a cura di Pinuccia Parini

Giovanna Boggio Robutti è l’attuale direttore generale di FEduF, la Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio costituita su iniziativa dell’Associazione bancaria italiana (Abi). FEduF è un soggetto non bancario, che ha preso il via cinque anni fa, la cui finalità è sviluppare e promuovere l’educazione finanziaria all’interno di un più ampio concetto di formazione economica consapevole e attiva ai cittadini. 

Giovanna Boggio Robutti viene dal mondo dell’impresa, dove ha lavorato nell’ambito della corporate communication in aziende appartenenti a diversi settori, per poi approdare a quello finanziario. Ed è proprio per la conoscenza di questo mondo da non addetta ai lavori e per le competenze acquisite nell’ambito della comunicazione, che decide di collaborare a un progetto, voluto inizialmente dall’Abi, per promuovere l’educazione finanziaria.

Che cosa l’ha spinta a collaborare al progetto che ha poi portato alla nascita di FEduF?
«È avvenuto in modo casuale, anche se è stato un percorso che ha rispecchiato pienamente il mio modo di essere. Venivo dal mondo della comunicazione che mi aveva portato a lavorare in ambito finanziario, sono entrata in contatto con l’Abi e ho iniziato a lavorare su alcuni progetti, per poi imbattermi nell’educazione finanziaria, tema di cui si è iniziato a parlare in Italia solo dal 2007. In quegli anni ho iniziato a sviluppare progetti rivolti alla scuola e alla cittadinanza che hanno generato un sempre crescente interesse, tanto da spingere l’Abi a costituire una fondazione dedicata per statuto solo alla diffusione dell’educazione finanziaria. Per me è stata un’esperienza progettuale ricca e stimolante, che è sfociata nella creazione di un ente ad hoc per promuovere questo tipo di cultura nel paese. Oggi ne sono il direttore e con me lavorano altre quattro persone, che provengono dall’Associazione bancaria, con cui ho condiviso un lungo percorso che ci ha permesso di creare un gruppo coeso».

Come caratterizzerebbe la fondazione?
«La fondazione ha due aspetti che la caratterizzano: un approccio divulgativo e un’impronta fortemente valoriale. Il primo punta ad avvicinare le persone a temi di carattere finanziario nei confronti dei quali si sentono impreparati o distanti, perché li considerano argomenti complessi, anche se è necessario che ne abbiano contezza. Il secondo riguarda la consapevolezza dell’uso del denaro: da come lo si spende a come lo si investe, in un contesto di legalità. E, da questo punto di vista, è estremamente importante il lavoro che si fa nelle scuole. L’educazione finanziaria è necessaria per proteggere gli individui e renderli soggetti consapevoli in materia, non solo per gestire il presente, ma anche e soprattutto il futuro».

Nessuna ingerenza da parte dell’Abi?
«FEduF è completamente indipendente. L’Abi ne è stata sì il fondatore, ma attualmente l’ente è sostenuto e composto da un ampio numero di partecipanti e annovera istituti finanziari, associazioni e fondazioni. Oltre al consiglio di amministrazione, che si rinnova ogni tre anni e si avvale del comitato di consultazione per promuovere e favorire il trasparente confronto con le associazioni dei consumatori, c’è anche un comitato scientifico cui partecipano accademici esperti in materie economiche. Con la fondazione possono collaborare tutti i soggetti pubblici e privati che ne condividano le finalità. L’obiettivo di FEduF va oltre la rappresentazione di un interesse settoriale o di natura commerciale ed è facile dimostrarlo nei fatti. Come? Basta guardare i protocolli di collaborazione che abbiamo con le istituzioni pubbliche, in cui si concentra la maggior parte dell’attività, e lo stesso statuto, che agisce con scopi di esclusiva utilità sociale, totalmente avulsi da logiche di carattere commerciale». 

Si è chiesta perché l’educazione finanziaria in Italia non è così diffusa?
«Io venivo dal mondo della comunicazione aziendale e, quando si è iniziato a lavorare su come fare educazione finanziaria, si è guardato ai modelli di riferimento già presenti in altri paesi. La scelta è stata studiare tutto ciò che c’era a disposizione in materia, recepire le indicazioni dell’Ocse, portare in Italia tutte le best practice e iniziare a divulgare un mondo ancora sconosciuto. Le ragioni della scarsa diffusione nel nostro Paese? Forse i tempi non erano maturi, non c’era né sensibilità né interesse. Da comunicatrice, mi sono resa conto che c’era bisogno di fare nascere un nuovo approccio che mancava: la cultura di cittadinanza economica. Che cosa si è fatto? Si è iniziato a lavorare con i soggetti istituzionali che più erano sensibili a questi temi, in primis il Ministero della pubblica istruzione e le autorità di vigilanza, in un contesto dove non vi era alcuna strategia nazionale in materia (formulata solo tre anni fa).  Si è allora deciso di presentare una proposta formativa sempre più ricca e strutturata per la scuola, per poi estenderla al mondo degli adulti». 

Perché è fondamentale iniziare dalla scuola?
«Perché si parla di un aspetto indispensabile della cultura di cittadinanza. La formazione di un individuo parte da quando è piccolo ed è importante che esista la consapevolezza che ogni azione genera reazioni e conseguenze. Inoltre, l’educazione finanziaria non è solo un tema per le persone adulte, bensì attraversa tutte le generazioni, per ciascuna delle quali esistono linguaggi diversi e contenuti dedicati. È fondamentale che si insegni un uso consapevole del denaro, attorno al quale ruota il mondo dei consumi. Quando si organizzano gli incontri nelle scuole, si introducono temi legati alla sostenibilità e alla responsabilità, parlando anche dei nuovi modelli economici che stanno prendendo corpo, per rendere i più giovani consapevoli delle dinamiche presenti nel contesto in cui vivono. A questo proposito colgo l’occasione per ricordare che, da quando è nata  l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis), FEduf ha declinato gran parte dei suoi programmi sul binomio economia e sostenibilità, ricollegandoli direttamente a tre dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030».

Un processo di formazione continua?
«L’educazione finanziaria è un processo che va modulato in base all’età ed è perenne. FEduF ne parla ai bambini, usando le fiabe, perché i più piccoli mostrano particolare sensibilità alle questioni di equità, parlando di solidarietà e generosità. Alle scuole elementari si tengono lezioni su come circola il denaro, sul perché si pagano le tasse e come sono pagati gli stipendi dei dipendenti pubblici, sino a toccare i temi della sostenibilità economica e degli stili di consumo. Alle medie inferiori e superiori si toccano argomenti come la gestione della paghetta, introducendo i concetti di rischio e investimento, per passare poi al denaro dematerializzato attraverso i pagamenti elettronici. Per i ragazzi più grandi si tende a partire dalle loro esperienze per introdurre concetti come il valore del capitale umano, dove lo studio è una prima modalità di investimento su se stessi,  sino ad arrivare ad affrontare i discorsi legati a piani integrativi alla previdenza pubblica e alla necessità di una sua pianificazione».

E per gli adulti?
«FEduF ha creato una linea dedicata alle persone in difficoltà economica, lavorando con il terzo settore e le associazioni dei consumatori. Tra l’altro il periodo del lockdown ci ha indotto a organizzare diversi programmi formativi: smart talk digitali (“L’educazione finanziaria dal divano di casa tua”) dedicati ai clienti delle banche, in sostituzione di una serie di eventi che si era soliti svolgere sul territorio. Lo abbiamo fatto in collaborazione con due istituti di credito, parlando di gestione del denaro attraverso la finanza comportamentale, usando un linguaggio semplice e accessibile a tutti. In questo caso ci si è avvalsi anche di competenze esterne, come Taxi1729, una società di comunicazione e formazione scientifica che pensa da scienziato, ma comunica da creativo. Devo dire che le esperienze avute sinora sono state molto positive, perché questa formula ha permesso una buona interazione tra le banche e il pubblico in ascolto, creando un ambiente di approfondimento che non è percepito per addetti ai lavori. È molto difficile parlare agli adulti di educazione finanziaria, perché scattano i meccanismi di difesa, di autocensura e di soggezione che FEduF cerca di abbattere, nel tentativo di avvicinare il mondo delle banche a quello dei clienti. Il messaggio che si vuole fare passare è che l’istituto di credito è un soggetto economico che eroga un servizio valutato in base alle esigenze del singolo ed è quindi giusto che si instauri un dialogo collaborativo, non una contrapposizione».

Le questioni finanziarie, soprattutto in termini di investimento, sono state negli anni un territorio di pertinenza degli uomini. È ancora così?
«Bisogna fare ancora notevoli sforzi in questa direzione, ricordando che il raggiungimento della parità di genere, anche in questo ambito, è uno degli obiettivi da perseguire. Ci sono diversi soggetti molto attivi in questo campo: penso, ad esempio, all’attività di Global thinking foundation o alle tante professioniste del mondo finanziario che si impegnano in prima persona per rendere le donne più partecipi nelle questioni di natura finanziaria. Le cose stanno cambiando, ma da alcuni studi accademici esaminati di recente emerge che a tutt’oggi l’educazione all’utilizzo del denaro in famiglia è diversa se si tratta di un figlio o di una figlia. Non solo la paghetta è più alta per i maschi che per le femmine, ma anche le scelte di investimento dei genitori per i figli possono cambiare in base al genere. C’è tanto ancora da fare, a partire dall’educazione in  famiglia».

Come misurate l’efficacia delle attività di FEduF?
«Le singole iniziative sono valutate in base al numero delle adesioni e al livello di gradimento; soprattutto per le scuole ci sono questionari per gli insegnanti, con cui c’è una stretta collaborazione. Anche nei talk digitali, organizzati di recente, è inserita una griglia di valutazione che raccoglie direttamente il giudizio e i commenti del pubblico».

I temi della sostenibilità sono diventati parte integrante del vostro progetto educativo; pensate che la crisi attuale porterà a un vero e proprio cambio di paradigma?
«Io sono un’inguaribile ottimista e penso che ci sarà un sempre maggiore interesse verso questi temi ma, contestualmente, bisognerà prestare ancora più attenzione alla gestione delle proprie finanze in un contesto dove il reddito complessivo del paese è in forte discesa. Sarà necessario pensare a un modello economico che tenga conto dell’utilizzo delle risorse a disposizione, tra cui anche la gestione del denaro. L’educazione finanziaria, in questo senso, non deve essere più vista come una competenza tecnica, bensì come una competenza di cittadinanza».


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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav