L’azionario rimane il “place to be” anche nel 2022

L’equity asiatico potrebbe tornare a performare bene perché le banche centrali dell’area non hanno bisogno di alzare troppo i tassi. Arnout van Rijn, Cio Asia Pacifico di Robeco

Il mondo sta affrontando una crisi geopolitica che sembra destinata a cancellare alcuni dei benefici raccolti dalla fine della guerra fredda nel 1989 grazie alla globalizzazione, all’efficienza in termini di costo e ai flussi commerciali internazionali. Il che è chiaramente un aspetto negativo che sta causando una notevole incertezza per gli investitori.

Per ora, gli investitori stanno risentendo soprattutto dell’impatto degli eventi in Ucraina attraverso l’aumento dei prezzi dei fattori produttivi in generale e nello specifico dei prezzi delle materie prime. Quale sarà l’impatto combinato di inflazione e tassi più alti sulla crescita economica e sulla redditività? Alla fine del 2021 sembrava che gli utili potessero rimanere solidi, ma nel primo trimestre abbiamo già visto alcune aziende segnalare che la pressione sui loro margini potrebbe intaccarne la redditività. E non dimentichiamo che la redditività delle imprese è il perno che sostiene i mercati azionari globali.

Oltre ai margini più bassi, gli utili potrebbero essere sotto pressione a causa del rallentamento della crescita economica reale che probabilmente sarà indotto dalla generale incertezza. Questo è particolarmente vero in Europa, dove i mercati hanno subito le conseguenze peggiori.

I tassi d’interesse bassi che sono stati in vigore per oltre un decennio hanno attutito molto la volatilità. Ma quest’era sta per finire. Le autorità di tutto il mondo spingono verso una normalizzazione della politica monetaria, proprio come i cittadini comuni desideravano la normalità durante i giorni bui del lockdown. La Federal Reserve ha già iniziato ad aumentare i tassi e anche la BCE deve fronteggiare quella che viene vista come un’inflazione spaventosamente alta in Europa.

Invece, la situazione in Asia è molto diversa perché nelle sue economie più grandi – Cina e Giappone – gli aumenti dei prezzi dei fattori produttivi non hanno ancora portato ad un incremento significativo nei prezzi dei beni al consumo. Storicamente, i titoli azionari asiatici hanno faticato in un contesto di rigidi tassi di cambio con il dollaro, ma questa volta potrebbe essere diverso. Le azioni asiatiche hanno sottoperformato durante il rally guidato dalla liquidità immessa sui mercati degli ultimi anni, ma avranno meno da temere dalle mosse della Fed perché le banche centrali asiatiche non hanno bisogno di adottare una politica monetaria molto aggressiva nel 2022.

Ciò che è iniziato nel 2020 con una penuria di container in Asia per spedire le merci in Occidente, nel marzo 2022 si è trasformato in una serie di interruzioni della catena di approvvigionamento. Aggravati dal recente aumento dei prezzi del petrolio e del gas, questi problemi hanno portato a un ripensamento delle interdipendenze globali: i politici si stanno muovendo chiaramente verso la ricerca di un’autonomia nazionale.

I governi stanno ora parlando della necessità di sviluppare le proprie catene di fornitura di chip e naturalmente di ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia. Questo ha spostato l’attenzione dalla transizione verde a lungo termine alla sicurezza energetica a breve termine. Sembra ora probabile che il gas naturale e l’energia nucleare rimarranno combustibili importanti, almeno nel medio termine, per aiutarci a gestire la transizione verde verso emissioni zero entro il 2050.

Dal punto di vista dell’indipendenza energetica, gli Stati Uniti sono favoriti grazie alla rivoluzione del petrolio di scisto. Inoltre, la crescita americana sembra meno vulnerabile di quella europea al momento; quindi, gli Stati Uniti sembrano un buon mercato per gli investitori azionari.

In Europa, la Francia è stata relativamente risparmiata dallo shock energetico, poiché la maggior parte della sua energia proviene da impianti nucleari nazionali.

Vista l’elevata incertezza, gli investitori potrebbero pensare di cercare rifugio nei mercati del reddito fisso ma, dato che i rendimenti nominali delle obbligazioni rimangono molto bassi, devono ricordare che l’allocazione in questa asset class non genererà rendimenti sufficienti per pagarsi la pensione, per così dire. Riteniamo quindi che il comparto azionario rimanga il “place to be”.

Il “rally of everything” di cui si parlava lo scorso trimestre è chiaramente finito molto presto quest’anno. Gli investitori dovranno essere più selettivi, ma non siamo pessimisti sulle prospettive delle azioni.  Esse mantengono il loro fascino perché sono sostenute da attivi reali, che tendono a muoversi, in una certa misura, in linea con l’inflazione. Inoltre, le società generano un margine da questi attivi e adeguano i loro prezzi quando l’inflazione aumenta.