Inflazione Usa: anche alla luce dei dati migliori del previsto, la Fed si trova di fronte a un grave dilemma per le prossime riunioni. John Kerschner, Global Head of Securitized Products and Portfolio Manager di Janus Henderson Investors

I dati sull’indice dei Prezzi al Consumo (CPI) sono risultati in linea con le aspettative, tenuto conto dell’aumento dei prezzi dell’energia causato dal conflitto con l’Iran. Sebbene il dato complessivo abbia registrato il valore più alto dal giugno 2022, attestandosi allo 0,87%, tale cifra è risultata leggermente inferiore alle previsioni dell’1,0%. Questo dato su base mensile corrisponde a un valore su base annua del 3,29%. Al contrario, il dato relativo al CPI core si è attestato a un modesto 0,20%, portando il dato su base annua a un ragionevolmente contenuto 2,60%.
La Fed ignorerà questa anomalia, si spera di breve durata, nei dati sull’inflazione o prenderà effettivamente in considerazione un aumento dei tassi quando la crescita economica sembra in qualche modo in stallo?
La risposta sta ovviamente nella durata del conflitto, che, onestamente, nessuno può prevedere con precisione in questo momento. Quello che sappiamo è che, anche se lo Stretto di Hormuz si riaprisse oggi, i prezzi dell’energia rimarranno elevati per mesi e potenzialmente per anni a venire.
Attualmente il mercato obbligazionario ci sta dicendo che la Fed continuerà a tenere un tono duro sull’inflazione, ma con azioni molto limitate. I mercati stanno scontando lo status quo sui tassi dei Fed Funds per almeno le prossime dieci riunioni della Fed.
Tuttavia, gli operatori di mercato dimenticano a loro rischio e pericolo l’euristica secondo cui un aumento del 10% dei prezzi del petrolio fa salire il CPI complessivo di 25-30 punti base e quello core di 4-5 punti base. Se il petrolio dovesse rimanere a questi livelli, superiori del 40-50% rispetto a quelli pre-Iran, per un periodo di tempo considerevole, ci troveremmo di fronte a dati CPI complessivi che potrebbero superare il 4% e persino a dati dell’CPI core intorno al 3%, vanificando gran parte dei progressi compiuti dalla Fed sull’inflazione negli ultimi quattro anni.
Redazione
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