La ripresa è intatta?

L’inizio e la fine del primo trimestre 2021 presentano forti analogie. I rendimenti dei Treasury hanno continuato a salire in previsione di un nuovo pacchetto fiscale negli USA. E diversi mercati azionari globali hanno fatto segnare nuovi massimi storici. Tale andamento si deve certamente anche al netto recupero dell’economia globale rispetto all’inizio della pandemia, un anno fa.

Ma possiamo dire che la ripresa sia intatta?

Gli indicatori anticipatori, come i PMI di Stati Uniti e area euro, si attestano nettamente al di sopra delle medie di lungo periodo. In Europa hanno persino raggiunto nuovi record assoluti nonostante la lentezza delle campagne vaccinali nell’UE e i lockdown più severi imposti in alcuni Paesi.

Al contempo, gli indicatori anticipatori dei mercati emergenti dell’Asia segnalano che la ripresa è ancora in corso, benché nel breve periodo sia probabile un incremento delle distorsioni sul fronte dell’offerta. E che costi della produzione e prezzi di vendita potrebbero registrare nuovi incrementi.

In questo momento nessuno sembra pensare a una fine imminente della ripresa trainata dagli USA, la più robusta del secondo dopoguerra. Il sentiment migliora e la mobilità aumenta con l’avanzare delle vaccinazioni. Tali sviluppi dovrebbero giovare al settore dei servizi nel prossimo futuro, anche se rimarranno delle differenze a livello geografico.

Anche in questo caso sono gli Stati Uniti a trainare la ripresa, come si evince dall’ultimo indice ISM relativo ai servizi, che ha toccato il massimo storico dall’inizio della pubblicazione (nel 1997). E dal report sul mercato del lavoro USA della scorsa settimana. A marzo gli analisti hanno corretto più volte le previsioni su crescita e inflazione (soprattutto per quanto riguarda gli USA) alla luce dei progressi sul fronte macroeconomico e il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al rialzo le stime di crescita per l’anno in corso (al 6% contro il 5,5% di gennaio).

I mercati azionari mondiali dovrebbero rimanere ben supportati, grazie al nuovo pacchetto fiscale multimiliardario approvato negli Stati Uniti, alle politiche monetarie estremamente accomodanti a livello internazionale e ai progressi nelle vaccinazioni di massa.

Al ritmo attuale di 3,1 milioni di iniezioni al giorno, il 75% della popolazione adulta degli Stati Uniti avrà ricevuto il vaccino entro metà giugno. Al contempo, le attese inflazionistiche hanno raggiunto nuovi massimi sulla scia del rincaro delle commodity. Attualmente il tasso USA breakeven a 10 anni si attesta al livello più elevato dal 2013. E in base al sondaggio dell’Università del Michigan le attese circa l’inflazione a 5-10 anni sono più alte che in qualsiasi altro periodo dal 2015 a oggi.

Probabilmente quindi nelle prossime settimane gli investitori presteranno particolare attenzione alle politiche delle banche centrali. Hanno già iniziato a rivedere le previsioni sui tassi di interesse a medio termine per USA, Regno Unito e diversi Paesi emergenti (Turchia, Brasile, Russia). In ogni caso, un moderato rialzo dei rendimenti obbligazionari è un buon segno, poiché è conseguenza di un’accelerazione della crescita.

La settimana prossima

All’inizio della settimana l’attenzione degli investitori USA sarà catalizzata dall’inflazione dei prezzi al consumo (core) (martedì) e dalle esportazioni, in particolare dai prezzi all’importazione (mercoledì). Per giovedì sono attesi diversi dati rilevanti relativi agli Stati Uniti: vendite al dettaglio e produzione industriale, oltre a due importanti indicatori anticipatori, l’Empire State Index e il Philly Fed Index, che probabilmente confermeranno lo slancio dell’economia americana.

Venerdì l’indice (preliminare) della fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan potrebbe ribadire la maggior fiducia dei consumatori USA nei confronti dell’economia.

Nell’area euro è prevista la pubblicazione di un numero inferiore di dati. Gli unici degni di nota sono gli indici ZEW dell’Eurozona e della Germania (entrambi attesi per martedì) e la produzione industriale (mercoledì).

Le statistiche sulla produzione industriale del Regno Unito saranno rese note lunedì. Più corposi i dati riguardanti l’Asia.

Martedì conosceremo i dati commerciali relativi alla Cina, che evidenzieranno ancora una volta l’importanza del Paese per gli scambi globali. Si prevede un netto aumento delle esportazioni. Anche se i dati a/a potrebbero risultare un po’ distorti.

Le importazioni potrebbero invece risentire della robustezza del renminbi e della ricostituzione delle scorte dopo il capodanno lunare. Venerdì saranno pubblicati i dati sull’attività di marzo. E, soprattutto, il PIL relativo al primo trimestre 2021. Alla luce della solida attività di gennaio e febbraio e dell’ulteriore accelerazione evidenziata dai recenti indici PMI, non escludiamo sorprese positive.

Il rialzo di numerosi indicatori anticipatori e del sentiment, suggerisce che i tassi di crescita del PIL nel resto dell’anno potrebbero superare di gran lunga il potenziale. La ripresa dovrebbe quindi rimanere intatta.

Tuttavia, i dati aggregati potrebbero nascondere qualche turbolenza.

Tale ipotesi è confermata dagli indicatori tecnici, i quali segnalano che le azioni globali potrebbero risultare ipercomprate a seguito della recente ripresa, soprattutto negli Stati Uniti.

Gli indicatori relativi al Giappone e ai mercati emergenti puntano a un contesto neutrale o di lieve ipervenduto. Di conseguenza, gli operatori del mercato USA hanno acquistato opzioni put a copertura delle proprie posizioni.

Inoltre, la American Association of Individual Investors (AAII) ha riscontrato una diminuzione della percentuale di investitori “bullish”. Ciononostante, le posizioni aggregate evidenziano ancora un sovrappeso delle azioni e un sottopeso di obbligazioni e liquidità, anche se dall’inizio della pandemia oltre 1.000 miliardi di dollari USA sono detenuti in fondi del mercato monetario globale. E nelle ultime 21 settimane la raccolta netta complessiva dei fondi azionari globali si è attestata attorno ai 560 miliardi di USD.

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