“Nel breve termine, assisteremo a un eccesso di regolamentazione, ma nel medio termine, non condividiamo la visione pessimista della “non investibilità” della Cina.” Kiran Nandra, Senior Product Specialist per il team Global Emerging Markets Equities e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management
Antefatto
Ancora una volta è la Cina a far notizia, all’interno degli asset emergenti. Dopo le restrizioni sul settore tecnologico, quello residenziale e quello dei trasporti privati, è arrivata la decisione di rendere di fatto “non profit”. Ovvero il settore dell’educazione e delle piattaforme on-line per lo studio multidisciplinare. Il motivo ufficialmente addotto è che il settore è stato “dirottato dal capitalismo”, rendendo economicamente inaccessibile per molte famiglie la possibilità di far studiare i propri figli.

Nell’ambito dell’ultimo censimento cinese, che ha evidenziato l’entità dell’invecchiamento della popolazione, il governo sembra raddoppiare i suoi sforzi per promuovere politiche a misura di bambino. Tuttavia, ciò che ha colto di sorpresa molti attori del mercato è la misura in cui il settore è stata colpito.
L’annuncio normativo si è tradotto in una riduzione totale del mercato di riferimento, che ha determinato un ulteriore crollo dei titoli del settore. Già ampiamente provati dalle precedenti restrizioni sulle piattaforme on-line. I forti cali si sono estesi a tutti i settori e nel giro di quattro giorni il settore della tecnologia cinese ha perso oltre 25 punti percentuali, l’indice HSCEI di Hong Kong (H-shares) il 12%, solo marginalmente meglio l’indice A-shares FTSE 50, -9%.
Potenziali implicazioni
Il piano quinquennale è stato chiaro sul fatto che il paese si concentrerà sul rafforzamento dei mercati interni. Per noi, questo prevede un “ritorno in patria” di società straniere quotate, nella fattispecie, un potenziale passaggio dagli ADR ai listini di Hong Kong.
Per quanto riguarda la tecnologia, la questione sembra ruotare più intorno alla conformità dei dati piuttosto che al desiderio di schiacciare l’industria.
È incoraggiante il fatto che Alibaba e Tencent abbiano partecipato al processo di redazione del documento “Misure per la gestione della sicurezza dei dati”. Ciò ci induce a ritenere che, anziché ostacolare il settore internet, il legislatore ponga l’enfasi sulle modalità in cui i dati vengono utilizzati e raccolti (ad esempio, eccessiva raccolta di dati, eccessiva monetizzazione, etc.).
Le regole antitrust sono state redatte dall’organismo di regolamentazione del mercato e, aspetto fondamentale, la bozza ha specificamente portato le società a interesse variabile (VIE) all’interno della sua sfera, determinando meno zone grigie tra società onshore e offshore. Le regole sono indirizzate a un’intera serie di comportamenti, tra cui aspetti come il ricorso a clausole di esclusività per ostacolare la concorrenza, le vendite in bundle di prodotti, il trattamento dei clienti in modo diverso in base ai dati e la sovvenzione di servizi sottocosto.
Alibaba, ad esempio, sembra aver superato la valutazione del regolatore. E ci aspettiamo presto lo stesso accada per Tencent. Abbiamo già assistito ad alcune misure come la condivisione parziale degli ecosistemi tra queste due aziende, che crediamo sia legata ad adeguamenti preventivi prima della valutazione.
Strutture delle entità a interesse variabile
La domanda che ci si pone ora è se le strutture delle entità a interesse variabile (VIE) siano il prossimo ambito a finire sotto la lente del regolatore. Certamente, alcuni dei problemi dell’IPO di Didi erano legati alla sua struttura VIE. Anche se un elemento distintivo era lo status di ADR di Didi.
In altre parole, un fattore chiave di differenziazione è da ricercare nel fatto che i listini di Hong Kong sembrano essere classificati come “offshore ma interni”. E potrebbero quindi essere trattati con più indulgenza dal regolatore, specialmente dato che Hong Kong è ora vista come parte della Cina.
Mettere fuori legge queste strutture sarebbe inoltre ancora più sconvolgente per i mercati, dato l’alto profilo delle aziende coinvolte.
Nel breve termine, è probabile che assisteremo ad un eccesso di regolamentazione. Ma nel medio termine, non condividiamo la visione pessimista della “non investibilità” della Cina.
Come abbiamo avuto modo di affermare in molte occasioni in passato, gli spostamenti tettonici (o gli shock in taluni casi) offrono sempre delle opportunità. Lo abbiamo visto quando le catene logistiche hanno cominciato a spostarsi dalla Cina verso i paesi limitrofi, un aspetto giudicato negativamente. Tuttavia, questa dinamica ha di fatto creato ulteriori opportunità in cui siamo stati in grado di investire.
Per quanto riguarda le tempistiche, a nostro avviso la visione della Cina è incredibilmente a lungo termine e strategica. Sull’orizzonte a lungo termine, l’imperativo strategico per la Cina è l’autosufficienza e la crescita in aree chiave – tra cui aree come intelligenza artificiale, infrastrutture tecnologiche di alto livello, robotica, veicoli elettrici e fonti rinnovabili, oltre alla sostenibilità nelle filiere produttive. Ci aspettiamo anche una forte attenzione sulla crescita interna.
Per molti, questo recente episodio è un altro promemoria di come il capitalismo venga reinterpretato in chiave cinese. E per molti osservatori occidentali la predilezione del bene collettivo rispetto al benessere individuale è una sorpresa.
Redazione
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