A cura di Christiaan Tuntono, Senior Economist, Asia Pacific, Allianz Global Investors
Il rischio di una guerra commerciale globale trainata dagli Stati Uniti ci sembra ancora incombente. Sebbene non abbia imposto dazi doganali il 20 gennaio come preannunciato, il Presidente USA Donald Trump ha avvertito che saranno applicate nuove imposte a Canada, Messico e Cina, potenzialmente già dal 1° febbraio, se tali Paesi non prenderanno misure contro l’immigrazione illegale e l’afflusso di fentanyl negli USA.
Trump ha inoltre chiesto al Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti di effettuare una verifica sulla conformità della Cina al primo Accordo economico e commerciale tra USA e Cina e sulle pratiche commerciali sleali entro il 1° aprile, probabile preludio all’imposizione di ulteriori misure commerciali punitive.
Le politiche protezionistiche di Trump penalizzerebbero la crescita e la domanda estera della Cina e dell’Asia. Le piccole economie asiatiche basate sull’export come Singapore, Hong Kong, Corea, Vietnam e Thailandia sono le più vulnerabili. Non solo perché sono molto esposte alla domanda finale dei G3 (USA, UE e Cina), ma anche perché la loro domanda interna non è sufficiente a sopperire all’incombente calo delle esportazioni.
Anche Taiwan e Malesia dipendono dall’export. Ma possono contare su una domanda interna sostenuta dagli investimenti correlati all’intelligenza artificiale.
Le grandi economie asiatiche terrestri sono meno esposte alle misure protezionistiche di Trump – Paesi come Cina, Indonesia, Giappone, India, Australia e Filippine devono meno del 12% del prodotto interno lordo (PIL) alla domanda finale dei G3.
La Cina è a nostro parere il Paese più vulnerabile del gruppo. Ma Pechino sembra preparata ad affrontare le sfide future e intende difendere il suo ambizioso obiettivo di crescita aumentando gli stimoli fiscali e monetari nel corso dell’anno.
Probabilmente lo yuan cinese (CNY) e i rendimenti delle obbligazioni governative cinesi si indeboliranno ulteriormente per favorire la stabilità macroeconomica.
Quanto al resto dell’Asia, prevediamo che India e Indonesia allenteranno ancora la politica monetaria nel tentativo di sostenere le condizioni della domanda interna in indebolimento. Riteniamo che tra non molto la banca centrale indiana (Reserve Bank of India, RBI) abbasserà il tasso di riferimento dell’India per ridare fiato all’economia interna e consentire alla rupia indiana (INR) una maggiore flessibilità. La Bank Indonesia ha già iniziato ad allentare la politica monetaria con un taglio a sorpresa del tasso base a gennaio.
Ci aspettiamo che i rendimenti delle obbligazioni governative indonesiane scendano e che la rupia indonesiana (IDR) si deprezzi ulteriormente poiché le autorità mantengono un orientamento pro-crescita.
Redazione
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