I commenti a cura degli esperti di AllianzGI, T.Rowe Price e Payden&Rygel in vista della riunione della Banca Centrale Usa prevista per oggi

Michael Krautzberger, Global CIO Fixed Income di Allianz Global Investors
FED: approccio attendista nel contesto di incertezza legata al Medio Oriente
Ci aspettiamo che il FOMC mantenga i tassi invariati nella riunione del 17-18 marzo, pur con una minoranza favorevole a un taglio.
Sebbene la decisione sia in linea con le attese dei mercati e il consenso degli analisti, l’attenzione si concentrerà sul persistente disallineamento tra inflazione e dinamiche occupazionali, oltre che sui possibili effetti indiretti del conflitto in Medio Oriente.
Blerina Uruci, Chief U.S. Economist, T. Rowe Price
Non sono attesi cambiamenti di politica monetaria nella riunione di marzo. Il FOMC pubblicherà una nuova serie di previsioni e le revisioni dovrebbero essere leggermente restrittive (crescita e inflazione più elevate). Tuttavia, il dot plot dovrebbe continuare a indicare un taglio per il 2026, come a dicembre, con il rischio che non ci sia alcun taglio. Per il FOMC, questo sarà un modo di bilanciare i rischi al rialzo per l’inflazione derivanti dai prezzi dell’energia e i rischi al ribasso per il mercato del lavoro dopo il debole rapporto sull’occupazione di febbraio.
La mia ipotesi di base, che prevede una Fed accomodante nella seconda metà dell’anno, non è cambiata, anche se le aspettative del mercato si sono discostate significativamente dalla mia view. Continuo a ritenere possibili 2-3 tagli quest’anno e 3-4 tagli nei prossimi 12 mesi, a condizione che lo shock dei prezzi dell’energia non lasci un’impronta sull’inflazione core. Il mercato prevede circa un taglio per quest’anno e praticamente nessun taglio nella prima metà del 2027, secondo i futures. Questo movimento sembra essere guidato dallo shock dei prezzi dell’energia, che non credo avrà un effetto significativo sulle decisioni di politica monetaria tra 9-12 mesi.
Tuttavia, se l’inflazione core dovesse riaccelerare nei prossimi mesi, la Fed non sarà in grado di tagliare i tassi prima del quarto trimestre del 2026 o addirittura del primo trimestre del 2027. Tuttavia, in tale scenario, la soglia per la ripresa dei rialzi da parte della Fed sarebbe elevata, il che implicherebbe un margine minore per un irripidimento della curva a breve termine SFRM6M7 rispetto al potenziale di appiattimento.
Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel
Quando scoppia una crisi, molti esperti e investitori tendono a elencare tutte le ragioni per cui una ripresa appare impossibile. È vero che alcuni segnali destano preoccupazione: i dati sul traffico marittimo mostrano che il numero di petroliere in transito nello Stretto di Hormuz è crollato, passando da circa 200 a settimana a febbraio a livelli quasi trascurabili, anche se recenti rapporti indicano che alcune navi continuano ad attraversarlo con i transponder AIS spenti. Tuttavia, il punto fondamentale è evitare di amplificare una difficoltà fino a trasformarla in un ostacolo insormontabile.
Anzitutto, il contesto conta. Se guardiamo ai prezzi del petrolio in termini reali, il WTI ha raggiunto circa 202 dollari al barile nel 2008 e 160 dollari nel 1980, contro i circa 94 dollari attuali. Si tratta certamente di uno shock, ma non del più grave mai visto. In secondo luogo, non riteniamo che l’aumento del prezzo del petrolio si tradurrà in una significativa pressione sull’inflazione core negli Stati Uniti. Negli ultimi decenni, infatti, il trasferimento dei prezzi energetici sull’inflazione di fondo è stato limitato.
Terzo punto: gli Stati Uniti, essendo esportatori netti di energia, risultano relativamente protetti dagli shock petroliferi. Solo una quota marginale del petrolio che attraversa lo Stretto di Hormuz è destinata al mercato statunitense, circa il 2%, e l’economia Usa oggi è molto meno dipendente dall’oro nero rispetto al passato. L’intensità petrolifera è diminuita di quasi il 70% dal 1960, segno di una maggiore efficienza e di un diverso mix energetico.
È vero che in passato shock petroliferi hanno spesso preceduto recessioni, agendo come una tassa sui consumatori. Tuttavia, la questione cruciale è capire a quale livello di prezzo questo effetto diventa realmente critico. Attualmente, i consumatori statunitensi destinano meno del 4% della loro spesa totale all’energia, contro una media di circa l’8% negli anni ’70 e ’80.
L’economia statunitense è oggi più resiliente rispetto al passato: non siamo ancora a livelli tali da comprimere significativamente la spesa dei consumatori, il pass-through sull’inflazione core resta limitato e i policymaker dovrebbero evitare reazioni eccessive a uno shock temporaneo.
Redazione
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