Come in un film catastrofico di serie B
La giornata di lunedì 9 marzo ha visto accadere due eventi dei quali uno in fondo è abbastanza comune, mentre l’altro è un vero e proprio caso da manuale di cigno nero. Infatti in quel giorno i mercati europei sono entrati in bear market, dopo una giornata nerissima (ad esempio, il Ftse Mib ha perso circa l’11%). Dai picchi di appena tre settimane prima il calo dello Stoxx 600 è stato maggiore del -22%, mentre contemporaneamente l’S&P 500 aveva registrato una caduta giornaliera del 7,6%, una delle 15 più rilevanti nella storia dell’equity americano. Ciò è accaduto in seguito alla più rapida correzione dai tempi della Grande depressione sull’azionario statunitense, durante la quale ci sono volute solo sette sedute per perdere più del 10% dai massimi. Questo record ha superato di un paio di giorni la rapidità del breve collasso avvenuto nella primavera del 2017.
Fino a questo punto, però, in fondo non si tratta di nulla di così al di fuori di una normale vita dei mercati: questi anni di quantitative easing hanno infatti abituato gli investitori a un regime di volatilità troppo contenuto, a parte qualche periodico, ma non duraturo, momento di panico. In fondo le recessioni, le bolle finanziarie, i bear market, i fallimenti delle imprese, anche enormi, sono sempre stati elementi costitutivi di ciò che viene comunemente chiamato ciclo economico, che non può venire soppresso per sempre, neppure dalla più potente delle banche centrali. Ciò che però si sta rivelando un autentico unicum è quanto accaduto in Italia prima e nel resto d’Europa poi. La seconda area economica del mondo ha visto arrivare de facto un blocco economico quasi totale nel giro di una settimana, con al centro il nostro paese.
DUBBI SUI DATI
La spaventosa epidemia di coronavirus ha infatti portato l’Italia ad avere il maggiore numero di contagiati al di fuori della Cina, anche se a questo riguardo esistono seri dubbi sull’affidabilità dei dati di diverse nazioni, Stati Uniti in primis. Se osserviamo a livello pro capite i numeri del contagio, addirittura la Penisola si trovava a metà marzo con un’incidenza di Covid-19 quasi sette volte superiore rispetto alla Repubblica Popolare. L’Italia può forse rappresentare per il momento un outlier, ma la quantità di infezioni comincia ad apparire drammatica per diverse nazioni occidentali, dalla Francia alla Germania, dal Regno Unito alla Spagna, ormai il secondo vero centro di crisi europea. Quella che era nata come una crisi asiatica si è trasformata in un evento globale senza precedenti. Al contrario Cina e Corea del sud, a lungo i due paesi più colpiti, sembrano avere rallentato enormemente il numero dei propri contagi, grazie a una combinazione di tecnologia, disciplina della popolazione e, nel caso cinese, misure draconiane.
Il resto del pianeta, invece, si trova oggi a gestire una crisi che veniva confinata nel regno dell’entertainment di non elevatissimo livello. È un autentico cigno nero di difficile, se non impossibile, gestione. Ma forse vale la pena fermarsi un attimo a riflettere sulla natura di ciò che può essere classificato come evento estremo. Come abbiamo accennato, esiste una vasta produzione di film di serie B che ha ipotizzato qualsiasi forma di calamità, naturale e non. Da virus mortali a invasioni di alieni fino a guerre nucleari, probabilmente nulla al giorno d’oggi apparirebbe come una completa novità alle nostre menti, almeno da un punto di vista concettuale. Il problema, però, sorge quando si passa dal regno della fantasia a una realtà in cui coprirsi da eventi davvero catastrofici è quasi impossibile.
TRE CARATTERISTICHE
Le caratteristiche che devono essere presenti affinché un rischio possa essere considerato e adeguatamente coperto sono essenzialmente tre: che la sua probabilità rientri nell’ambito del ragionevole, che il costo dell’hedging sia accettabile e che i danni siano in qualche maniera quantificabili.
Ciò che sta accadendo attualmente rappresenta un esempio perfetto di quanto affermato: è da decenni, specialmente da quando la globalizzazione ha assunto il passo attuale, che eminenti scienziati mettono in guardia sulla possibilità dell’arrivo di epidemie virali che si pensavano debellate con l’avanzare del mondo moderno. Di fronte a questa possibilità, però, molto poco, se non nulla, è stato fatto in quanto: a) la probabilità di una simile deflagrazione appariva molto bassa; b) i costi per proteggersi sarebbero stati immensi; c) i danni sono comunque incalcolabili e quindi per certi versi difficili da accettare come rischio realistico. Basti pensare a quanto accaduto in passato durante fasi di particolare tensione fra potenze nucleari, spesso dagli effetti nulli sui mercati.
UN COSTO ELEVATISSIMO
In particolare, il secondo punto appare pregnante: l’esperienza di Cina e Corea del sud dimostra che con mezzi e determinazione adeguati il coronavirus si può fermare, ma a un costo economico sicuramente elevatissimo e di difficile valutazione. Essenzialmente il problema si potrebbe ridurre a due scenari opposti fra loro. Da una parte un relativamente rapido contenimento del fenomeno potrebbe portare a una marcata ripresa favorita anche da un effetto psicologico positivo indotto dallo scampato pericolo. Dall’altra ogni giorno in più che si aggiunge all’emergenza fa entrare il mondo in una zona sempre più buia, con un’Europa che rischia di diventare la zona rossa del pianeta e l’incognita Stati Uniti, dovuta ai costi enormi e alla farraginosità del sistema sanitario locale. Uno scenario da incubo, che rappresenterebbe una novità nel mondo moderno, anche per un altro motivo: si sta vivendo uno shock sia dal lato della domanda, sia da quello dell’offerta.
CRISI DI DOMANDA E OFFERTA
Nel 2008-2009 lo stato di insolvenza di quasi tutto l’intero sistema finanziario aveva portato a un crollo di consumi e investimenti con però un apparato produttivo intatto. In questo disastro del 2020 ci troviamo, invece, con una tenaglia fatta da una crisi, sia della domanda, sia dell’offerta. A causa delle gigantesche misure di precauzione messe in atto, interi comparti si trovano oggi de facto azzerati. Tutto ciò che è legato a trasporti e turismo ovviamente si trova in prima fila, ma anche altri segmenti dell’economia globale sono oggi in condizioni orribili. Basti pensare ad esempio all’energia, con l’indice di riferimento dell’S&P 500 che è crollato di oltre il 18% lo scorso 9 marzo, arrivando ai minimi del 2004.
Quanto sta succedendo sul mercato del petrolio rappresenta infatti una cartina tornasole quasi esemplare dell’aggrovigliarsi di rischi sanitari, economici e geopolitici in un rebus di difficile soluzione. Notoriamente l’Arabia Saudita ha deciso nel week end che ha preceduto il lunedì nero del 9 marzo di inondare il mercato di greggio, contro il parere del resto dell’Opec, con ogni probabilità allo scopo di mettere all’angolo l’industria dello shale americano. Ovviamente questa manovra ha portato a un collasso dei prezzi con il Brent sceso sotto quota 30 dollari.
Il rischio è che dall’epidemia virale in corso, dunque, sorga un nuovo ordine globale, o meglio un nuovo disordine, di difficile gestione, che potrebbe avere conseguenze pesanti non solo nell’immediato a livello macro e di mercati. Per questa ragione Fondi&Sicav ha interpellato diversi protagonisti dell’industria del risparmio gestito per provare a rispondere ad alcuni dei quesiti più importanti. Sperando che nel frattempo il mondo e l’Italia, nello specifico, siano tornati a vedere un minimo di luce in fondo al tunnel.
Redazione
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