Bert Flossbach, co-fondatore di Flossbach von Storch e Philipp Vorndran, partner presso Flossbach von Storch AG

 

Stati Uniti

 

Negli ultimi mesi il dollaro statunitense è finito sotto pressione come non si vedeva da tempo. L’indice del dollaro – che ne misura l’andamento rispetto a un paniere di sei valute – ha perso circa l’11% nel primo semestre dell’anno. È stato il calo più marcato registrato in un primo semestre dal 1973. La crescente sfiducia verso la valuta di riferimento mondiale si deve soprattutto alla politica poco rassicurante di Trump, al conseguente aumento del debito pubblico e agli attacchi sempre più frequenti e aggressivi alla Fed e al suo presidente Jerome Powell.

Bert Flossbach

Il principio di indipendenza e apoliticità della Fed, il cui mandato è focalizzato su stabilità dei prezzi e prosperità economica degli Stati Uniti, è messo in discussione da questi continui attacchi. Fino alla scadenza del suo mandato nel maggio 2026, Powell è destinato a servire da capro espiatorio ogni volta che si verificheranno difficoltà economiche o politiche.

L’obiettivo di Trump è assegnare il maggior numero possibile di incarichi a persone a lui fedeli, favorevoli a una politica monetaria espansiva. Tuttavia, la sua influenza sui tassi d’interesse è limitata, poiché le decisioni richiedono il voto di dodici membri e Trump può sostituirne al massimo due entro la fine del suo mandato. Nonostante queste restrizioni, che altrimenti avrebbero portato a un calo ancora più drastico del dollaro,

Trump è determinato a esercitare la massima influenza possibile. A tal fine, è stata introdotta una discussione insolitamente precoce sul possibile successore di Powell, con la potenziale nomina anticipata di un “presidente ombra” già entro quest’anno. Questa mossa mirerebbe a orientare subito le aspettative del mercato sulla politica dei tassi futura, indebolendo di fatto l’autorità dell’attuale capo della Fed.

Alla fine, però, è la prosperità economica di un paese a determinare il valore della sua moneta. E sotto questo aspetto, gli Stati Uniti hanno ancora molto da offrire. L’economia cresce in modo robusto, il mercato del lavoro resta sorprendentemente stabile. Gli americani rappresentano solo il 4% della popolazione mondiale. Ma producono oltre un quarto del PIL globale e circa un terzo degli utili aziendali mondiali. Secondo le stime della Commissione europea, le aziende statunitensi rappresentano il 42% della spesa globale in ricerca e sviluppo. Per quanto riguarda lo sviluppo software, la quota sale addirittura al 70%.

Questo è uno dei principali motivi dell’elevata produttività degli Stati Uniti, aumentata negli ultimi vent’anni molto più che in Europa. Dopo la crisi finanziaria del 2008, la crescita della produttività ha subito un’ulteriore accelerazione. Alla base ci sono investimenti massicci e un forte impulso innovativo nel settore high-tech. I grandi colossi tecnologici hanno conquistato una posizione di dominio a livello globale. E questo si riflette anche nel loro valore di mercato, cresciuto in modo impressionante. Alla fine del 2008, la capitalizzazione complessiva delle aziende incluse nello S&P 500 era di appena 8.000 miliardi di dollari. Di recente ha superato i 50 mila miliardi, più di 6 volte tanto.

Eppure, se l’economia statunitense dovesse indebolirsi e l’inflazione restare al di sopra del target del 2%, un presidente della Fed allineato a Trump potrebbe trascurare la stabilità dei prezzi per mettersi al servizio del governo. Se ciò accadesse, la debolezza del dollaro potrebbe proseguire.

dollaro

Il dollaro statunitense mantiene la sua indiscussa egemonia come principale valuta di riserva globale e mezzo di scambio per le materie prime, grazie anche all’impareggiabile ampiezza del mercato dei capitali americano. Per questo, anche stavolta, parlare della “fine del dollaro” è prematuro. Soprattutto perché non esistono oggi alternative credibili: l’euro è strutturalmente debole, il franco svizzero e la corona norvegese sono poco liquidi, e al renminbi cinese manca la necessaria certezza del diritto. Ma pur non essendo a rischio un crollo del suo ruolo, l’importanza del dollaro potrebbe diminuire.

Gli investitori – noi compresi – potrebbero giungere alla conclusione che, in futuro, a differenza del passato, basterà una quota ampiamente inferiore di dollari da mantenere in un portafoglio globale ben diversificato. Già oggi, paesi come la Cina stanno riducendo la dipendenza dal dollaro nelle loro riserve (per ragioni prevalentemente geostrategiche), un trend confermato dal recente aumento del prezzo dell’oro.

Un deficit commerciale statunitense nelle merci è ormai una costante da decenni. E dazi più elevati non cambiano molto questa realtà. Al contrario, gli Stati Uniti registrano un ampio surplus nella bilancia dei servizi, trainato in larga parte dai grandi gruppi tecnologici nazionali. Ed è proprio su questo punto che i partner commerciali degli USA – in particolare l’UE – potrebbero rispondere con la stessa logica di Trump: imponendo dazi sui servizi statunitensi. Tuttavia, una mossa simile verrebbe sicuramente interpretata da Trump come una provocazione e potrebbe spingerlo ad adottare nuove contromisure.

Quanto l’escalation dei dazi influenzerà realmente la crescita economica degli Stati Uniti e dell’economia globale è difficile da prevedere. Anche perché nessuno sa ancora con certezza quali dazi, su quali prodotti e da quali paesi verranno effettivamente applicati. Inoltre, resta da vedere se gli accordi recentemente siglati da Trump avranno davvero un effetto duraturo. Una cosa però è quasi certa: Trump continuerà a usare il suo strumento preferito – i dazi – ogni volta che lo riterrà opportuno o conveniente.


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Redazione

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