La resilienza dell’economia Usa alla politica monetaria restrittiva della Fed lascia ipotizzare un atterraggio morbido. Jan Hatzius, chief economist e head of global investment research di Goldman Sachs

Durante la Mid-Year Investment Outlook tenutasi lo scorso luglio, Jan Hatzius, chief economist e head of global investment research di Goldman Sachs, interrogato su quali siano le attese per l’economia americana, ha affermato che si attende un soft landing.

La banca d’affari americana ha di recente abbassato la probabilità che l’economia statunitense entri in recessione nei prossimi 12 mesi dal 25% al 20%, il minimo da un anno a questa parte. Il motivo principale è che, sempre secondo Hatzius, l’economia continua a sembrare abbastanza resiliente. Si sta attraversando un periodo di bassa crescita tendenziale, che è necessaria per eliminare gli squilibri avuti dopo il Covid.

Tuttavia, il mercato del lavoro è ancora robusto e si è registrato un notevole rimbalzo della crescita del reddito personale disponibile reale, che cresce di circa il 4% su base annua. Infine, la politica monetaria restrittiva sta esercitando un minor freno sulla crescita. Lo si può rilevare se si guarda al mercato delle case, dove il rallentamento della fine 2022 è gradualmente calato. Nei confronti della tesi che sostiene che la recessione sia necessaria per riportare l’inflazione sotto controllo, Hatzius argomenta che l’indice dei prezzi al consumo è già in un netto trend discendente, soprattutto in segmenti di cui è facile prevedere l’andamento (ad esempio le auto usate e i prezzi dei servizi sensibili alla manodopera).

Inoltre, se si guardano ai paesi che nel 2021 sono stati più celeri nell’alzare i tassi d’interesse, in particolare nei mercati emergenti, si può notare come l’inflazione abbia fatto registrare una decelerazione significativa negli ultimi mesi. Ciò fa ben sperare che lo stesso possa succedere, sia negli Usa, sia nelle altre economie avanzate.

L’economista, ha toccato anche il tema dell’intelligenza artificiale (Ai) e sui suoi effetti sulla crescita di lungo termine, che rimangono difficili da predire. Ciononostante, l’opinione è che gli impatti possano essere considerevoli, perché l’Ai generativa sostituirà molte dell’attività non così creative, come la compilazione di moduli, la costruzione di modelli di routine, alcune parti di codifica, la scrittura delle e-mail che, probabilmente, alla fine, saranno facilmente sostituite o, per lo meno, notevolmente migliorabili dall’intelligenza artificiale.

Secondo le stime di Goldman Sachs, si potrebbe arrivare a rimpiazzare fino al 25% delle attività lavorative attuali o delle ore di lavoro nell’arco di 10 o 15 anni. E se ciò fosse possibile, allora si avrebbe un notevole aumento della produttività del lavoro. La stima di base nello scenario centrale, adottato dalla banca americana, è di un punto e mezzo di crescita della produttività del lavoro in più, paragonabile agli incrementi a loro tempo causati dall’introduzione del Pc e dalla rivoluzione internet negli anni Novanta e dell’elettricità negli anni ’20.

L’economista sottolinea che c’è ancora molta incertezza sul tema. Infatti, non sia sa quanto l’Ai sarà potente e quanto le aziende saranno capaci di incorporarla nei processi lavorativi quotidiani e non si conosce quanto durerà il periodo di adozione. L’ipotesi fatta è che dovrà passare ancora qualche anno prima di vedere riportato nelle statistiche l’effetto prodotto dall’Ai. Infine, lascia aperto un altro quesito, relativo a come verrà utilizzato il tempo di lavoro che viene liberato grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e cosa succederà a coloro che si troveranno senza più mansioni da svolgere.

La storia insegna che, con il tempo queste persone vengono reintegrate, come è successo durante le passate rivoluzioni produttive e tecnologiche. Ma, naturalmente, c’è una questione di quanto velocemente tale reinserimento possa accadere e quanto la stessa società si adoperi perché ciò avvenga.


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Redazione

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