A colloquio con Tammie Tang, executive director e senior portfolio manager di Columbia Threadneedle Investments.
C’è molto interesse sul mercato per l’asset class obbligazionaria. In un’ottica di diversificazione dell’investimento, i social impact bond offrono un’opportunità?
«In qualità di investitori in titoli obbligazionari, il nostro compito è offrire buoni ritorni finanziari aggiustati per il rischio, ma se, nell’agire in questo modo, si possono ottenere anche risultati migliori per le persone più disagiate in termini di servizi, educazione, sanità e infrastrutture a loro disposizione, crediamo che si tratti di un’opportunità da cogliere. Il problema dell’aumento delle disuguaglianze all’interno di una stessa nazione sta crescendo ed emerge la necessità di cercare soluzioni che aiutino a migliorare il contesto sociale. La sensibilità nei confronti di questo aspetto è in aumento e abbiamo notato che, anche all’interno delle strutture dei green e sustainability bond, si è assistito a un miglioramento della diffusione e della consapevolezza delle tematiche sociali. L’investimento in social impact bond ci permette di conseguire due obiettivi: quello finanziario e quello sociale».
La domanda sarà banale, ma le vostre decisioni di investimento, in questo ambito, sono allineate a quelle del team che si occupa di investire nei titoli obbligazionari tradizionali?
«Le nostre decisioni di investimento si basano sulla view generale di Columbia Threadneedle Investments sull’asset class. Gli strumenti a disposizione per valutare un titolo obbligazionario non cambiano e, di conseguenza, le strategie implementate. Quindi, per semplificare, i portafogli social impact bond hanno la stessa duration di quelli, per così dire, tradizionali e le logiche d’investimento che soggiacciono alle nostre scelte sono esattamente le stesse. Anche le dinamiche che caratterizzano il mercato sono le medesime. Scegliamo gli emittenti finanziariamente più forti e con le migliori opportunità di impatto a livello sociale: è un approccio basato sull’inclusione che si avvale di un approfondito lavoro di ricerca. La nostra politica d’investimento è di perseguire il ritorno di un tradizionale fondo che investe nell’universo del credito, nel nostro caso, soprattutto all’interno della categoria Ig, che rappresenta l’ambito più ricco per le emissioni di nostro interesse. Lo facciamo attraverso una profonda analisi che ci permette di costruire portafogli molto diversificati e, come nel caso dell’European Social Bond Fund, con una duration di circa cinque anni e un rendimento intorno al 4%. In sintesi: si può fare del bene senza sacrificare il ritorno finanziario».
Come descriverebbe la vostra strategia d’investimento?
«Nel delineare la nostra strategia di investimento, come detto pocanzi, ci focalizziamo su due obiettivi: finanziario e di impatto sociale. Per quanto riguarda il primo, il nostro approccio è riuscire a generare valore attraverso una gestione attiva e una scelta bottom-up dei titoli da detenere in portafoglio. Nel fare ciò, ci avvaliamo di un rating interno che esplicita la qualità del credito dei singoli emittenti. Lo stesso modus operandi viene utilizzato per quanto riguarda la valutazione della componente di impatto sociale: redigiamo una classifica dei singoli progetti attraverso un filtro di esclusione che utilizza standard elevati per la definizione dell’universo investibile e ci concentriamo sulle finalità dell’emissione. Esaminiamo anche i risultati specifici che l’emissione si prefigge di ottenere e in quale contesto. Tendenzialmente, favoriamo progetti indirizzati a fasce della popolazione più indigente sulla quale l’impatto può essere consistente e che possono facilitare nuovi investimenti. In aggiunta, preferiamo indirizzare le nostre scelte verso emissioni che finanzino progetti nuovi, come la realizzazione di una struttura ospedaliera, piuttosto che rifinanziare quelli già esistenti».
Come considerate l’impatto sociale?
«L’analisi dell’impatto sociale avviene esaminando le singole emissioni, anziché concentrarci sull’emittente, prendendo in considerazione gli obiettivi di ciascuna. Noi guardiamo con attenzione l’intenzionalità e le ricadute a livello sociale che vengono misurate in rapporto agli Sdg e alle categorie dell’Impact management project (fa parte dell’Impact programme), proprio in termini di contributo alla soluzione, oltre al fatto di avere una relazione ogni anno sui risultati ottenuti. Inoltre, c’è un comitato indipendente su questi temi che è composto da sette membri: tre appartenenti a Inco Group, due indipendenti e due portfolio manager di Columbia Threadneedle. Inco Group, con cui abbiamo una partnership, è un’azienda leader nella valutazione delle imprese sociali sostenibili e consulente in materia di responsabilità sociale. Il comitato si riunisce ogni tre mesi e valuta l’influenza sociale del fondo sotto la lente, con Inco che produce una relazione annuale in merito alla performance ottenuta. Esso agisce come consulente sugli strumenti di sostenibilità sociale e monitora che il fondo sia gestito in modo coerente rispetto all’obiettivo che si è dato e l’integrità delle conseguenti decisioni d’investimento».
Investite anche in emissioni governative?
«Sì, ma devono rispettare i principi guida dell’International capital markets association (Icma) e devono essere destinate a progetti specifici sui quali deve esserci la massima trasparenza in merito a come verranno utilizzati i proventi. L’Icma è un’organizzazione di autoregolamentazione e un’associazione per i partecipanti ai mercati dei capitali, i cui standard sono stati i pilastri del mercato internazionale del debito, e ha stabilito anche i principi guida degli investimenti sostenibili. Nel 2016 sono state pubblicate le linee guida per i social bond, sulla scia dei Green bond principles del 2014, che hanno aperto la strada alle imprese per l’emissione di obbligazioni i cui proventi vengono destinati a progetti puramente sociali».
E in green bond?
«Sì, ma con il caveat che gli emittenti devono dimostrare che forniscono sostegno alle persone bisognose: occorre, per portare un esempio, che tengano in debita considerazione la necessità di riqualificare la mano d’opera all’interno di un progetto di transizione energetica. Ciò che guida le nostre decisioni di investimento è che si colga la forza dell’intenzione cui un’emissione è destinata».
Ma investendo in questa categoria di bond, si riesce effettivamente a generare un impatto a livello sociale?
«L’universo obbligazionario è molto vasto e ha la capacità di raccogliere una considerevole quantità di capitali; è per questa ragione che può accogliere un’ampia gamma di emittenti, che vanno dai governativi ai sovranazionali, dalle banche di sviluppo alle organizzazioni profit e non profit, dagli istituti di istruzione alle società quotate e non quotate. Quando si parla di impact investing, il riferimento immediato è costituito forse dai mercati azionari o da quelli privati o dalle infrastrutture, ma noi pensiamo che le obbligazioni possano svolgere un ruolo importante nel finanziare ciò di cui si ha necessità a livello sociale. Quest’anno sono attese emissioni complessive intorno a 11 miliardi di dollari in un mercato le cui dimensioni sono di oltre 130 trilioni. È proprio per la capacità di attirare emittenti e investitori che le obbligazioni possono svolgere un ruolo significativo anche nell’affrontare aspetti sociali che richiedono interventi cospicui. Basterebbe pensare che per raggiungere i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, la maggior parte dei quali ha una finalità sociale, sono necessari 5 trilioni di dollari all’anno e non si stanno certo mantenendo gli impegni presi. Inoltre, i bond offrono l’opportunità di un investimento mirato, caratteristica quest’ultima fondamentale per avere un impatto».
C’è un “greenium” anche per i social impact bond?
«Mutuando il termine anche per questa tipologia di strumenti d’investimento, direi che era un fenomeno presente quando la volatilità sul mercato obbligazionario era bassa, in altre parole quando i tassi erano vicini allo zero. Tuttavia, va detto che, in media, si tratta di un premio che si aggira attorno a pochi punti base e varia a seconda dei casi. Il fenomeno, però, è andato affievolendosi con l’aumento della volatilità sul mercato. Non direi, comunque, che sia un elemento rilevante nelle scelte di investimento».
La vostra decisione di investire in questa tipologia di strumenti finanziari è relativamente recente?
«A dire la verità possiamo vantare 10 anni di esperienza in merito, risultato di un nostro impegno a investire in questo ambito, perché siamo convinti che finanziare progetti che abbiano finalità sociali, indirizzate alle fasce più deboli della popolazione, possa produrre risultati positivi dei quali l’intera comunità può beneficiare. I bisogni da soddisfare possono essere diversi: dalle abitazioni a prezzi accessibili alla sanità e al welfare, dall’educazione alla creazione di posti di lavoro in aree dimesse, dai servizi per la comunità all’accesso ai servizi, sino ad arrivare allo sviluppo e al rilancio economico sostenibile. Come portfolio manager dedicato al social impact, posso affermare che lo strumento, oltre a permettere un ritorno, persegue una nobile causa e, in qualità di investitori, si può agire in modo che gli obiettivi da finanziare possano essere ampliati e avere, di conseguenza, un maggiore impatto sociale».
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

