Germania e Olanda devono cedere per consentire ai paesi più deboli di rientrare dalla crisi, ma i paesi dell’Eurozona periferica devono rivedere le rispettive politiche fiscali
Nel febbraio del 2019, due economisti, Alessandro Gasparotti e Matthias Kullas, hanno pubblicato un articolo sul Center for European Policy, uno dei grandi think tanks tedeschi, in cui arrivavano alla conclusione che i grandi beneficiari dell’introduzione dell’euro nei suoi primi venti anni di esistenza erano stati la Germania e l’Olanda.
L’impatto globale positivo per l’economia tedesca sarebbe stato di 1.890 mld di euro (23.116 euro pro-capite) e per quella olandese di 346 mld di euro (21.003 euro pro-capite). Al contrario, secondo l’istituto che ha sede a Friburgo, l’Italia sarebbe stata la più penalizzata con una perdita pari a circa 4.300 mld di euro, seguita da Francia e Portogallo.
I risultati dello studio hanno dato vita a un acceso dibattito.
Gli esperti più critici nei confronti dello studio, hanno sostenuto che l’analisi non valuta in maniera adeguata i benefici offerti ai paesi dalla stabilità monetaria della divisa unica. Le critiche più incisive si soffermano sulla sottovalutazione di fenomeni esogeni molto pericolosi, come la spinta offerta da dati così penalizzanti ai movimenti anti-euro presenti in alcuni stati dell’eurozona.
L’istituto si è difeso argomentando che lo studio voleva rappresentare uno stimolo a metter in moto le riforme necessarie per far si che ogni stato membro possa trarre il massimo vantaggio dall’appartenenza all’eurozona. La linea difensiva utilizzata dal think tank tedesco è in linea con quanto affermava il premio Nobel italiano Franco Modigliani, che era solito definire l’euro come un ombrello di ferro molto efficace per proteggersi dai temporali, ma il cui peso fa sprofondare nel fango i paesi che non hanno la forza per sorreggerlo.
I due blocchi interni all’eurozona
Il peso dell’ombrello è effettivamente tanto elevato che ogni qualvolta si è in presenza di un evento traumatico- è il coronavirus è sicuramente tra questi- l’eurozona tende -almeno formalmente- ad essere messa in discussione. Ogni evento traumatico determina l’emergere di due blocchi. Da una parte un gruppo che da alcuni osservatori è stato denominato ‘lega anseatica’, paesi legati da secoli di alleanze commerciali che hanno favorito lo sviluppo nell’Europa settentrionale. Dall’altra i paesi dell’Europa meridionale, che da sempre reclamano aiuti e solidarietà. La spaccatura era evidente in occasione della recessione di circa 12 anni addietro ed è tornata in auge in questi giorni. Il luogo di battaglia tra i due fronti è sempre lo stesso: il Consiglio dell’Ue.
In queste fasi è umanamente comprensibile la posizione di quelli che reclamano interventi a sostegno dei paesi del Sud, da sempre alle prese con squilibri fiscali che li rendono vulnerabili alla ferocia degli speculatori sui mercati finanziari. L’odore del sangue per gli squali a caccia di appetitose occasioni sul mercato dei titoli di stato, stava propagandosi ai Btp italiani e ai bond governativi di Grecia e Portogallo. Il pronto intervento della Bce ha evitato il peggio con un’iniezione di 750 mld di euro.
Convergenza fiscale, questa sconosciuta
A prima vista si potrebbe pensare che l’arrivo dell’euro abbia aiutato un processo di convergenza fiscale grazie all’introduzione di regole omogenee. Tuttavia, così non è stato: i dati dimostrano che il differenziale tra i paesi che registravano la maggiore e la minore spesa pubblica in rapporto al Pil è passato dal 20% circa al quasi il 30% (l’Irlanda con il 25,4% e la Francia con il 55%).
Pertanto, all’interno dello stesso regolamento sono cresciute le divergenze tra le politiche fiscali. Paesi che storicamente sono alle prese con una scarsa capacità di competere sul mercato sono obbligati a confrontarsi con paesi che possono contare su istituzioni di qualità, propensione all’innovazione, dinamismo delle imprese.
Qualcuno potrebbe affermare che è quello che accade normalmente all’interno degli Stati Uniti d’America, dove alcuni stati sono ricchi e altri decisamente meno o quasi poveri. La differenza è che lì il tesoro finanzia tutti gli stati seguendo un programma federale. In Europa ogni stato è a caccia dei capitali che gli servono sui mercati internazionali.
Questa asimmetria strutturale dovrebbe rappresentare una ragione sufficiente a convincere la Germanie e l’Olanda a rivedere la propria posizione. In caso contrario, gli squali dei mercati stanno già aspettando la preda giusta da aggredire.
In queste occasioni vale la pena ricordare ai paesi meno virtuosi che l’introduzione di obiettivi fiscali non sempre coincide con tagli drastici, Si tratta solo di programmare interventi nel lungo termine per non farsi trovare ‘scoperti’ quando arriverà la prossima crisi.
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

