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La storia di questi mercati mostra una scarsa correlazione con gli indici dei paesi sviluppati ed emergenti. Johannes Loefstrand, gestore del fondo T. Rowe Price Funds SICAV – Frontier Markets Equity, T. Rowe Price

 

 

In una fase in cui si discute molto degli elevati livelli di valutazione raggiunti da alcuni indici azionari, i mercati di frontiera presentano valutazioni meno care. Parallelamente al ratio P/e, quali sono a vostro giudizio i fattori che rendono l’asset class appetibile?

 

L’asset class dei mercati di frontiera è interessante per diversi motivi, che a volte non sono totalmente apprezzati dall’industria più in generale.

 

Innanzitutto, sebbene rappresenti solo una piccola parte della capitalizzazione dei mercati globali, l’universo dei mercati di frontiera copre più di un terzo della popolazione mondiale e quasi un sesto del Pil globale. Un’allocazione su questa parte del mondo, quindi, offre sicuramente “completezza” ai portafogli di coloro che mirano ad avere un’esposizione globale.

In secondo luogo, questo insieme di economie genera una crescita del Pil più elevata rispetto a quella dei mercati emergenti e sviluppati e con un rapporto debito/Pil inferiore. Per esempio, 17 delle 20 economie che sono cresciute più velocemente negli ultimi 10 anni sono mercati di frontiera.

In terzo luogo, la selezione attiva e l’enfasi sui fondamentali ci permette di individuare le aziende meglio posizionate che operano in settori che crescono più rapidamente rispetto al Pil reale. È interessante notare che queste società vengono scambiate su livelli favorevoli poiché i mercati azionari su cui sono quotate sono spesso molto inefficienti.

 

Infine, i mercati di frontiera storicamente hanno avuto una bassa correlazione ai mercati emergenti e sviluppati. Questo è uno dei motivi per cui i multipli P/E in aggregato sono al momento inferiori rispetto a quelli di Paesi emergenti e sviluppati, nonostante crescita reale e ROE restino più elevati (sulla base dei relativi indici MSCI a fine 2020).

I mercati di frontiera hanno avuto un recupero meno forte rispetto ad altri mercati azionari dopo il brusco rallentamento di marzo 2020, nonostante la crisi globale non abbia avuto effetti importanti sulla traiettoria di lungo termine di gran parte di questi Paesi.

Bassi livelli di capitalizzazione, instabilità politica, valute inclini alla volatilità estrema o alla svalutazione rappresentano alcuni elementi di rischio per coloro che investono nell’asset class. In questa fase di mercato quale fattore di rischio ritenete più pericoloso?

 

Pur essendo molto attenti ai rischi macro, riteniamo che spesso tali considerazioni siano ugualmente valide per molti mercati emergenti, come Russia, Sudafrica e Brasile.

 

A mio avviso, guardando avanti, i principali rischi probabilmente riguarderanno l’amministrazione di queste economie in rapida crescita e spesso fragili. Il nostro fondo si focalizza prevalentemente su quelle società dinamiche che hanno visto un chiaro decollo della crescita economica strutturale, pur mantenendo una gestione prudente del bilancio fiscale e commerciale.

Detto ciò, naturalmente riconosciamo il fatto che i cicli di business spesso sono volatili, essendo in una fase iniziale di sviluppo. Di conseguenza, il nostro team sull’azionario dei mercati di frontiera lavora a stretto contatto con i colleghi che coprono il debito sovrano, per monitorare costantemente qualsiasi potenziale rischio macro a livello di portafoglio. Questa cooperazione rappresenta una parte cruciale del nostro processo e della nostra gestione del rischio.


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Rocki Gialanella

Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.