Decennale Usa: per ora meglio rimanere corti in duration

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Intervista a Luca Pantaloni, head of ABS/CLO management di P&G SGR

Gli ultimi dati confermano la corsa al rialzo dell’inflazione Usa. Secondo le vostre stime dove potrebbero spingersi i rendimenti del Treasury decennale nei prossimi mesi?
Luca Pantaloni

Con i recenti progressi sul piano vaccinale e la riapertura delle attività, la ripresa economica negli Stati Uniti è sicuramente in atto. Ma la sua evoluzione rimane decisamente incerta.

È proprio da questa incertezza che derivano stime di una inflazione solo temporanea che difficilmente sposteranno nel breve l’atteggiamento “dovish” e accomodante della FED.

Una FED che si palesa pronta a voler mantenere e assicurare condizioni di finanziamento favorevoli e costanti fino al concludersi del periodo pandemico. Anche in caso di “overshooting” dell’inflazione sopra il target del 2%.

Le posizioni e politiche ancora ultra-espansive di Biden e della FED, contrastanti con i primi dati di effettiva ripresa e aumento dei prezzi (CPI al 4,2% in Aprile YoY), stanno creando un forte nervosismo sul mercato.

Sicuramente l’arrivo graduale dell’inflazione deve essere visto come fisiologico e inevitabile di fronte a una vera e sana ripresa economica. Ma quello che temono gli operatori è un’accelerazione non controllata dell’inflazione. E tutti sappiamo che al mercato non piacciono gli strappi.

Soprattutto lì dove si percepirà una Fed “behind the curve” rispetto al vero surriscaldamento dei prezzi degli assets e delle commodities, il mercato si muoverà in anticipo, dando vita a un rialzo dei tassi nominali sul secondario, già ben visibile nei recenti “spikes” del treasury yields che si sono registrati in quest’ultimo periodo.

A mio avviso, nel secondo semestre del 2021 potrebbero esserci ulteriori momenti di volatilità che dovrebbero portare i rendimenti del Treasury decennale vicino al 2%. In particolare in concomitanza con la pubblicazione di singoli dati incoraggianti dell’economia: siamo tornati al paradigma “good news/bad news”, dove un dato di crescita oltre le stime degli analisti farà sempre pensare a una ripresa economica in forte accelerazione, con conseguente inflazione in salita, aumenti di volatilità nel breve e momentanee fasi di “risk-off” del mercato.

Le politiche fiscali e monetarie in atto, unite alla ripresa, sono sicuramente pro-inflazione. Ma si devono scontrare sia con le ferite profonde causate dal Covid (che in determinati settori saranno più lente a rimarginarsi) sia con le caratteristiche disinflazionistiche ormai radicate nell’economia, come ad esempio i fattori demografici, tecnologici e di globalizzazione.

La parola “tapering” e lo spettro di un rialzo dei tassi già iniziano a incutere timore e a circolare nelle discussioni interne della Fed. Ma risultano difficili dal materializzarsi in maniera decisa se in assenza di una significativa inflazione anche nei salari.

Per un investitore europeo che voglia incrementare gradualmente la propria esposizione ai titoli di stato Usa, quali indicazioni ritenete opportune in termini di duration, tipologia di titoli (tasso fisso o legati all’inflazione) ed esposizione al rischio di cambio?

Nei prossimi mesi il mercato dei treasury sarà “data driven” e dominato dal “wording” della banca centrale più che da azioni concrete di riduzione degli acquisti e aumento dei tassi.

Prevedendo nel breve possibili ulteriori picchi transitori nei rendimenti dei decennali US che potrebbero portare il tasso del 10Y a ridosso del 2% con conseguente rafforzamento del dollaro, una strategia può consistere nel rimanere al momento corti in duration unitamente all’investimento in titoli inflation-linked (TIPS). In attesa di rientrare successivamente, durante le sacche di volatilità e le impennate dei tassi nominali, con posizioni long sui treasuries decennali e short sul dollaro.

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