I mercati emergenti potrebbero beneficiare del rallentamento dell’economia statunitense e dell’indebolimento del dollaro. Steven Bell, chief economist EMEA di Columbia Threadneedle Investments
I recenti dati economici si sono dimostrati solidi in tutto il mondo, grazie alla riapertura della Cina dalla pandemia, al calo dei prezzi del gas in Europa e ai buoni dati sull’occupazione e sulla spesa dei consumatori negli Stati Uniti. Tutto ciò ha allontanato i timori di un’imminente recessione. Economie più forti dovrebbero ottenere utili migliori per le aziende e prezzi azionari più alti. Tuttavia, febbraio si presenta come un mese debole per le azioni statunitensi e i mercati emergenti sono andati anche peggio, con l’indice MSCI che ha registrato una sottoperformance di quasi il 9% dal suo picco relativo di metà gennaio.
Per contestualizzare l’andamento del mercato azionario serve tenere conto di due aspetti: in primo luogo, dati statunitensi più solidi comportano una stretta più forte da parte della Federal Reserve e tassi di interesse più elevati risultano negativi per le azioni. Inoltre, il passaggio da un’economia più forte a utili più solidi potrebbe funzionare al momento, ma il mercato del lavoro estremamente rigido implica che i margini siano sotto pressione. Quasi tutti i titoli dello S&P500 hanno comunicato i risultati dell’ultimo trimestre del 2022 e, nonostante una crescita dei ricavi vicina al 6% rispetto a un anno fa, gli utili sono scesi del 4%. C’è stata quindi una forte compressione dei margini. In aggiunta, le cattive notizie sull’inflazione statunitense hanno compromesso le speranze per cui il calo dei prezzi delle materie prime e l’allentamento dei vincoli alle forniture dei beni potessero condurre ad un circolo virtuoso di disinflazione, in modo che la Fed potesse tornare verso il suo obiettivo del 2% senza una recessione. Questo scenario resta ancora possibile, ma riteniamo che la recessione negli Stati Uniti sia stata semplicemente rimandata.
Guardando all’Europa, i numeri sono stati contrastanti: gli ultimi dati sul PIL della Germania hanno registrato una contrazione nel quarto trimestre del 2022, con un forte calo della spesa per i consumi discrezionali. Questo è uno sguardo al passato, mentre il futuro appare molto più roseo grazie al calo dei prezzi del gas naturale. La fiducia dei consumatori e delle imprese è migliorata e anche i deficit di bilancio appaiono più sani: la Germania ha stanziato 200 miliardi di euro per il suo programma di sostegno ai prezzi dell’energia. Si tratta di un enorme 5% del PIL e ora sembra che ne servirà solo una parte. Ovviamente non siamo comunque di fronte a un boom economico. I prezzi dell’energia rimarranno più alti di quanto non fossero prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e l’aumento dei tassi di interesse frenerà l’economia, soprattutto nel Regno Unito attraverso il mercato immobiliare. Ciononostante, le prospettive generali sono notevolmente migliorate.
Cosa significa tutto questo per le azioni? A differenza degli Stati Uniti, le società europee non subiscono la stessa compressione dei margini. Anzi, gli utili del quarto trimestre hanno battuto nettamente quelli degli Stati Uniti. Certo, la Banca Centrale europea e la Banca d’Inghilterra dovranno aumentare ulteriormente i tassi di interesse per controllare l’inflazione, ma la riduzione di domanda che ci aspettavamo, a causa dell’impennata dei prezzi dell’energia, si è attenuata. Prevediamo quindi che quest’anno le azioni europee superino quelle statunitensi. Se l’economia statunitense dovesse poi iniziare a indebolirsi, ciò dovrebbe ridurre la pressione sui rendimenti obbligazionari e indebolire il dollaro. E questo favorirebbe le azioni dei mercati emergenti.
Redazione
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