Il Core PCE, l’indicatore di inflazione preferito dalla Fed, è salito dello 0,4% su base mensile, con il tasso annualizzato che si è attestato al 3,0%. Brad Smith, Portfolio Manager, Janus Henderson

I dati di febbraio non risentono ancora del conflitto in Iran. Nonostante un calo di un decimo rispetto al mese precedente, il Core PCE di febbraio è rimasto a un livello ben al di sopra dell’obiettivo della Fed, principalmente a causa dell’impatto dei dazi.

La spesa personale reale è stata più debole di un decimo, crescendo solo dello 0,1%, a indicare un certo rallentamento nell’attività dei consumatori.

Allo 0,5%, la crescita annualizzata del PIL reale per il quarto trimestre del 2025 è stata rivista al ribasso per la terza volta di due decimi di punto percentuale. Le cause principali di questa riduzione sono stati una diminuzione dei consumi personali e dell’attività delle imprese attraverso gli investimenti fissi.

I dati odierni indicano complessivamente che l’inflazione rimane elevata e influenzata dai dazi, mentre l’economia continua ad apparire leggermente meno robusta di quanto previsto in precedenza. Ciononostante, il mercato concentrerà maggiormente l’attenzione sui dati dell’inflazione (CPI) per marzo che verranno pubblicati venerdì e che forniranno un’indicazione più rilevante dell’impatto che lo shock delle materie prime avrà sui prezzi al consumo.

Poiché l’incertezza geopolitica rimane elevata, per il mercato non conta molto altro che la durata del cessate il fuoco, il volume delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz e, in ultima analisi, se verrà raggiunto o meno un accordo di pace permanente.

 


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Redazione

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