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Giappone, Suga non è Abe

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Giappone, Suga non è Abe

a cura di Pinuccia Parini

Il consenso popolare nei confronti di Yoshihide Suga, primo ministro giapponese, è in flessione. Le motivazioni sono diverse: dai vari scandali che lo hanno indirettamente coinvolto a quelli che hanno toccato membri dell’esecutivo, sino alle critiche sulla gestione della pandemia. La sua nomina, lo scorso settembre, era avvenuta nell’onda della continuità con il precedente governo guidato da Shnizo Abe, di cui Suga è stato il braccio destro. Ciononostante, come evidenziato da Charles Crabtree e Kiyoteru Tsutsui in “Five ways in which Japan’s new Prime Minister Suga is different from Abe”, tra i due uomini politici esistono differenze sostanziali.

Molte differenze 

In primo luogo, il background personale del nuovo primo ministro è nettamente diverso da quello del suo predecessore. Mentre Abe proviene da una delle dinastie politiche più importanti del Giappone, Suga si è fatto da solo, senza alcun pedigree di rilievo, e ciò gli conferisce un atteggiamento estremamente pragmatico nell’affrontare le situazioni. La seconda differenza è il distacco di Suga da ogni impegno ideologico, aspetto che contrasta con il dichiarato spirito nazionalista di Abe. In terzo luogo, proprio per la sua origine e il suo curriculum, non gli appartiene lo spirito che ha caratterizzato Abe, soprattutto nel “flirt” iniziale con i mercati finanziari per promuovere la sua politica. La quarta differenza è che Suga non appartiene ad alcuna fazione del Liberal democratic party (Ldp): ciò lo lascia esposto alle critiche interne e può diventare una debolezza nei momenti di difficoltà. Infine, e questa è l’altra grande diversità con il suo predecessore, l’attuale premier non è una figura che si è distinta sul palcoscenico della politica internazionale. Suga ha un compito non facile: continuare a promuovere l’Abenomics, di cui egli stesso è stato fautore, con le riforme strutturali ancora da completare o attuare e con la pandemia da contrastare. 

La mediocre crescita del Pil

Le stime del Fmi prevedono un’economia globale in ripresa del 6% per il 2021 e del 4,4% nel 2022, con il Pil giapponese che è stimato rispettivamente a +3,3% e +2,5%, sotto i livelli di Usa ed Eurozona. L’inflazione continua a essere lontana dal 2%, target della Banca centrale, con il governatore Kuroda che ha dichiarato che non sarà raggiungibile prima del 2024. L’amministrazione Suga dovrà anche fare fronte, da un lato alla ristrutturazione delle aziende che, a causa della pregressa contenuta redditività, sono state maggiormente colpite dal Covid-19, dall’altro alla promozione di imprese nuove e innovative per una crescita sostenibile del Paese. 

Come sottolinea Shinichi Fukua, professore alla Tokyo University (https://www.jiia.or.jp/en/ajiss_commentary/an-assessment-of-abenomics-and-challenges-for-the-suga-administration.html), non si tratta solo di rivedere le tariffe per la telefonia mobile o di promuovere l’integrazione e l’aggregazione delle banche regionali, ma anche di riformare una vasta gamma di settori tra cui il manifatturiero, la vendita al dettaglio, i trasporti, le energie rinnovabili, la sanità e l’agricoltura, ponendo una grande enfasi sull’utilizzo della tecnologia. Proprio per quest’ultima ragione, il governo Suga ha in programma di creare un’agenzia digitale per facilitare lo scambio di informazioni. 

C’è poi la necessità di rivitalizzare le economie locali, penalizzate dall’eccessiva concentrazione delle attività nell’area metropolitana di Tokyo, soprattutto in un momento in cui si sono diffuse nuove forme di flessibilità nel mondo del lavoro. È indubbio che un conto è parlare di riforme strutturali e un altro è avviarle, soprattutto quando i vantaggi nel breve non sono visibili e, sul piano politico, non così immediate da trasformarsi in consenso popolare. 

Da questo punto di vista, è possibile che il pragmatismo di Suga possa essergli di aiuto nel perseguire questi obiettivi e ottenere buoni risultati, anche se la mancanza di un forte sostegno all’interno del Ldp potrebbe creargli qualche ostacolo. Il primo ministro vorrebbe semplificare il meccanismo decisionale svuotando la burocrazia statale dal peso che ha nella gestione delle decisioni governative. Quest’ultima, invece, fa sentire il suo ruolo legandosi alle correnti del Ldp più conservatrici e nazionaliste, quelle che costituivano il nocciolo duro dei sostenitori di Abe. L’attuale premier, invece, è per la tecnocrazia a supporto dell’azione di governo, ritenendo che l’apporto di competenze tecniche nei vari settori possa ben indirizzare e facilitare le riforme. Burocrati versus tecnocrati è la sfida sotterranea che corre all’interno del maggiore partito giapponese.

Basso consenso popolare

Ciò che potrebbe rendere ancora più difficile la realizzazione delle riforme è il basso consenso popolare, di poco superiore al 30%, che pone il primo ministro in una posizione molto delicata, in vista anche dei prossimi confronti elettorali. Nonostante sia prematuro dare un giudizio sul suo operato, va detto che Suga non si è particolarmente distinto, né per le sue supposte capacità di tecnocrate della politica, né nel contrastare la diffusione del Covid-19. Lo scenario politico per il premier rimane in salita. Una parte della stampa gli addebita di avere sperperato l’eredità di Abe, rimproverandogli una non efficace gestione della pandemia, l’infelice decisione di introdurre l’iniziativa “Go To Travel” (il piano per stimolare le economie locali incoraggiando le persone a viaggiare sul territorio nazionale poi sospesa) e la complessa gestione delle Olimpiadi. Giudizi forse un po’ severi, visto la contingenza del momento.

La politica internazionale

Per quanto riguarda, invece, la politica estera, Suga si sta muovendo esattamente nella stessa direzione di Abe, continuando gli sforzi diplomatici per mantenere l’ordine internazionale liberale in Asia e ribadendo il ruolo cardine dell’alleanza con gli Stati Uniti, anche se con un profilo più defilato e non con gli stessi toni nazionalistici. Egli sembra mostrare maggiore cautela rispetto ai conflitti con la Corea del Sud e la stessa Cina. Se per quest’ultima verbalmente desidererebbe che gli Usa usassero un pugno più duro, dall’altro preferirebbe non seguirli nell’applicazione di politiche sanzionatorie, per timore di contraccolpi economici per il Giappone. Ma, a dire il vero, la politica delle sanzioni non trova terreno fertile in tutta l’Asia. 

Con il cambio della presidenza negli Usa, il ruolo del Giappone è diventato ancora più importante nella regione e forse non è un caso che Suga sarà il primo leader straniero a incontrare fisicamente l’inquilino della Casa Bianca. Dall’insediamento di Biden, si è steso un nuovo accordo che disciplina il dispiegamento di truppe americane in Giappone, i cui colloqui erano stati bloccati da Trump. Entrambi i paesi hanno poi rilasciato un comunicato stampa in cui hanno messo in guardia la Cina per il suo comportamento, laddove risulti incompatibile con l’ordine internazionale esistente. 

Accordi commerciali

Il Giappone ha avuto un ruolo importante negli ultimi anni nel Far East, soprattutto quando gli Stati Uniti, nel perseguire l’unilateralismo di Trump, si sono quasi ritirati dall’Asia, con la decisione di uscire dall’accordo Trans Pacific Partnership (patto commerciale di libero scambio firmato da 11 paesi dell’Asia, dell’America e dell’Oceania ridenominato poi Cptpp). Tokyo non solo ha mantenuto in vita questo accordo, siglato nel 2018 ma, lo scorso anno, ha anche sostenuto il partenariato economico globale regionale, un patto di libero scambio tra 15 paesi dell’Asia orientale tra cui Giappone, Cina, Corea del Sud, Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), Australia e Nuova Zelanda: il Regional comprehensive economic partnership (Rcep). Il Rcep è un accordo globale che riguarda la liberalizzazione del commercio e degli investimenti, con l’eliminazione di una serie di tariffe e l’abbattimento delle barriere doganali per semplificare gli scambi commerciali tra i paesi aderenti. 

Per il Giappone, l’adesione al trattato ha una grande importanza economica, perché crea una zona di libero scambio tra Cina e Corea, che sono la seconda e la terza destinazione di esportazione del Giappone dopo gli Stati Uniti.  Inoltre, quando verranno stabilite le regole per gli scambi di servizi, investimenti, proprietà intellettuale, appalti pubblici, commercio elettronico e altre aree, le attività delle società giapponesi nell’Asia orientale avranno la possibilità di espandersi, tutelate dalle pratiche sleali di cui erano state vittime in passato, in particolare in Cina. Inoltre, il Rcep ha creato un ambiente che facilita la costruzione di catene di approvvigionamento con Cina e Corea del Sud in aggiunta all’Asean (rif. Urata Shujiro, “The Growing Role of Japan in Economic Integration in the Asia-Pacific Region as US Involvement Declines-https://www.japanpolicyforum.jp/economy/pt20210311155425.html). 

Per Tokyo il Tpp e il Rcep sono accordi di vitale importanza per continuare a crescere, visto il basso tasso di natalità del Paese e l’invecchiamento della sua popolazione, in un contesto dove il Sol Levante soffre per il ruolo sempre più da protagonista della Cina da un lato e dall’altro paga lo scotto di relazioni con le altre nazioni asiatiche viziate o da contrasti storicamente non ancora completamente risolti o dalla mancanza di una chiara presa di posizione in difesa dei diritti umani in Asia.  

Il futuro e le sue incognite

L’incontro a Washington tra Biden e Suga (previsto per il 16 aprile) e le decisioni che saranno prese, in particolare nella gestione delle relazioni con la Cina, avranno un peso politico importante. Il primo ministro giapponese dovrà confrontarsi con l’ala più conservatrice del suo partito che, nonostante tutto, ha sempre cercato di mantenere uno stretto legame con l’ “Impero di mezzo”.  Anche questo sarà un aspetto che Suga dovrà affrontare e decidere se sia necessario un cambio di passo, visto il sempre maggiore protagonismo cinese. 

Altra questione importante, per gli Stati Uniti, è una distensione dei rapporti tra Giappone e Corea del Sud, che faciliterebbe il rafforzamento di un’alleanza diplomatica all’interno della regione con il patrocinio americano: finché il Giappone e la Corea rimarranno preoccupati per le questioni bilaterali, sarà politicamente difficile rafforzare la necessaria cooperazione strategica e di sicurezza tra i tre stati. Sarà Suga in grado di cogliere questa sfida? L’incontro con Biden potrebbe essere un’occasione per rilanciare la sua figura e generare consenso all’interno del Paese, soprattutto in questo momento di fragilità, dove si rincorrono le speculazioni sulla possibilità che il suo mandato finisca prima del previsto. 

I giornali giapponesi parlano dell’ascesa di Taro Kono, ministro per le riforme, molto attivo sui social media e, soprattutto, sostenuto da correnti di peso all’interno dell’Ldp. In tempi in cui la comunicazione è sempre più importante, Suga non si presenta come un politico moderno e, a differenza di Abe, non gestisce la propria immagine pubblica attraverso un team di comunicazione, dando di sé una rappresentazione che a volte risulta inadeguata, anche nelle rare apparizioni sui network. Inoltre, non avere imbastito un vero dialogo con le parti sociali lo mostra deficitario di spirito riformatore e lo pone in cattiva luce all’’interno del Ldp. 

Nei prossimi mesi dovrà affrontare una serie di banchi di prova: le elezioni che si terranno in luglio per la Tokyo Metropolitan Assembly, quelle a fine settembre quando si voterà per la presidenza del Ldp e le consultazioni per il rinnovo della Camera dei rappresentati. Per il momento Suga, alle prese con la gestione del virus, dovrà impegnarsi affinché la sua voce risuoni con maggiore vigore tra la popolazione perché l’appuntamento di luglio rischia di essere dirimente per il suo futuro di primo ministro.

leggi il numero 133 di Fondi&Sicav magazine

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