La rotazione da growth a value non segnerà la fine del mercato rialzista

 

L’assetto attuale è vulnerabile a un ritracciamento dei listini ma non si traduce in un’inversione di tendenza. Carolyn Bell, investment manager di Aegon Am

Le rotazioni sono la linfa vitale delle fasi bullish di un mercato e sembra che questo movimento stia interessando l’equity Usa da qualche mese. Ritenete che questo trend sia destinato a proseguire?

Potrebbe non essere corretto assumere che le rotazioni siano principalmente indicative di un mercato che si avvicina alla fine del suo rialzo. Con una notevole eccezione nel marzo dello scorso anno, abbiamo fondamentalmente avuto un mercato toro molto lungo negli Stati Uniti dalla crisi finanziaria del 2008.  Durante questo periodo ci sono state molte rotazioni, alcune pronunciate.

A febbraio e marzo di quest’anno, ad esempio, c’è stata un’altra ampia rotazione; diverso questa volta è stato il settore che ha guidato il mercato, ovvero quello energetico – cioè petrolio e gas, la “vecchia” energia – che al suo minimo era circa il 2% del valore di mercato dell’S&P 500 e aveva a malapena partecipato alle rotazioni precedenti.

Detto ciò, penso che le rotazioni continueranno, ma penso anche sia sbagliato assumere che l’inizio di una rotazione significhi la fine di un mercato toro. Quello che possiamo dire è che l’S&P 500 scambia con un elevato multiplo sugli utili rispetto alla sua storia, e che la crescita degli utili, così come quella del Pil probabilmente raggiungeranno il picco nel secondo trimestre.

Quindi l’assetto sembra un po’ vulnerabile a un ritracciamento del mercato e/o a una rotazione verso il tipo di azioni che guidano il mercato. Il ‘Taper talk‘ sta aumentando, e ovviamente qualsiasi ritiro di liquidità non è ottimo per il valore complessivo del mercato.

Il livello del debito nazionale americano rispetto al Pil è molto alto comparato ai livelli storici.  D’altra parte, i bilanci dei consumatori sono forti, con tassi di risparmio vicini ai massimi storici, e i consumatori hanno voglia di spendere.

Errori nella comunicazione da parte della Fed, accelerazione improvvisa dell’inflazione, dati deludenti del mercato del lavoro. Quali di queste variabili credete sia in grado di provocare una seria battuta d’arresto a Wall Street?

I dati sull’inflazione sono in ripresa, in parte perché i lavoratori non sono ancora enormemente incentivati a tornare al lavoro, e anche perché le catene di approvvigionamento devono ancora normalizzarsi dai vincoli della pandemia.

Le supply chain si normalizzeranno – stiamo già vedendo segni di progresso in questo senso – e alcuni stati hanno già ritirato parte dello stimolo che ha probabilmente irrigidito il mercato del lavoro. C’è un rischio per il valore di mercato e per un’ulteriore rotazione mentre la Fed è alle prese con la questione dell’inflazione.

Qualsiasi rotazione potrebbe non essere nella stessa direzione che abbiamo visto a febbraio e marzo di quest’anno. Le crisi come la pandemia tendono a portare a degli scatti nel progresso tecnologico, il che aumenta l’efficienza e quindi mitiga l’inflazione.

Volendo generalizzare, i titoli growth hanno quest’anno hanno sofferto di più, mentre ciclici e value sono saliti.  A questo punto sarei diffidente nei confronti dei titoli di inizio ciclo in generale, e sarei propensa a sostenere le aziende la cui posizione competitiva si è rafforzata durante la crisi.  Ma come sempre si tratta di azioni specifiche.

 

 

Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.
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