L’inflazione potrebbe crescere ben oltre le stime se le aziende ritoccheranno i prezzi come moltiplicatori dei costi sostenuti. James Carrick, global economist di L&G

Questa dinamica è particolarmente evidente negli Stati Uniti se si osserva l’andamento dei prezzi di determinati beni di consumo, distinguendo tra quelli venduti da brand famosi e quelli con il marchio del supermercato.

La ragione dietro a questo fenomeno, in realtà, è piuttosto semplice: i grandi marchi hanno aumentato i prezzi dei loro prodotti (in risposta ai dazi) in modo tale da mantenere non il valore monetario del markup applicato, ma il valore percentuale.

 Un recente paper del fondatore di Pricestats, il professor Alberto Cavallo, condotto su dati relativi a costi, prezzi all’ingrosso e al dettaglio di 1.900 prodotti, 13 marchi, sette categorie e quattro Paesi tra il 2018 e il 2023, ha rilevato percentuali stabili di ricarichi totali (prezzi al dettaglio su costi di produzione). Ciò significa che l’ipotesi secondo la quale le aziende mantengono invariato il markup in termini percentuali e non monetari è da considerarsi attendibile.

Inflazione, l’esempio scarpe Nike

Visto che è un esempio che è effettivamente circolato negli ultimi tempi, si prenda in considerazione un paio di Nike, il cui costo medio sul mercato è di 76 dollari. Di questi, solo 22 dollari (circa il 30%) sono i costi di produzione. Supponiamo ora che queste scarpe siano importante; sul loro prezzo sarà caricata anche una tariffa del 10% secondo le leggi oggi in vigore. Ciò significa che il prezzo dovrebbe aumentare di 2,20 dollari. Tuttavia, per mantenere stabile la percentuale del markup, i prezzi durante i mesi della crisi energetica aumentarono di 7,60 dollari.

Inflazione, la catena degli agenti economici e l’effetto rialzo sul prezzo al consumo

Inoltre, è importante considerare che tra la produzione e la vendita del prodotto finito c’è una catena di agenti di mercato, ognuno dei quali applicherà il suo markup in termini di percentuale. Sempre Cavallo ha stimato che i rivenditori applicano una maggiorazione del 35%, per cui a 100 dollari di dazi corrispondono 135 dollari di aumento effettivo del prezzo. Tuttavia, prima del rivenditore retail c’è il fornitore di materie prime, che applica un rincaro medio del 220% (a fronte di 100 dollari di dazi, il prezzo cresce di 220). Sommando tutti gli aumenti, si ottiene che una tariffa traducibile in costi aggiuntivi di 100 dollari, genera un aumento del prezzo complessivo di 300 dollari.

In generale, noi di L&G stimiamo un moltiplicatore pari a 1,5 volte il costo tariffario, tenendo conto della suddivisione tra beni finiti, intermedi e strumentali.

In realtà, ci sono molte osservazioni che potrebbero essere fatte verso questa analisi, la quale appare effettivamente troppo pessimistica: quello dei beni di consumo è un settore in cui le imprese hanno una forte capacità di determinare il prezzo di ciò che vendono, ma altrove non è così. Inoltre, il periodo preso in esame per estrapolare i dati presentati è molto particolare, dato che la politica monetaria e fiscale in quegli anni era molto accomodante, a seguito non solo della crisi energetica, ma anche della pandemia di Covid-19. Infine, le aziende estere potrebbero ridurre i prezzi a seguito dello shock sulla domanda dovuto ai dazi e smorzarne l’effetto, mentrele multinazionali potrebbero distribuire il peso di questi aumenti tra le varie nazioni in cui operano.

Inflazione, è solo una questione di intensità del fenomeno ma non di assenza

Tuttavia, ciò significa solamente che i rincari potrebbero non essere così alti, ma non che non ci saranno. A dimostrazione di ciò, le imprese statunitensi attive nei settori interessati dai dazi stanno già aumentando i prezzi dei loro beni, parallelamente a quelli importati. Per questo è importante monitorare in primis le decisioni delle aziende, ma anche e soprattutto le decisioni della Federal Reserve. Infatti, se la banca centrale americana decidesse di attuare politiche monetarie e fiscali meno restrittive, a fronte di un quadro economico particolarmente preoccupante, le imprese avrebbero ancora più potere nel determinare il prezzo di vendita dei loro prodotti.


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Redazione

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