Petrolio, quali scenari?

Negli ultimi due giorni abbiamo assistito alla peggiore caduta dei prezzi petroliferi mai registrata. Le contrattazioni del future sul WTI (West Texas Intermediate) con scadenza a maggio hanno raggiunto il minimo storico a -37,63 dollari al barile.  L’avvicinarsi della scadenza ha portato a un panic sell-off per i cosiddetti paper trader che hanno cercato di liberarsi del contratto a ogni prezzo. I timori sul calo della domanda, il forte aumento dei costi per lo stoccaggio (ormai i tank di Cushing in Oklahoma sono esauriti), i tagli alla produzione insufficienti, la mancata cooperazione tra OPEC+ e Paesi del G20 (USA, Canada e Brasile) hanno contribuito alle vendite.

Filippo Diodovich, IG

I contratti future sul WTI con scadenza a giugno ieri avevano evidenziato flessioni molto minori. Nella giornata di ieri, quando è scaduto il contratto di maggio, sono stati colpiti da forte vendite. Il WTI Light Crude di giugno quota a 15,60 dollari al barile con una performance negativa del 28% rispetto a due giorni fa e avendo toccando un minimo intraday appena al di sotto dei 12 dollari al barile. Il future sul WTI con scadenza a luglio evidenzia un -16% a 23 dollari al barile. Il future sul Brent (il greggio del Mare del Nord) evidenzia performance molto negative. Quello con scadenza a giugno scende a 20,22 dollari al barile, quello con scadenza a luglio a 24,65 dollari al barile.

Aspettative

Crediamo che il mercato del petrolio rimarrà sotto pressione nelle prossime settimane. Ulteriori cali potrebbero stabilizzare i prezzi dei contratti future WTI con scadenza a giugno sul livello dei 10-12 dollari al barile.

La scelta dell’OPEC+ di tagliare la produzione di 9,7 milioni di barili nei mesi di maggio e giugno (per poi scendere gradualmente nel corso del 2020 e del 2021) ha dimostrato di essere stata insufficiente per stabilizzare l’equilibrio tra la domanda e l’offerta. Le pressioni per tagliare la produzione di altri 5 milioni di barili da parte dei Paesi del G20 non facenti parti del nuovo cartello OPEC+ (principalmente USA, Canada e Brasile) non hanno avuto effetto. Tenendo conto delle politiche industriali delle amministrazioni Trump e Trudeau pensiamo che difficilmente i due Paesi interverranno ponendo un limite alla produzione. Anche considerando che a prezzi così bassi gli imprenditori privati di shale oil saranno costretti a rendere inattive molto trivelle. Lo hanno dimostrato i numeri pubblicati da Baker Hughes sulle trivelle attive nelle ultime settimane.

Tra tagli dell’OPEC+ e discesa forzata da parte degli shail oil producers la diminuzione dell’offerta in maggio si dovrebbe attestare tra gli 11 e i 13 milioni di barili.

Ancora insufficiente a equilibrare il calo della domanda che anche a maggio dovrebbe attestarsi attorno ai 15 milioni di barile. Ricordiamo come lo stesso direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il turco Fatih Birol, abbia stimato in 30 milioni di barili il calo della domanda di aprile (denominato “Black April”) rispetto allo scorso anno. Il dato potrebbe risalire solo leggermente nel mese di maggio. Secondo le stime dell’AIE il recupero della domanda sarà molto graduale (a dicembre 2020 la domanda sarà sempre in calo di 2,3 mln b/d rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).

Tali aspettative negative sui prezzi petroliferi sarebbero annullate solamente con una maggiore cooperazione tra Paesi produttori. Un deciso miglioramento nei numeri dell’emergenza coronavirus in grado di accelerare il processo di riapertura delle attività economiche.

Advertisement