L’ottimismo generale emerso sulle prospettive economiche sottovaluta i costi di un’ulteriore stretta monetaria. Gilles Moëc, Chief Economist di AXA Investment Managers

 

Gilles Moëc

Il contrasto tra gli economisti – generalmente pessimisti sulle possibilità di evitare una recessione nel 2023 – e le aspettative spesso ottimistiche delle aziende è stato tangibile a Davos.

Il motivo di questo scostamento potrebbe essere legato al fatto che l’attuale inasprimento della politica monetaria, in un contesto di resilienza macro, non ha avuto finora un grande impatto. Mentre la riapertura della Cina è vista come un impulso significativo per la domanda globale – l’impatto potenzialmente inflazionistico dovuto ai prezzi delle materie prime dovrebbe arrivare solo in un secondo momento.

Ma al di là dell’abolizione delle restrizioni sanitarie, ciò che ci ha colpito al World Economic Forum è stato il modo in cui i funzionari cinesi – assenti all’edizione del 2022 – hanno cercato di rassicurare gli investitori internazionali sull’impegno di Pechino per un ulteriore rafforzamento del settore privato e della protezione dei diritti di proprietà.

Ci si chiede tuttavia se questo sforzo non sia arrivato troppo tardi. In effetti, il numero di sessioni dedicate alla diversificazione delle linee di approvvigionamento – leggi “fuori dalla Cina” – è stato impressionante.

La “rappresentanza ufficiale” americana è stata discreta: né il Presidente, né la Vicepresidente, né il Segretario di Stato si sono recati sulle Alpi svizzere. Questo potrebbe riflettere una tranquilla sicurezza a Washington DC. Unanime è stato l’apprezzamento per il ritrovato interesse degli Stati Uniti per la politica industriale, incarnato dall’IRA. Nonostante il ritorno delle problematiche politiche del Congresso, gli Stati Uniti non avevano bisogno di impegnarsi in molte attività di pubbliche relazioni.

I banchieri centrali sono stati molto seguiti a Davos. Dopo alcuni iniziali segnali dovish non confermati, la linea dei falchi ha tenuto banco. Il che ci riporta al nostro primo punto.

L‘inasprimento della politica monetaria non è finito. Abbiamo aggiornato il nostro indice delle condizioni finanziarie. Il nostro timore è che, perché la Fed si fermi rapidamente, deve poter sostenere che i tassi d’interesse reali continueranno a salire in un contesto di inflazione in calo, anche se i tassi nominali rimangono invariati, garantendo una riduzione “spontanea” della domanda. Il fatto che i tassi reali ex ante privi di rischio stiano già scendendo non aiuta.


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Redazione

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