Gestione attiva, flessibilità e diversificazione sono la chiave per investire con successo nel complesso e variegato universo dei Paesi emergenti. Marco Piersimoni, Senior Investment Manager e Flora Dishnica, Product Specialist di Pictet Asset Management
I mercati emergenti sono un importante motore della crescita economica e demografica globale. Sono passati da rappresentare il 38% circa del PIL mondiale nel 1980 all’attuale 58% e arriveranno al 61% entro il 2026 secondo il FMI, mentre la loro popolazione rappresenta l’86% di quella mondiale.
Tuttavia, rimangono ancora poco presenti nei portafogli degli investitori. In base alla nostra esperienza, vi sono due ragioni principali per questa diffusa sotto-esposizione: da un lato, la percezione dei rischi impliciti, la maggiore volatilità e i bruschi drawdown riducono la fiducia nelle asset class di questi Paesi; dall’altro, la varietà e la diversità degli strumenti disponibili (azioni, obbligazioni governative in valuta forte e locale, obbligazioni societarie, divise, ecc.) acuiscono l’incertezza degli investitori circa le tempistiche, le modalità e le aree di investimento.
Come conseguenza di ciò, gli investitori hanno spesso optato per un approccio passivo vincolato a un benchmark, una soluzione che non presenta però il potenziale di diversificazione e rendimento proprio di un mix gestito attivamente di azioni, obbligazioni e valute emergenti.
Dalla creazione della locuzione “mercati emergenti” negli anni ‘80 a oggi, essi sono diventati una vera e propria asset class passando dall’essere un investimento interessante ma molto volatile ad esibire segni di maturità e stabilità.

Dalla crisi russa del 1998, nell’ultimo ventennio gli emergenti hanno dimostrato un’importante resilienza e si sono ridotti gli effetti domino per cui la crisi in un Paese soleva trascinare con sé tutto il resto dell’universo. Anche i fattori di crescita a guida delle principali economie emergenti si sono evoluti. In precedenza trainate prevalentemente da materie prime, industrie pesanti e utilities, queste economie attualmente sono dominate da sviluppo tecnologico, servizi e beni di consumo.
Specialmente l’Asia e la Cina negli ultimi 20 anni sono diventate parte sempre più importante e integrata delle catene di fornitura globali, soprattutto in ambito tecnologico. Questa maturazione della crescita ha accresciuto anche l’eterogeneità dei cicli in cui si trovano i diversi Paesi emergenti.
Si tratta di un elemento che ha portato a un’elevata dispersione dei rendimenti delle varie asset class dei diversi Paesi emergenti, fattore che un investimento passivo vincolato alla composizione dell’indice di riferimento finisce per subire. Per chi persegue un approccio multi-asset attivo, invece, la dispersione in termini di performance nelle aree emergenti offre una grande opportunità per creare valore sfruttando la dinamicità, la flessibilità e la libertà d’azione tipiche di tale tipologia di investimenti.
Si tratta di un aspetto reso ancora più rilevante dal fatto che gli indici regionali delle aree emergenti risultano fortemente concentrati a livello di singoli Paesi. Le strategie passive non consentono quindi di beneficiare di numerosi dei vantaggi derivanti dalla diversificazione tra le diverse economie del vasto e variegato universo emergente, una delle ricchezze più importanti per chi investe senza vincoli in queste aree.
Infine, poiché per natura gli indici ponderati per la capitalizzazione di mercato si basano su dati passati, spesso gli investitori che seguono fedelmente la composizione di tali benchmark non riescono a cogliere le occasioni di crescita strutturale.
In un mondo in cui i Paesi emergenti sono sempre più spesso fonte di innovazione, la capacità di allocare il capitale a temi al centro delle nuove dinamiche economiche, sociali, ambientali e tecnologiche risulta fondamentale.
Per ulteriori approfondimenti: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2022/idee-di-investimento/03/l-importanza-di-un-approccio-attivo-ai-mercati-emergenti
Redazione
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