sistema».

Potrebbe esplicitare questa sua riflessione?

«Ritengo che potrebbe essere uno stress test per i governi, per l’economia e anche per l’intera società. Per gli esecutivi perché penso che debbano dare risposte a tutti i livelli, con misure tempestive ed efficaci. È un momento che richiede la responsabilità della classe politica e che quest’ultima si traduca in azioni concrete: i governi devono rispondere ai bisogni dei cittadini. Occorrono politiche fiscali espansive e a sostegno del tessuto economico, con piani di investimento a livello infrastrutturale, là dove ce n’è bisogno. Lo stesso appuntamento elettorale negli Stati Uniti potrebbe diventare un banco di prova. Basti pensare alla struttura del sistema sanitario americano per capire che la gestione della situazione che stiamo vivendo può avere forti ripercussioni sull’esito delle presidenziali. In una fase in cui la politica è un po’ allo sbaraglio e ciascun paese mostra di volere percorrere la propria strada, senza percepire l’importanza della condivisione e della concertazione, ecco che la necessità di affrontare un’emergenza diventa un’iniezione di adrenalina capace di fare emergere le risorse necessarie per affrontare la crisi con uno spirito diverso».

Ma è una risposta che deve venire solo dalla politica?

«Certamente no, penso che debba arrivare anche dal mondo economico e dalla società. Parliamo da anni della trasformazione tecnologica. La necessità di cambiare le modalità di lavoro, imposta dalla diffusione del virus, sta diventando un banco di prova e sta scoperchiando anche le reali capacità delle aziende e del sistema in generale di affrontare la situazione.  Le imprese che si sono trovate impreparate hanno accelerato un processo di modernizzazione che si ritroveranno dopo la crisi. La disruption tecnologica può fare la differenza in situazioni come quella attuale e rappresentare un vantaggio competitivo per le società e i sistemi più evoluti da questo punto di vista. Ma non va dimenticato che esiste anche l’aspetto di gestione delle risorse umane, cui non basta fornire un pc per potere lavorare da casa. Occorre infatti che lo smart working, come concetto, non afferisca solo all’aspetto tecnico-logistico, ma riguardi anche il senso di appartenenza e di partecipazione delle persone coinvolte, che devono sentirsi a proprio agio in un ambiente lavorativo diverso. Nell’ambito dei fattori Esg, mi sto proprio riferendo alla “S” dell’acronimo, su cui ritengo che ci sia ancora molto da fare. Credo che anche questo sarà un banco di prova per le imprese, che getterà luce su alcune e ombre su altre, a loro volta sollecitate, queste ultime, ad adottare misure per adeguarsi e migliorare un aspetto che avevano sottovalutato».

E per quanto riguarda le persone?

«Siamo in un momento storico in cui ognuno può fare la differenza per combattere questa nuova guerra. Il “social distancing” richiama a una realtà più complessa, dove la capacità di adattarsi alle situazioni di emergenza, con responsabilità individuale, con solidarietà e con impegno, diventa cruciale in un mondo che, per quanto tenti di chiudersi, deve rimanere globale». 

Quello che sta succedendo ne è una riprova, non trova?

«Direi di sì. Al di là di questa emergenza temporanea di chiusura, che sembra l’unica strada per arginare e rallentare il contagio, non mi piace pensare che le conquiste fatte in decenni di storia in termini di integrazione e globalizzazione vengano perse. Forse è una buona occasione per ridisegnare i nostri confini, non tanto territoriali, quanto culturali, sociali, economici e individuali. Le connessioni a livello globale e i bisogni reciproci sono tantissimi e creano valore: mi auguro che questa sia l’occasione per ripartire con maggiore consapevolezza e fondamenta più solide verso un futuro ancora migliore».

A questo proposito, come vede l’Europa in questo frangente?

«L’Europa ha una grande opportunità: diventare un’unione politica e agire in modo coordinato per fronteggiare la crisi, gettando le basi per costruire un ruolo diverso a livello globale. L’esordio non è stato dei migliori, il caso italiano poteva guidare una reazione coordinata più tempestiva ed efficace. Vedremo se la concertazione in atto sarà in grado di supportare il sistema economico e finanziario, che comunque dovrà fare i conti con uno dei periodi più difficili, a livello globale, dal dopoguerra». 

E poi la crisi è arrivata con i mercati ai  massimi….

«La crisi è scoppiata in un momento in cui non c’erano particolari segnali di rallentamento ed era presente ancora molta liquidità all’interno del sistema. E non bisogna dimenticare che il 19 febbraio scorso diversi mercati avevano raggiunto nuovi massimi, dopo un 2019 tutto al rialzo e con performance a doppia cifra. C’era dunque spazio per una correzione salutare e diversi investitori erano preparati. Il sell-off cui stiamo assistendo ha una natura ben diversa e sta riportando i mercati a valutazioni che non vedevamo da anni. Aprendo, d’altro canto, diverse opportunità di investimento». 

Nelle ultime crisi, dal 2000 in poi, ma probabilmente anche in precedenza, il ruolo dei mercati finanziari, come fattore scatenante della crisi, è stato dirimente. Questa volta è un po’ diverso: gli investitori sembrano più subire la crisi e reagiscono di conseguenza. Che cosa ne pensa?

«C’è sempre un miss-match tra l’economia, la crescita e i mercati finanziari. Abbiamo avuto anni di sviluppo esponenziale da parte della Cina senza che i mercati finanziari locali reagissero più di tanto con la stessa intensità, mentre quasi l’opposto avveniva nelle economie avanzate. Ciò che cambia è la velocità di reazione e oggi ci troviamo di fronte a una causa esogena, totalmente imprevedibile. I mercati dopo un primo momento hanno cominciato a prezzare un rallentamento della crescita, che sta assumendo la forma della recessione, e una forte contrazione degli utili. Difficile prevederne la profondità, anche se da inizio anno tutti i principali listini hanno già messo a segno performance negative tra -20% e -40%. L’enorme quantità di liquidità in circolazione esistente e messa prontamente a disposizione dalle autorità monetarie non è bastata a calmierare il timore dei mercati e degli investitori, per i quali l’incertezza sulla durata e l’ampiezza della crisi è ancora difficile da quantificare». 

Investitori più maturi ed educati finanziariamente?

«Credo che lo sforzo di educazione finanziaria messo in atto negli ultimi anni e il nuovo modello di consulenza, focalizzato sulla diversificazione delle strategie e dei bisogni, abbiano creato le condizioni per affrontare questo shock in modo più consapevole e maturo. Le reazioni degli investitori sembrano più ponderate e meno irrazionali. D’altro canto occorre fare i conti con l’industria della gestione passiva che ha oggi dimensioni ben più ampie rispetto alle crisi precedenti».

Ritornando alle crisi passate, molte di queste hanno portato a cambiamenti non solo dei modelli di business delle aziende, ma anche della struttura di un tessuto economico. Penso, ad esempio, alla bolla dot.com o a quella del sub-prime. Sarà così anche questa volta?

«Dipende. Siamo ancora nel pieno di quella che è stata definita la Rivoluzione 4.0, la quarta rivoluzione industriale, generata dal motore dell’innovazione tecnologica. E probabilmente siamo agli albori della fase 4.1: smart working, biotech, internet of things, on-line consumers, networking theory sono le vertebre di un sistema che ha imparato a stare in piedi con mezzi nuovi e dopo questa emergenza avrà maggiore consapevolezza del potenziale di questi nuovi strumenti. E potrebbe rappresentare un volano per l’innovazione strategica dei vari modelli di governance. Scienza e tecnologia ci salveranno».

In un momento d’incertezza come quello attuale, l’investimento in prodotti alternativi liquidi può essere un suggerimento? O forse la decorrelazione di questa asset class è venuta meno, guardando ad alcune situazioni specifiche verificatesi sui mercati?

«Gli strumenti alternativi veri appartengono, per definizione, a un’asset class decorrelata dall’andamento dei mercati e, in quanto tale, dovrebbero essere una componente strutturale del portafoglio e non un’opzione nei momenti di difficoltà. Gli strumenti alternativi liquidi hanno il compito di proteggere il portafoglio dai drawdown, svolgendo una funzione di cuscinetto rispetto a tensioni che si creano sui mercati. La direzionalità rialzista dell’ultimo decennio non ha aiutato questa asset class, non sempre utilizzata per quella che è la sua finalità, creando disaffezione da parte degli investitori, ma la loro funzione rimane. In questi giorni di forte correzione, le nostre strategie liquid alternatives, long-short equity e convertible arbitrage stanno proteggendo molto bene, rispondendo all’esigenza primaria di questa tipologia di prodotti. Talvolta, però, rientrano nei liquid alternative strategie molto diverse, difficili quindi da comparare, dove la selezione di qualità può fare la differenza. La parola chiave rimane comunque, diversificazione. Di prodotto, di strategie, di soluzioni, tenendo conto dei budget di rischio e dei bisogni di pianificazione di ciascun cliente. È il momento di fidarsi più che mai dei propri consulenti finanziari». 


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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav