Chris Iggo, Chief Investment Officer di AXA IM Core, BNPP AM

 

Gli Stati Uniti e Israele hanno intrapreso un’azione militare coordinata contro l’Iran, con operazioni mirate contro diverse città iraniane.

L’intenzione sembra essere quella di facilitare un cambio di regime ed eliminare qualsiasi capacità dell’Iran di sviluppare armi nucleari, ma la portata e la rapidità di tale operazione sono incerte.

La durata del conflitto dipenderà da diversi fattori, come l’entità dei danni causati all’Iran e la sua capacità di rispondere agli attacchi e controllare eventuali rivolte interne.

Chris Iggo
Secondo quanto riportato dai media, l’operazione militare è stata pianificata nei minimi dettagli.2 I vertici del governo iraniano sono stati eliminati. Sebbene in questa fase una guerra sul terreno sembri improbabile, rimangono numerose domande aperte, ad esempio se l’opposizione interna sia sufficientemente organizzata da poter costituire un governo alternativo credibile.
Qualsiasi segno di frammentazione dell’opposizione potrebbe indicare un periodo prolungato di disordini.

Le reazioni a livello macroeconomico e di mercato

Il mercato petrolifero è il punto di riferimento chiave in questa situazione. Il greggio Brent, al 2 marzo, era scambiato a circa 78,65 dollari al barile, in aumento rispetto ai 72,87 dollari del 27 febbraio e al livello di fine 2025 di 59,87 dollari.
In rialzo anche i prezzi delle altre fonti energetiche, con un aumento dei prezzi del gas naturale in Europa. Il rischio evidente è che l’aumento dei prezzi all’ingrosso dell’energia si ripercuota sugli indici di inflazione più ampi. Nel 2023, la Federal Reserve statunitense ha calcolato che un aumento permanente del 10% dei prezzi del petrolio farebbe aumentare l’indice generale dei prezzi al consumo degli Stati Uniti di circa lo 0,4% nell’arco di due trimestri.

Secondo la US Energy Information Administration, attraverso lo Stretto transitano circa 20 milioni di barili di greggio al giorno e ulteriori 11,5 miliardi di piedi cubi di gas naturale liquefatto. In termini di destinazione, i paesi che ricevono il maggior volume di greggio trasportato attraverso lo Stretto sono la Cina, l’India, la Corea del Sud, il Giappone e altre economie asiatiche, seguiti dall’Europa e dagli Stati Uniti.

Finora l’impatto sui mercati obbligazionari indicizzati all’inflazione è stato minimo. È evidente che quanto più a lungo i prezzi del petrolio rimarranno elevati, tanto maggiore sarà il potenziale impatto sulle aspettative di inflazione. Ciò potrebbe incidere anche sulla politica monetaria.
Tuttavia, finora l’impatto sulle aspettative relative ai tassi di interesse statunitensi è stato minimo. I mercati a termine continuano a scontare tre tagli dei tassi da parte della Fed entro la fine dell’anno. Dal punto di vista della crescita, un conflitto prolungato avrà probabilmente un effetto negativo sull’economia globale. I rendimenti dei titoli di Stato sono saliti, riflettendo probabilmente gli iniziali timori relativi all’inflazione.

Market outlook

Il sentiment del mercato sarà determinato in larga misura dall’entità e dalla durata potenziali del conflitto, dalla reazione delle superpotenze globali all’azione guidata dagli Stati Uniti e dall’aumento dei prezzi dell’energia.
A margine, l’impatto sulle aspettative di utili azionari sarà negativo. Tra i settori che potrebbero risentirne maggiormente figurano quello aereo, alberghiero e dell’hospitality, insieme alle imprese con esposizione diretta alla regione. Nelle ultime settimane il sentiment del mercato azionario appariva già fragile a causa dei timori relativi ai livelli di spesa in conto capitale nell’ambito dell’intelligenza artificiale.

Per i mercati obbligazionari, i fattori determinanti continueranno a essere le prospettive di crescita e di inflazione. Uno shock energetico prolungato finirà per avere un impatto negativo sulla crescita. Il che potrebbe portare a un calo delle aspettative sui tassi di interesse a lungo termine, con un possibile aumento dei break-even dell’inflazione nel medio termine.

Le obbligazioni potrebbero inoltre beneficiare degli acquisti di “beni rifugio”, anche se al momento della stesura del presente documento tale fenomeno non è ancora evidente, poiché i rendimenti in tutti i principali mercati risultano più elevati.
Nei mercati del credito, alcuni indici hanno registrato un rialzo ed è probabile che alcuni emittenti ne risentiranno. Tra i settori a rischio figurano alcuni emittenti mediorientali, banche locali ed emittenti sovrani regionali.
In definitiva, l’impatto sul mercato e a livello macroeconomico sarà determinato dalla durata e dall’intensità dell’escalation del conflitto. Il punto centrale è se la leadership iraniana rimasta al potere sarà in grado di resistere all’ambizione di un cambio di regime guidato dagli Stati Uniti. Un’ulteriore incognita è l’evoluzione della strategia di Washington. Per ora, i mercati sono in modalità risk-off, poiché vi sono molte incertezze su come si evolverà questo conflitto.

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Redazione

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