La lunga marcia della Cina verso uno yuan internazionalizzato è segnata da varie tappe e fattori:

  • La Cina sta lavorando per posizionare lo yuan come valuta di riserva globale al posto del dollaro Usa
  • In reazione al coronavirus, la Cina non ha adeguato la sua strategia valutaria a lungo termine
  • L’impatto a breve termine del coronavirus ridurrà il PIL della Cina nel primo trimestre a circa il 4%.
  • Un previsto calo dei flussi di valuta in uscita potrebbe sostenere lo yuan, mentre le valute che dipendono dai turisti cinesi potrebbero risentirne
  • Prevediamo che lo yuan si rafforzi: per questo abbiamo avviato una posizione lunga del 4% sullo yuan offshore rispetto al dollaro, con un target price di 6,70.

Cina, misure fiscali per superare difficoltà inizio 2020

La Cina è pronta a diventare la più grande e potente economia del mondo. In linea con questo status, il paese ha bisogno di uno yuan fluttuante che si posizioni come valuta di riserva globale. Questo senza dubbio migliorerebbe ulteriormente l’integrazione dei mercati dei capitali cinesi nel sistema finanziario globale.

Le reazioni delle autorità cinesi per contenere il recente propagarsi del coronavirus con l’imposizione di quarantene, chiusura di attività e divieti di viaggio, mineranno la crescita del paese nel primo trimestre. Per limitare i danni economici, le autorità hanno allo studio misure monetarie e fiscali di supporto. Tra cui un’iniezione di 1.200 miliardi di yuan (172 miliardi di dollari) nel sistema finanziario e 300 miliardi di yuan di credito alle banche commerciali.

Le autorità cinesi potrebbero anche segnalare una politica fiscale più espansiva al Congresso nazionale del partito (NPC) a marzo. Vedremo indicazioni di quanto siano state efficaci queste misure quando la Cina segnalerà il PIL del primo trimestre a metà aprile. Per ora, malgrado gli stimoli, ci aspettiamo che il prodotto interno lordo reale del primo trimestre sia il più basso mai registrato nella storia moderna della Cina, intorno al 4%.

Ciò sarebbe coerente con l’impatto della SARS nel 2003 e, analogamente, supponendo che il virus sia contenuto in tempi brevi, lo consideriamo uno shock una tantum. Di conseguenza, ci aspettiamo che la crescita si riprenda già nel secondo trimestre, raggiungendo il 5,5% per l’intero anno.

Cina non adegua strategia yuan al coronavirus

È importante notare che la Cina non sta adeguando la sua strategia a lungo termine per lo yuan in base al coronavirus. Non vuole evidentemente che i suoi sforzi per contenere l’epidemia influenzino la strategia per uno yuan fluttuante, gestita con cura.

Mentre andiamo in stampa, il numero di infezioni da coronavirus continua ad aumentare. Aveva raggiunto più di 40.000 casi al 10 febbraio, con 910 morti. Tutti – tranne due – verificatisi nella Cina continentale. Stiamo osservando da vicino un aumento netto giornaliero delle infezioni, così come le iniziative di copertura mediatica. Diciassette anni fa, durante l’epidemia di SARS, la copertura mediatica ha fornito un’indicazione che i casi avevano raggiunto il picco massimo.

La portata della risposta della Cina al coronavirus, che sembra avere un tasso di mortalità in linea con le altre influenze di circa il 2%, è stata senza precedenti con oltre 50 milioni di persone messe in quarantena. La settimana scorsa, 11 giorni dopo l’inizio dei lavori di costruzione, e in una dimostrazione altamente pubblicizzata della capacità dell’economia di mobilitare le risorse, un ospedale da 1.000 posti letto ha aperto le porte ai suoi primi pazienti nella città di Wuhan, l’epicentro del coronavirus.

Yuan, tasso fluttuante gestito

La transizione del Paese verso una valuta più orientata al mercato è iniziata quasi 15 anni fa. Nel luglio 2005, la Cina ha rimosso il suo ancoraggio al dollaro. Le autorità rivalutarono il renminbi del 2,1%, consentendo un “tasso fluttuante gestito” rispetto a un paniere di valute non definito. Nel luglio 2008, durante la crisi finanziaria, la Cina ha nuovamente ancorato la sua valuta al dollaro prima di tornare nel 2010 a un tasso fluttuante gestito.

La banca centrale ha poi svalutato lo yuan e ha allargato il suo raggio di azione commerciale in una serie di passi. In seguito, nell’ottobre 2016, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) aggiunse il renminbi come quinta valuta (insieme al dollaro USA, all’euro, allo yen giapponese e alla sterlina britannica) per costituire i suoi Diritti Speciali di Prelievo.

I DSP del FMI possono essere utilizzati come attività di riserva, posizionando lo yuan come parte più credibile del sistema finanziario globale. Tuttavia, a differenza delle altre valute DSP del FMI, la People’s Bank of China (PBoC) fissa un punto medio per lo yuan onshore (CNY) e gli consente di operare entro una fascia del 2% da entrambi i lati di questo livello.

A investitori stranieri fa capo solo 2% obbligazionario

Lo yuan offshore, o CNH, scambia a Hong Kong, Singapore, New York e Londra, in volumi inferiori rispetto al CNY. La PBoC ha lavorato per rendere questo meccanismo quotidiano più orientato al mercato e più comprensibile al pubblico. Dal 2010, la Cina ha incoraggiato l’uso dello yuan nel regolamento delle transazioni commerciali, compreso il lancio, due anni fa, dei primi futures sul petrolio greggio denominati in yuan.

Di recente la Cina ha cercato di aumentare l’uso della valuta nelle transazioni in conto capitale, concedendo agli investitori maggiore accesso agli asset cinesi onshore, come obbligazioni e azioni.

Questo approccio ha subito un’ulteriore accelerazione quando le obbligazioni cinesi sono state aggiunte agli indici obbligazionari Bloomberg Barclays nel 2016. Nell’aprile dello scorso anno, i titoli governativi e bancari sono stati aggiunti agli indici Bloomberg Barclays Global Aggregate, e Treasury and Emerging Market Local Currency Government. Altri fornitori di benchmark dei mercati emergenti, come FTSE WGBI e JP Morgan, stanno ancora valutando se aggiungere la Cina ai loro benchmark obbligazionari o meno.

Eppure, nonostante l’offerta di diversificazione, la bassa correlazione con altri mercati e la minore volatilità,  gli investitori stranieri possiedono ancora solo il 2% del mercato obbligazionario onshore cinese (dati MSCI). Tenendo conto delle emissioni internazionali, gli attori stranieri possiedono ancora solo il 7% del mercato obbligazionario sovrano cinese.

Ambizioni internazionali cinesi passano dallo yuan

La Cina è consapevole che la sua economia ha bisogno di mercati valutari più efficienti e stabili per tagliare i costi del commercio internazionale e ridurre i rischi in fatto di tassi di cambio. Questo approccio va di pari passo con l’iniziativa cinese “One Belt, One Road” che mira a porre il Paese al centro di un polo economico paneuropeo.

Le recenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti, risoltesi per ora con una tregua di “fase 1” a dicembre, hanno sottolineato la crescente dipendenza globale dall’economia cinese. Nonostante lo scorso anno abbia registrato la crescita più lenta del prodotto interno lordo, tra quattro anni la Cina rappresenterà il 19% del PIL mondiale, contro il 17% di oggi, secondo le stime del FMI.

Il potere d’acquisto della Cina ha superato quello degli Stati Uniti sei anni fa. Sarà pari a una volta e mezzo sopra quello degli Stati Uniti entro il 2024. Il Paese ospita sette delle 20 maggiori società Internet per valore di mercato, tra cui Tencent, Alibaba, Baidu e Ant Financial. E il suo mercato obbligazionario interno è il secondo più grande del mondo dopo gli Stati Uniti.

Il ritmo dell’internazionalizzazione dei mercati cinesi è impressionante. L’indice MSCI ha aggiunto azioni cinesi soltanto due anni fa. L’anno scorso MSCI ha annunciato che avrebbe quadruplicato il numero di titoli “A” della Cina nel suo indice dedicato ai mercati in via di sviluppo.

Si stima che i flussi in entrata di investimenti stranieri per queste azioni si aggirino intorno agli 80 miliardi di dollari. Dopo l’aggiunta di titoli a media e grande capitalizzazione cinesi nel 2019, il peso della Cina nel paniere MSCI de mercati emergenti è salito dal 27% del 2017 a un terzo del totale.

dollaro yuan cambio

Posizionamento di portafoglio conseguente

Il nostro portafoglio investimenti è ben posizionato per resistere all’attuale volatilità del mercato. Siamo sottopesati nell’azionario, mentre siamo sovrappesati in strategie carry trade e deteniamo coperture in oro e in titoli di Stato statunitensi.

La recente volatilità dei mercati cinesi offre delle opportunità. Per questo abbiamo implementato una posizione positiva nei confronti dello yuan (forward). Riteniamo che la divisa sia favorita dall’allentamento delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e dal più ampio calo del dollaro previsto per quest’anno.

In concreto, dopo la tregua commerciale parziale con gli Stati Uniti a dicembre, i valori fissati dalla banca centrale cinese sul cross dollaro/yuan sembrano troppo elevati rispetto al dollaro. Se a questo si aggiunge il previsto calo dei flussi di valuta in uscita da parte dei turisti, c’è da aspettarsi un rafforzamento dello yuan.

Per tutti questi motivi, abbiamo avviato una posizione long del 4% sullo yuan offshore rispetto al dollaro, con un prezzo obiettivo di 6,70 yuan.


Avatar di Sconosciuto
Daniele Chicca

Laureato in lingue e letterature straniere all'Università di Bologna, con un anno presso la UCL di Londra, è giornalista professionista dal 2007. Partendo da Reuters si è con il tempo specializzato in finanza, economia e politica. Grazie a competenze SEO e social, ha contribuito a portare a un incremento del traffico progressivo sul sito Wall Street Italia (in qualità di responsabile editoriale). È stato inviato da New York per Radio Rai e per varie agenzie stampa, tra cui AGI e TMNews (ex Apcom). Al momento si occupa della strategia di comunicazione di alcune startup svizzere specializzate in crypto, FinTech, materie prime e mondo del lavoro.