
La crescita Usa sembra indicare che la Fed avvierà il tapering prima delle altre banche centrali. In tal caso, una graduale esposizione al dollaro può portare benefici. Vittorio Fontanesi, portfolio manager mercati obbligazionari AcomeA SGR
Gli ultimi dati confermano la corsa al rialzo dell’inflazione Usa. Secondo le vostre stime dove potrebbero spingersi i rendimenti del Treasury decennale nei prossimi mesi?
In una fase come quella attuale, caratterizzata da riaperture dopo lunghi mesi di lockdown, si possono osservare numeri di inflazione che sorprendono le attese, come avvenuto per il dato di aprile negli Stati Uniti. Quando si guarda ai numeri di inflazione oggi bisogna, però, considerare alcuni elementi fondamentali.
In primis, vi è un consistente effetto statistico base generato dalla variazione dei prezzi attuali rispetto ad un anno prima, periodo in cui i prezzi erano stati negativamente impattati dalle misure restrittive anti-Covid. Vi è, inoltre, l’effetto provocato dalle riaperture, che ha determinato un’accelerazione di alcune componenti del paniere dei prezzi, come i prezzi delle auto usate, dei trasporti e delle assicurazioni.
Nonostante il sorprendente rialzo dell’inflazione americana ad aprile, gli esponenti della Federal Reserve hanno più volte chiarito che qualsiasi ripresa dell’inflazione nel breve è destinata ad essere transitoria e, pertanto, non sufficiente a modificare la funzione di reazione della politica monetaria.
Dall’agosto del 2020, Powell ha introdotto il regime di Average Inflation Targeting, con il quale si stabilisce che la Fed modificherà la sua stance solo dopo aver osservato un’inflazione al di sopra del target per un periodo di tempo sufficientemente ampio.
Ciò significa che la Fed vuole intenzionalmente perseguire un periodo di inflazione più sostenuta mantenendo le condizioni finanziarie accomodanti, in modo da non ostruire la ripresa economica e del mercato del lavoro. Tutto ciò è correttamente prezzato dal mercato in questa fase.
Stando al tasso breakeven a 10 anni americano, l’inflazione media per i prossimi 10 anni è vista al 2,45% (quindi superiore al target).
Per quanto riguarda, invece, rendimenti nominali del decennale americano, ci troviamo oggi in area 1,6%, che corrisponde ad un livello in linea alla media di fine 2019.
Da qui in avanti è difficile immaginare incrementi materiali nel tasso di inflazione implicito (breakeven), mentre è possibile assistere ad una graduale salita del tasso nominale a 10 anni, coerente con il ritmo sostenuto di crescita economica in atto negli Stati Uniti.

Per un investitore europeo che voglia incrementare gradualmente la propria esposizione ai titoli di Stato Usa, quali indicazioni ritenete opportune in termini di duration, tipologia di titoli (tasso fisso o legati all’inflazione) ed esposizione al rischio di cambio?
Assumere rischio tasso US ed esposizione al rischio dollaro non la riteniamo una strategia appagante in termini di rischio/rendimento nel breve periodo.
Come già anticipato, nei prossimi mesi è plausibile aspettarsi una graduale ripresa dei tassi nominali statunitensi, che rende oggi l’investimento sulla curva Treasury meno appetibile per un investitore europeo.
In un orizzonte più lungo, considerando il differenziale di crescita tra Stati Uniti ed Europa e la possibilità che la Fed inizi a ridurre prima della Bce l’ammontare degli stimoli, la graduale esposizione al dollaro potrebbe offrire dei ritorni interessanti dal lato FX per investitori europei che vogliano diversificare in assets al di fuori dell’Eurozona.
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

