Siamo solo agli inizi, ma finora il 2023 sembra delinearsi migliore di quanto previsto fino a poche settimane fa. Asset allocation a cura della Strategy Unit di Pictet Am
L’inflazione statunitense ha quasi certamente raggiunto un picco massimo, l’economia europea si sta dimostrando più resiliente di quanto temuto, le dinamiche dei prezzi dell’energia paiono favorevoli e la riapertura dell’economia cinese prosegue a un ritmo che ha superato anche le aspettative più ottimistiche.
Il cielo sta evidentemente iniziando a rischiararsi, ma riteniamo che sia ancora troppo presto per muoversi con decisione verso i titoli azionari. In fin dei conti, le valutazioni non sono particolarmente convenienti, gli utili societari sono ancora in una fase di stallo e la crescita globale risulterà essere, nel migliore dei casi, tiepida. Inoltre, sui consumatori statunitensi gravano ancora alcuni rischi.
Manteniamo pertanto una posizione complessiva di sottopeso in ambito azionario e di sovrappeso nell’obbligazionario, mentre aumentiamo tatticamente l’esposizione a settori quali i servizi di comunicazione.
I nostri indicatori del ciclo economico rimangono negativi per l’economia mondiale nel suo complesso, ma il quadro è meno cupo rispetto a un mese fa. Le prospettive per la Cina sono ora positive e si prevede che l’aumento dei consumi porterà beneficio all’economia. Mentre il Paese esce dai vari lockdown provocati dal COVID, si contano circa 5.000 miliardi di RMB (740 miliardi di dollari) di risparmi accumulati dalle famiglie che possono potenzialmente essere spesi.
Ciò avrà ripercussioni più ampie grazie a un aumento del commercio dei beni, una ripresa del turismo cinese e una crescita della domanda di materie prime (in particolare di metalli di base). Tra i principali beneficiari della ripresa economica cinese troviamo Hong Kong, Singapore, Corea, Vietnam e Taiwan, nonché Giappone e Australia.
Non ci aspettiamo che la ripresa della Cina possa alimentare le pressioni inflazionistiche globali, come successo con la riapertura di Stati Uniti ed Europa. Le principali differenze tra la riapertura della Cina e quella dei Paesi sviluppati sono l’assenza di trasferimenti fiscali ai consumatori cinesi durante la pandemia (in netto contrasto con gli assegni distribuiti negli Stati Uniti), la riduzione degli ostacoli lungo le catene di approvvigionamento globali, l’aumento dell’output gap in Cina e un mercato del lavoro cinese che non mostra segnali di pressione salariale.
Le nostre aspettative su un allentamento delle pressioni sui prezzi a livello mondiale sono state rafforzate dalle dimostrazioni sempre più numerose di come l’inflazione negli Stati Uniti e in Europa abbia raggiunto il suo picco, una buona notizia per gli asset più rischiosi. In Europa, ciò si è tradotto in una schiarita della prospettiva economica ben oltre le previsioni e in un miglioramento delle dinamiche inflazionistiche che ha dato una spinta notevole alla fiducia dei consumatori.
I nostri score sulla liquidità indicano l’Europa come la regione con le condizioni creditizie più restrittive tra le principali economie.
Di contro, i dati combinati statunitensi hanno fatto leggermente salire la probabilità di una recessione dall’altra parte dell’Atlantico, sebbene questo continui a non essere il nostro scenario di base. Il nostro modello suggerisce che la fase di stretta della Federal Reserve statunitense sia ormai prossima alla fine, ma un allentamento rimane poco probabile nel breve termine a causa del timore di una ripresa dell’inflazione.
Nei Paesi in via di sviluppo, nel frattempo, la liquidità è abbondante, a supporto del nostro atteggiamento positivo nei confronti dei mercati emergenti.
I nostri indicatori di valutazione segnalano il via libera per le azioni dei mercati emergenti, con Europa emergente e America Latina che paiono particolarmente convenienti.
Più in generale, guardando al mercato azionario, la nostra analisi sulle valutazioni suggerisce che, per essere significativo, ogni rialzo dovrà provenire dalla crescita degli utili societari piuttosto che da un ampliamento dei multipli. I rapporti prezzo/utili sono già aumentati con il calo dell’inflazione; di conseguenza, secondo il nostro modello di calcolo del fair value, non presentano ulteriori possibilità di rialzo per i prossimi 12 mesi.
Anche la prospettiva per gli utili societari appare poco interessante: per quest’anno prevediamo che gli utili globali restino invariati e che la crescita nei mercati emergenti sia neutralizzata da un calo in Europa.
Negli Stati Uniti si intravedono i primi segnali di una diminuzione delle revisioni al ribasso degli utili da parte degli analisti. Le aspettative per il quarto trimestre sono già molto basse ed è quindi poco probabile che gli analisti rivedano al rialzo il giudizio sulle aziende eventualmente in grado di superare le previsioni sugli utili. La guidance delle aziende resta per lo più negativa, con il pessimismo che passa dai margini ai ricavi. Fino a quando non vedremo un miglioramento di questa situazione, difficilmente aumenteremo la nostra allocazione azionaria.
Gli indicatori tecnici segnalano un rapido rimbalzo dell’appetito per il rischio. I flussi settimanali nei fondi azionari e obbligazionari dei mercati emergenti hanno raggiunto il massimo storico di 13 miliardi di dollari; forte è stata anche la richiesta di credito investment grade e high yield.
La volatilità implicita per i titoli azionari è scesa al livello più basso da quasi un anno e la domanda di opzioni call su singoli titoli è aumentata. Per contro, il sentiment sul dollaro si è deteriorato.
Redazione
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