Nell’hi-tech lo scontro tra Stati Uniti e Cina è frontale. Le conseguenze sono difficili da quantificare, ma ciò che è certo è che il Dragone sta utilizzando sempre più Hong Kong come base alternativa per Ipo e Adr, entrando in concorrenza con le borse americane. Dove Pechino sembra manifestare forti problemi è nell’hardware, in cui la dipendenza dagli Usa e i suoi alleati è pesante. Nel progetto 5G non si tratta di un elemento secondario

Il 2020 è stato l’anno della tecnologia, sia in occidente, sia in Asia. Ed è stato anche l’anno in cui proprio su questo terreno è deflagrato uno scontro violentissimo, probabilmente destinato ad alterare gli equilibri dell’economia mondiale nei prossimi decenni. A tenere occupate le pagine dei giornali è stato soprattutto il caso TikTok, oggi probabilmente l’app più popolare al mondo fra i giovani, mentre ByteDance, l’azienda che l’ha creata, è oggi l’unicorno tecnologico di maggiore valore del pianeta. Trump ha de facto intimato al gruppo di vendere i propri asset americani (e non solo) allo scopo di evitare una messa al bando negli Stati Uniti. In una situazione simile si è trovata anche Tencent con WeChat, che però vanta una popolarità molto inferiore al di fuori della Cina. Mentre infuria la battaglia legale nei tribunali americani e lo scontro politico fra i due paesi, un elemento appare evidente: i gangli della globalizzazione in questo segmento verranno almeno parzialmente recisi. Questo processo richiederà anni e risulterà probabilmente confuso e contraddittorio, con però chiari vincitori e vinti. 

UN CHIARO OBIETTIVO

Essenzialmente l’azione americana sembra tesa a un chiaro obiettivo: mantenere il predominio in quei punti della filiera tecnologica dove gli Usa hanno ancora un chiaro vantaggio. Un esempio lampante è rappresentato dalle grandi piattaforme di contenuti online, con tutto ciò che consegue a livello di creazione e utilizzo dei big data e di influenza culturale e di costume in giro per il pianeta. 

Ciò che appare evidente è che gli effetti che si stanno creando non offrono un quadro incoerente. Nella condizione di (relativa) forza in cui la Cina si trova oggi, addirittura può godere di qualche vantaggio immediato. Il primo e più evidente è il rilancio di Hong Kong come piazza preferita per le Ipo dei colossi cinesi e per spostare in questa sede tutti i maggiori Adr Usa. 

ANOMALIA A WALL STREET

Un’analisi interessante della situazione viene fornita da Brian Bandsma, portfolio manager di Vontobel Asset Management: «Ci sono molte società straniere quotate nelle borse americane, ma le imprese cinesi, che hanno una capitalizzazione di mercato sulle piazze finanziarie Usa di oltre un trilione di dollari, sono un’anomalia. Su oltre 400 Adr sponsorizzati e quotati al Nyse e al Nasdaq, circa 150 sono società del Dragone. Ci sono molteplici ragioni per cui questa insolita situazione si è creata negli ultimi due decenni. All’inizio, intorno al 1999, uno dei principali argomenti a favore della quotazione delle società negli Stati Uniti era la mancanza di finanziamenti azionari in Cina, accanto allo status associato alla quotazione negli Stati Uniti. Importante anche la maggiore apertura al pubblico delle società high-tech prima che diventassero redditizie. Inoltre, il Nasdaq consente strutture azionarie a doppia classe, che permettono al fondatore di mantenere il controllo della maggioranza anche con meno del 50% del capitale. Tuttavia, il successo di Tencent, nonostante la quotazione a Hong Kong, tende a indebolire qualsiasi argomentazione secondo cui era necessario aumentare il capitale azionario negli Usa».

UN TEMIBILE RIVALE

Per lungo tempo gli Stati Uniti hanno tratto un enorme vantaggio dal fatto di essere una delle economie più libere del mondo, nonché la sede del più sofisticato e prestigioso sistema finanziario globale. Le aziende cinesi che volevano accedere a una base di investitori stabile, oltre che godere di vantaggi non disponibili in un’economia ancora in transizione verso un assetto capitalista pieno, come, appunto, la doppia classe di azioni, non avevano molte scelte disponibili. Nonostante la tesissima situazione politica, però, Hong Kong in questi anni ha dimostrato di essere un temibile rivale. Infatti l’integrazione fra il segmento H e quello A dell’azionario della Repubblica Popolare, combinato con sempre maggiori riforme in direzione del libero mercato, per non parlare del successo di gruppi tecnologici come Tencent quotati a Hong Kong, hanno reso agli occhi di manager e autorità cinesi l’America sempre meno necessaria. Ancora Bandsma aggiunge: «I recenti cambiamenti dei requisiti per la quotazione a Hong Kong hanno aperto la porta alle aziende cinesi, in particolare alle società di servizi Internet, che tornano così più vicine a casa. Il cambiamento principale è che, analogamente al Nasdaq, Hong Kong in alcuni casi consente ora strutture azionarie a doppia classe. Le società con queste strutture non sono attualmente qualificate per lo Shanghai-Hong Kong stock connect. Tuttavia, data la traiettoria del cambiamento e alcuni esempi più recenti di eccezioni, è più probabile che le aggiunte più recenti al mercato di Hong Kong, come Alibaba, Netease e Jd.com, alla fine saranno direttamente disponibili per gli investitori del Dragone. L’Ipo recentemente annunciata di Ant Group, il business fintech scorporato da Alibaba, è un altro passo positivo verso un maggiore accesso degli investitori continentali a un insieme sempre più ampio di attività di qualità superiore e a crescita più rapida. Ant Group ha presentato domanda di ammissione alla quotazione, sia all’Hong Kong exchange, sia al relativamente nuovo Shanghai stock exchange science and technology innovation board (starboard for short)».

NON MANCANO LE INCERTEZZE

Ovviamente non mancano le incertezze perché finora i vari connect fra azioni A e altri listini in giro per l’Asia non è che abbiano portato enormi volumi. Senza contare che, come si è visto, quello cinese rimane un mercato dominato da flussi retail. Sicuramente la Cina ancora non è in grado di generare una liquidità istituzionale verso le borse azionarie paragonabile a quella statunitense, ma quanto sta accadendo a livello finanziario, unito ai contraccolpi politici, costituisce una chiara spia di un processo di divorzio fra le due super-potenze nella gestione dell’economia digitale. Un aspetto però fondamentale da tenere presente è che nell’ambito del software e dei servizi da esso generati, oltre che in tutta la finanza intorno, dividere il mondo in sfere di influenza è tutto sommato fattibile senza enormi sconvolgimenti.

Diverso è, invece, il discorso per tutta la filiera dell’hardware, specie in quelle tecnologie chiave dove uno dei due contendenti ha un chiaro vantaggio sull’altro. In questo campo, la strategia statunitense è chiara: frenare il più possibile il dilagare del dominio cinese in settori come il 5G, nei quali la leadership del Dragone è forte, colpendo soprattutto a livello di forniture della componentistica avanzata, semiconduttori in primis, dove ancora le aziende della Repubblica Popolare sono indietro. Mark Haefele, global chief investment officer di Ubs Global Wealth Management, sottolinea che il caso Huawei è emblematico: «Le tensioni tra Stati Uniti e Cina non si placano. La scorsa settimana il Dipartimento del commercio Usa ha aumentato le pressioni nei confronti del colosso cinese delle apparecchiature per le telecomunicazioni Huawei, ampliando le restrizioni già in atto. Le nuove norme vietano di vendere prodotti a Huawei, compresi i chip di fabbricanti terzi «prodotti negli Stati Uniti e all’estero con tecnologia e software americani. Poiché la tecnologia e i software Usa dominano l’intero settore hi-tech globale, diventa ora più difficile per Huawei acquistare chip moderni da terzi senza una licenza statunitense».

HARDWARE FRAGILE

Nel caso di app e servizi digitali vari, con ogni probabilità l’ostilità statunitense non si risolverà in grandissimi problemi per il sistema cinese, anzi la guerra fredda attuale può essere l’occasione per creare un mercato finanziario locale più maturo e autosufficiente, che vada ad alimentare un circolo virtuoso endogeno fra la crescente ricchezza cinese e il fortissimo dinamismo imprenditoriale locale in ambito internet. Per quanto riguarda, invece, l’hardware, sicuramente la seconda economia del mondo si trova in condizioni di fragilità e vulnerabilità, che verranno superate solo con un fortissimo salto in avanti nei componenti avanzati, che per il momento faticano a decollare, anche se comunque ci sono chiari segnali positivi 

In tutto questo vortice di cambiamenti, investire in questo settore è complicato, per usare un eufemismo, data anche la natura irrazionale e prettamente non finanziaria di diverse variabili in gioco. Peraltro si tratta di problemi che vanno oltre i due contendenti in senso stretto: è difficile capire oggi quali saranno gli effetti sulle aziende tecnologiche europee, giapponesi, coreane e taiwanesi che prosperano in una delle filiere più integrate e complesse. Probabilmente vedremo grandi processi di adattamento che porteranno a chiari vincitori e vinti. Ancora Haefele prova a trarre qualche conclusione: «Le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina in campo tecnologico impongono agli investitori un approccio cauto. Infatti, i mercati scontano già i vincitori e i perdenti delle ultime misure contro Huawei. Tuttavia, è possibile che il passaggio a due ecosistemi tecnologici distinti guidati da Stati Uniti e Cina finisca per avvantaggiare una serie di società collegate al 5G, sia tra gli abilitatori della tecnologia, sia tra le sue piattaforme». Nel frattempo, però, gli investitori nell’It globale possono ragionevolmente attendersi una dose extra di volatilità.


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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.