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La transizione verso le energie pulite passa dalle infrastrutture

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La transizione verso le energie pulite passa dalle infrastrutture

Perché i titoli legati all’energia pulita dovrebbero essere presi in considerazione come parte di un’esposizione al settore delle infrastrutture. Xavier Chollet e Christian Roessing, Pictet

Come investimenti, attività reali come le reti elettriche e le centrali idroelettriche tendono a fornire flussi di cassa stabili e protetti dall’inflazione. Possono anche offrire rendimenti non correlati a quelli di azioni e obbligazioni.

Ecco perché gli investitori istituzionali con passività a lungo termine – fondi pensione e compagnie assicurative – da decenni allocano capitale nelle infrastrutture. Secondo l’OCSE, nel corso degli anni hanno accumulato oltre 1.000 miliardi di dollari in investimenti in infrastrutture.

Investitori istituzionali sempre più interessati dalle infrastrutture quotate

L’attrattiva dei titoli legati alle infrastrutture per questo gruppo di investitori è destinata a crescere ancora di più nel prossimo decennio, soprattutto nel settore dell’energia pulita.

Con Stati Uniti, Europa e Cina in procinto di spendere miliardi di dollari per una ripresa “verde”, una vasta gamma di attività sostenibili e legate alle energie rinnovabili è destinata a una rapida crescita, come gli impianti eolici e solari, le reti elettriche rinnovabili, le infrastrutture per veicoli elettrici e gli edifici ecocompatibili. Nel tempo, faranno la parte del leone tra le nuove attività infrastrutturali e gli investitori sono attenti a queste tendenze. In un recente sondaggio, oltre l’80% degli investitori istituzionali ha dichiarato di aspettarsi che il settore dell’energia pulita sarà la fonte primaria di investimento nelle infrastrutture nei prossimi 10 anni.

Ciò che potrebbe tuttavia sfuggire agli investitori è che tali opportunità non saranno limitate ai mercati privati. È altrettanto probabile che si presentino attraverso titoli quotati.

 

L’opportunità offerta dall’investimento nelle infrastrutture

In generale, gli investitori istituzionali allocano circa il 6% degli investimenti del loro portafoglio alle infrastrutture, con le attività private che costituiscono la maggior parte di questi investimenti. Tale scelta si è rivelata saggia: le società di infrastrutture non quotate hanno fornito rendimenti totali prossimi al 14% annualizzato nell’ultimo decennio.

Sebbene l’investimento nelle infrastrutture avvenga generalmente sotto forma di investimento privato, ci sono buone ragioni per ritenere che in futuro questa potrebbe non essere più la scelta di base. In alcuni settori, le società di infrastrutture quotate – ossia società  quotate che costruiscono, gestiscono e possiedono beni immobili  –  si stanno diffondendo rapidamente come alternativa credibile agli investimenti diretti.

Vi sono diverse ragioni per questo fenomeno.

Innanzitutto, esiste uno squilibrio evidente fra l’offerta e la domanda di attività gestite privatamente. Negli ultimi anni, le infrastrutture private sono diventate una classe di attivi molto richiesta e, di conseguenza, costosa.

La disponibilità di investimenti in infrastrutture private e di alta qualità è limitata, in parte a causa di tempi tecnici di progettazione, approvazione e acquisizione di progetti di vaste proporzioni.

A dimostrazione di ciò, la spesa pubblica totale degli Stati Uniti per le infrastrutture è stata solo il 2,3% del PIL nel 2017, inferiore alla media dagli anni ’80, che si attestava a circa il 2,5%.

Ciò, a sua volta, ha portato a un aumento delle valutazioni delle attività reali.

Dal 2000, le valutazioni delle infrastrutture private sono aumentate di otto volte. Questa crescita eclissa quella delle azioni quotate, le cui valutazioni sono raddoppiate nello stesso periodo. Tutto ciò contribuisce a ridurre i rendimenti potenziali delle attività immobiliari. Questo rappresenta un dilemma per gli investitori istituzionali.

Sebbene il loro appetito per gli investimenti in infrastrutture sia rimasto immutato – circa il 54% degli investitori intervistati dalla società di consulenza Preqin ha in programma di investire nelle infrastrutture nei prossimi 12 mesi più di quanto abbia fatto l’anno scorso – le opzioni disponibili a prezzi ragionevoli sono limitate.

Subentrano le infrastrutture quotate, il cui rendimento ha raggiunto quello degli investimenti privati negli ultimi cinque anni.

Le società di infrastrutture quotate offrono numerosi altri vantaggi rispetto alle forme di investimento più dirette.

Diversificate, liquide, flessibili.

Rispetto alle forme di investimento dirette, le società di infrastrutture quotate operano in un’ampia gamma di settori, che includono decine di sottosettori azionari. Ciò offre agli investitori l’opportunità di costruire un portafoglio sulle infrastrutture più diversificato. La quotazione in borsa offre anche una maggiore flessibilità: poiché le azioni sono investimenti liquidi, gli investitori possono facilmente movimentare il capitale in risposta agli sviluppi economici, normativi e finanziari che provocano cambiamenti nelle valutazioni delle attività. Ciò a differenza dell’investimento diretto, in cui il capitale tende a rimanere bloccato per diversi anni.

Monitoraggio frequente della performance.

Le società quotate in borsa sono tenute a pubblicare aggiornamenti trimestrali relativi a vendite, utili e offerta di prodotti. Gli investitori possono monitorare frequentemente la performance dei loro investimenti, a differenza di quanto avviene nel caso delle società non quotate, i cui dati sulle performance aziendali potrebbero non essere adatti agli investitori istituzionali.

Migliore profilo ambientale, sociale e di governance (ESG)

Le società quotate tendono a presentare profili migliori in relazione ai criteri ESG. Rispetto alle società private, le società quotate sono sottoposte a una maggiore pressione pubblica per migliorare la loro performance ESG. A volte la loro reazione può essere molto rapida.

Prendiamo ad esempio l’uso di combustibili fossili da parte delle aziende di servizi pubblici. Dal 2005, le utility quotate hanno dismesso circa il 40% dei loro impianti a carbone a causa della loro dannosità per l’ambiente, rispetto al solo 20% dei proprietari di impianti a carbone privati.

Inoltre, il settore privato continua a destinare capitali significativi a progetti che riguardano il carbone. Quasi il 90% della nuova capacità di carbone prevista in Europa è in mano ad aziende private, mentre solo circa il 10% dei progetti è di proprietà di società di utility quotate.

Nonostante sia le utility quotate che quelle private continuino a gestire centrali a carbone, le utility quotate hanno destinato circa il 60% degli impianti rimanenti alla dismissione o al passaggio a un combustibile a emissioni ridotte. La quota rispettiva per gli operatori privati è inferiore di almeno 20 punti percentuali.

 

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