A cura di Alexis Bienvenu, gestore di La Financière de l’Echiquier

Non ha annunciato nuove misure e nemmeno ha pronunciato frasi ad effetto – come il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi.
Eppure, il presidente della Federal Reserve (Fed) statunitense ha suscitato grande scalpore sui mercati finanziari con il suo discorso del 20 settembre scorso.
Le azioni statunitensi hanno perso più del 2% in due giorni – il Nasdaq più del 3% – e i tassi decennali US hanno sfondato la soglia simbolica del 4,5% durante le contrattazioni del 22 settembre. Un record dall’ottobre 2007. Ma cosa è successo?
Al centro della concitazione troviamo le previsioni economiche formulate dai membri del Comitato di politica monetaria. Da qui a fine anno, la maggioranza dei governatori prevede un ulteriore aumento di 25 punti base dei tassi di riferimento, arrivando così a un massimo del 5,75%.
Nel frattempo, l’inflazione segna un forte calo con i governatori che prevedono ora che raggiunga il 3,7% entro la fine del 2023 per l’indicatore di riferimento della Fed (Core PCE). In altri termini, il tasso “reale” a breve termine (nel senso del tasso di riferimento per l’inflazione Core PCE) sfiorerà il 2%, una situazione, di triste memoria, che non si era più vista ancora una volta dal 2007.
E le proiezioni a più lungo termine, invece di allentarsi a causa dell’ulteriore stretta prevista per il 2023, si inaspriscono: i governatori rivedono le proiezioni del tasso di riferimento al rialzo di 50 punti base per la fine del 2024 e il 2025 (rispettivamente al 5,1% e al 3,9%), senza praticamente mettere mano alle proiezioni sull’inflazione (al 2,6% e al 2,3%).
Il tasso reale a breve termine sopramenzionato raggiungerebbe quindi il 2,5% alla fine del 2024. Questo segnale, estremamente restrittivo, è destinato a durare a lungo.
Si delinea quindi un cambio di regime sui tassi reali, favorevole agli obbligazionisti ma sfavorevole agli asset più rischiosi, tra cui le azioni, che suscitano minor interesse.
Perché una posizione così dura mentre l’inflazione arretra? Durante la conferenza stampa, Jerome Powell ha descritto un contesto economico più dinamico del previsto. Se l’occupazione va meglio del previsto è logico che si applichi una politica monetaria più severa per contenere l’inflazione, perché una situazione occupazionale florida tende a creare inflazione.
Questo ragionamento sarebbe perfettamente accettabile … se solo le aspettative fossero relativamente sicure. Ma è proprio questa la nota dolente. Jerome Powell ha ripetuto a piacimento – ben undici volte durante la conferenza stampa – che le aspettative economiche prodotte sono estremamente fragili.
E ha in particolare affermato che il famoso “tasso neutro“, che non stimola né rallenta l’economia, sembra impossibile oggi da precisare. Anche se ritiene probabile che sia più alto di prima, probabilmente al di sopra del tasso di riferimento a lungo termine previsto dalla Fed, pari al 2,5%.
Una simile ammissione di incertezza, certamente lodevole per la sua onestà, avrebbe potuto indurre la Fed ad adottare un atteggiamento prudente nella gestione delle aspettative fornite al mercato. Invece, ha inasprito le sue proiezioni sui tassi, per quanto fragili. Un atteggiamento al quanto audace.
Lo sta forse facendo proprio per influenzare le condizioni economiche attraverso le sue sole proiezioni. Le previsioni di una maggiore stretta monetaria potrebbero infatti incoraggiare gli agenti economici a essere più cauti nei consumi e negli investimenti. Il che permetterebbe di ottenere l’effetto desiderato – una minore inflazione – intervenendo semplicemente sulle aspettative. La magia delle parole quando sono restrittive.
Un’altra chiave di lettura di questo atteggiamento la possiamo trovare verso la fine della conferenza stampa, quando J. Powell ha descritto lo stato di salute delle famiglie in una luce ben migliore di come facciano loro stesse. Se, secondo lui, i sondaggi sulla fiducia rivelano molta insoddisfazione, è dovuta principalmente all’inflazione – che è “odiata” – non tanto alla situazione oggettiva delle famiglie, che sta migliorando grazie ai salari, in particolare nei ceti più modesti.
Questo slancio di ottimismo appare sorprendente da parte di una personalità tanto pacata. Ma potrebbe anche spiegare perché difende una politica monetaria che sembra particolarmente austera.
Speriamo che questa sua scommessa contro la percezione delle famiglie sia azzeccata. Se così fosse, le famiglie e i mercati supereranno senza troppi intoppi la prova della compressione monetaria. In caso contrario, la politica monetaria dovrà essere allentata velocemente, con il rischio che la Fed venga nuovamente tacciata di miopia. In tal caso, dovremmo ancora una volta affidarci alla magia delle parole, questa volta accomodanti, per porre rimedio a troppa rigidità.
Redazione
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