Michael Langham, economista dei mercati emergenti presso Aberdeen Investments 

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Il conflitto in Medio Oriente offusca le prospettive a breve termine dei mercati emergenti, mentre la politica tariffaria degli Stati Uniti e un fitto calendario elettorale introducono ulteriori grandi incertezze.
Michael Langham
Permangono gli incentivi a porre fine al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran entro poche settimane anziché mesi, ma un conflitto di maggiore durata potrebbe avere ripercussioni negative sull’economia globale attraverso i prezzi dell’energia, esercitando pressione sui mercati emergenti attraverso dinamiche di avversione al rischio.

Prima del conflitto in Iran, il sentiment degli investitori nei confronti dei mercati emergenti era in netto miglioramento grazie al rafforzarsi dei fondamentali di questi mercati. Più recentemente, l’abolizione dell’IEEPA ha aperto la strada a una riduzione dei dazi.

L’accelerazione del ciclo globale degli investimenti in IA rappresenta una spinta strutturale per il commercio globale e la produzione high-tech asiatica. I grandi fondi sovrani, l’abbondanza di energia e l’accesso alla tecnologia statunitense suggeriscono che gli Stati del Golfo potrebbero rapidamente implementare centri dati al termine del conflitto.

Il fitto calendario elettorale manterrà la politica e la prudenza fiscale (o la loro mancanza) sotto i riflettori. Il maggior numero di elezioni avrà luogo in America Latina, area che molto probabilmente catturerà l’attenzione degli Stati Uniti data la sua importanza nel contesto della “Dottrina Donroe”.
Le pressioni dell’amministrazione Trump volte ad aumentare la spesa militare accentueranno i rischi di uno scostamento di bilancio, mentre anche gli Stati del Golfo potrebbero aumentare la spesa per la difesa in materia di scudi antimissili e capacità militari a seguito del conflitto con l’Iran.
 

 


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Redazione

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