La view d’investimento di Eurizon

 

Lo scoppio delle ostilità tra USA-Israele e Iran dal 28 febbraio ha riportato il Golfo Persico al centro dell’attenzione dei mercati. L’escalation militare ha generato uno shock di offerta causato dal blocco dello Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo da cui passa circa un quinto dell’offerta globale di petrolio e di gas.

Dopo l’uccisione di Ali Khamenei, la rappresaglia iraniana ha colpito il traffico marittimo con attacchi a navi cargo e il minamento di alcuni tratti navigabili, rendendo impossibile il transito regolare e facendo aumentare i costi assicurativi su livelli insostenibili. Parallelamente sono state coinvolte importanti infrastrutture energetiche sia dei Paesi alleati agli Stati Uniti che dell’Iran, con una perdita di offerta stimata intorno a 8-9 milioni di barili al giorno (mbg) su un totale di 20 21, a cui si aggiunge il blocco totale del gas dal Qatar.

Il petrolio è tornato rapidamente sopra i 100 dollari al barile a seguito dell’inversione dell’equilibrio tra domanda e offerta, che a inizio 2026 prevedeva un surplus di 2-3 mbg, mentre ora i mercati stimano un deficit tra 4 e 6 mbg. In questo scenario, in base al semplice confronto domanda/offerta, il prezzo del greggio potenzialmente potrebbe raggiungere i 150 dollari.

Nonostante lo shock, la reazione dei mercati non presenta ancora tutti i segnali tipici di una crisi energetica sistemica.

Un primo fattore di contenimento è arrivato il 9 marzo dall’International Energy Agency (IEA), che ha avviato un rilascio coordinato tra Paesi di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche. Una quantità record che, agli attuali livelli di deficit, potrebbe coprire teoricamente da uno a due mesi di tensione.

Un secondo elemento cruciale emerge dall’analisi della curva dei futures sul petrolio: i contratti a lunga scadenza mostrano un calo dei prezzi e una successiva normalizzazione verso i 65-70 dollari. Ciò suggerisce che il mercato interpreti lo shock attuale come un fenomeno di breve-medio periodo, con un impatto potenzialmente circoscritto nel tempo. Anche le previsioni su domanda e offerta, esclusa l’ipotesi di deficit prolungato, propendono per una normalizzazione e per un ritorno al surplus.

Un terzo elemento, di carattere più propriamente politico, riguarda il mercato interno USA dove la permanenza prolungata dell’indice WTI al di sopra dei 90-95 dollari danneggerebbe gravemente il consenso dell’amministrazione in carica. In vista delle elezioni di Midterm, Trump ha necessità di risolvere la crisi in tempi brevi.

L’Europa affronta questo shock in condizioni diverse rispetto alla crisi energetica del 2022.

energia

Dal 2021 le importazioni UE di gas dalla Russia sono scese dal 40-45% al 12-13% di fine 2025 con obiettivo di azzerarle entro il 2027. Primo fornitore, sul totale, è diventata la Norvegia (30%) e gli USA sono in costante crescita (25%).

La quota importata da parte dell’UE dal Qatar è bassa, intorno al 6%, e riguarda solo gas GNL via nave (che pesa circa il 50% sul totale delle importazioni di gas UE). Nonostante il peso del GNL importato dal Qatar sia limitato, nella formazione del prezzo europeo ha un impatto maggiore. Questo, insieme ad altri fattori, ha contribuito allo shock al rialzo sul prezzo dell’indice ufficiale del gas che è aumentato del 70% circa da inizio crisi.

Ulteriori rialzi del prezzo del gas, legati alla produzione dei Paesi del Golfo Persico, sono possibili a livello globale, ma a livello europeo il rischio di una dinamica speculativa simile al 2022 è ridotto, grazie all’espansione dei rigassificatori, all’aumento delle scorte e a una gestione più prudente degli stoccaggi.

Sul petrolio, la posizione europea appare più protetta grazie alla maggiore diversificazione geografica delle importazioni: Stati Uniti, Norvegia e Kazakistan coprono oggi circa il 45% del greggio importato dall’UE.

La variabile chiave di questa crisi è la durata del blocco dello Stretto e la portata della riduzione dell’offerta energetica di petrolio e gas, considerando che per normalizzare i flussi e ripristinare la produzione ci vorranno settimane, se non mesi.

Se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi, il margine garantito dalle riserve strategiche inizierebbe rapidamente a ridursi. Le alternative logistiche (terrestri) possono assorbire soltanto una quota limitata dei volumi persi, stimata tra il 30% e il 40%. Nulla, però, vieta ulteriori rilasci di riserve strategiche.

Finché il deficit energetico resta percepito come temporaneamente compensabile, il prezzo rifletterà uno shock energetico considerato gestibile. A livello globale altre aree stanno subendo conseguenze anche più significative dell’Europa (il gas in Asia ha registrato rialzi superiori a quelli europei); pertanto, è probabile che le pressioni per una risoluzione del conflitto saranno più intense rispetto alla crisi energetica del 2022.

In caso di caro energetico prolungato, con impatti a livello di aumento delle pressioni inflazionistiche e rallentamento della crescita globale, nella fase attuale appare più probabile uno scenario con Banche Centrali che preferiscono tassi fermi piuttosto che un ritorno a una vera nuova fase restrittiva.


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Redazione

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