A colloquio con Cristina Matti, Head of Small/Mid Cap Europe & Country Strategies di Amundi

L’Europa è tornata a essere uno dei best performer azionari a livello mondiale. In questo contesto ritenete opportuno dare più spazio alla Borsa italiana?
I mercati azionari europei hanno recentemente sovraperformato quelli globali, sostenuti da utili resilienti, inflazione in attenuazione e da un allentamento monetario da parte della Banca Centrale Europea (BCE). In questo contesto, il mercato azionario italiano è stato tra i migliori con una performance total-return negli ultimi 3 anni di circa 80% rispetto al 50% dell’EuroStoxx.

Questa performance riflette fattori sia ciclici sia strutturali. Sul piano ciclico, il mercato azionario italiano delle large-cap è fortemente esposto a banche, energia e industria — settori che beneficiano di tassi d’interesse più alti rispetto all’ultima decade. Dal punto di vista strutturale il paese ha beneficiato di una stabilità politica che ha consentito di mantenere uno spread di costo del debito pubblico ai minimi rispetto al resto d’Europa.
Il segmento delle mid e small cap consente un’esposizione a società più orientate alla crescita, in particolare attraverso l’export in settori quali il lusso, la componentistica industriale ed anche tecnologica.
Per quanto concerne le valutazioni il mercato italiano tratta ancora a sconto sui multipli di mercato rispetto alle media europee sia nel segmento large sia small e mid.
Inoltre, ci attendiamo un aumento della liquidità grazie all’agenda di privatizzazioni del governo nel segmento large cap. Mentre le recenti iniziative da parte di CDP di attrarre investitori istituzionali attraverso il lancio del Fondo Nazionale Strategico Indiretto dovrebbero dare uno spinta alla visibilità delle migliori società quotate nel segmento small cap.
Alla luce di queste considerazioni, riteniamo che un aumento dell’esposizione al mercato italiano possa essere giustificato come parte di una più ampia allocazione azionaria europea.
A vostro giudizio, quali sono i fattori che potrebbero in prospettiva fornire una spinta al rialzo al listino italiano e quali invece i rischi da non sottovalutare?
Un contesto di tassi stabilmente più bassi ridurrebbe i costi di finanziamento per le imprese italiane e darebbe una spinta al ciclo economico da cui beneficerebbero in particolare i settori del segmento small-cap.
Il consolidamento in alcune industrie (ad esempio banche, telecom e settore energetico) consentirebbe il raggiungimento di economie di scala e di una possibile espansione internazionale.
Nel medio periodo un utilizzo ponderato dell’intelligenza artificiale potrebbe aumentare la produttività delle società più lungimiranti, possibilmente senza andare a discapito dell’occupazione.
Tra i rischi da monitorare c’è indubbiamente quello relativo alla persistenza di un approccio di rigore fiscale da parte del governo nella gestione del debito. Inoltre un rallentamento del commercio globale o una nuova volatilità dei prezzi energetici potrebbe colpire la base industriale orientata all’export. Le tensioni geopolitiche nel Mediterraneo potrebbero inoltre influenzare le catene di approvvigionamento energetico.
Nel lungo periodo il calo demografico e la bassa produttività restano sfide importanti per il nostro paese. Senza riforme sostenute, questi fattori potrebbero limitare i rendimenti potenziali.
Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.

