Intervista a Giampaolo Isolani, head of Em investment solutions & marketing intelligence di Amundi.

Ritenete che ci siano le potenzialità per una ripresa economica in Cina?

«Prevediamo una ripresa della crescita in Cina, ma con tassi più contenuti e minore volatilità. Va ricordato, inoltre, che il paese ha una politica monetaria asincrona rispetto a quella restrittiva adottata dalla maggior parte delle banche centrali delle economie avanzate. L’obiettivo finale, così come più volte espresso dalla leadership cinese, è raggiungere un’equa distribuzione del reddito tra la popolazione. Per fare ciò, si è disposti a sacrificare la crescita a breve per averne una più sostenibile nel lungo termine. Crediamo che l’evoluzione dell’economia cinese dipenda dallo sviluppo di due importanti catalizzatori: la politica di tolleranza zero nei confronti del Covid e la correzione del mercato immobiliare. Sono due aspetti apparentemente disgiunti tra loro, ma con una forte interdipendenza: le misure decise per contrastare la diffusione del virus hanno avuto diverse ricadute sul tessuto economico e sui consumi del paese che si sono, a loro volta, riflesse anche sul mercato immobiliare e ne hanno accentuato la crisi in atto. Per quanto riguarda la pandemia, la piena riapertura non avverrà da un giorno all’altro ed è molto probabile che le limitazioni rimangano in vigore fino al 2023. Tuttavia, ci aspettiamo che il governo cinese le ottimizzi con un approccio più pragmatico. In merito all’edilizia residenziale, si è assistito a un ulteriore deterioramento a causa del Covid, altrimenti pensiamo che ci sarebbe già stata una ripresa spontanea. Prevediamo che le vendite di abitazioni torneranno a stabilizzarsi alla fine del 2022 e che nel 2023 si registrerà una piccola ripresa. Nel complesso, non ci aspettiamo che si ripeta la cattiva gestione dell’epidemia di Shanghai dello scorso aprile. Ciò detto, il contesto macro continuerà a essere sotto pressione e la ripresa rimarrà al di sotto delle aspettative».

Ci sono segnali che indichino che le autorità cinesi stiano tornando a un atteggiamento più pragmatico?

«La Cina, sotto il governo di Xi, ha deciso di prediligere una crescita di alta qualità, che enfatizzi maggiormente la distribuzione della ricchezza e l’uguaglianza dei redditi. Il congresso del Partito comunista cinese (Pcc) ha confermato questo percorso per trasformare la nazione in un moderno paese socialista entro il 2035 e non ha riservato sorprese. Ferma restante la decisione di fondo, che è di dare la priorità alla vita umana rispetto alla crescita economica, il partito ha una valutazione più realistica di come perseguire i suoi obiettivi di prosperità comune che prevede un ritmo minimo di crescita (il Pil pro capite deve raggiungere quello di un’economia sviluppata) e la partecipazione del settore privato.  A breve termine, riteniamo che l’aspetto fondamentale cui prestare attenzione sia, appunto, la politica nei confronti del Covid. Nonostante la ripetizione del principio guida del “dynamic zero Covid “, anche gli integralisti del Pcc stanno trasmettendo il messaggio che “le strategie e le misure di prevenzione e controllo diventeranno sempre più scientifiche, precise ed efficaci in futuro, con un migliore equilibrio tra controllo del Covid e sviluppo economico” (15 ottobre, un portavoce del Pcc). Guardando a ciò che sta avvenendo a Hong Kong, dove le misure adottate per contenere la diffusione del virus sono diventate meno stringenti, è possibile supporre che la stessa situazione si riproponga, in qualche misura, anche nel continente, per non rendere così stridente per la popolazione cinese la differenza di atteggiamento da parte delle autorità. È quindi necessario che la tolleranza zero venga ripensata, in modo da non creare troppe frizioni a livello economico e sociale, ma non vediamo grandi cambiamenti nel breve periodo, vista l’enfasi che viene posta dal governo sulla sicurezza della situazione sanitaria. In merito, invece, a un atteggiamento più pragmatico delle autorità cinesi, in senso lato, bisognerà vedere come Pechino si muoverà, ad esempio, sul fronte commerciale con gli Stati Uniti e se saranno identificate figure politiche con un profilo internazionale capaci di dialogare efficacemente con Washington. Nell’ultimo periodo, la stretta dell’amministrazione americana nei confronti della Cina si è fatta sentire: dalle richieste di audit sulle aziende quotate alla borsa di New York, sulle quali è stato raggiunto un compromesso, per arrivare alle limitazioni sull’esportazione di tecnologia avanzata, decisa lo scorso ottobre. Ma queste sono riflessioni legate anche alla natura geopolitica dei problemi che il Pcc dovrà prima o poi affrontare».

Secondo voi, quali saranno le tendenze future dei consumi del paese?

«La crescita dei consumi si muoverà di pari passo con quella del reddito, che a lungo termine è stata altamente correlata a quella del Pil nominale. Prevediamo che l’incremento del reddito cinese si normalizzerà dall’8% del 2015-19 a un tasso del 4-6%. Le dimensioni del mercato contano. Con 1,4 miliardi di abitanti, un aumento del reddito del 4-6% significa che il segmento dei consumi cinese rimarrà uno dei più grandi al mondo».

Il ribilanciamento economico della Cina continua, ma come declinate queste considerazioni all’interno delle vostre decisioni di investimento?

«Abbiamo deciso di investire nelle piccole e medie capitalizzazioni, perché pensiamo che la Cina non permetta la crescita di veri e propri colossi industriali, come è avvenuta negli Usa. Pechino non lascerà crescere a dismisura i grandi gruppi, rischiando di perderne il controllo e di lasciare che si crei un altro centro di potere all’interno dello stato, che sarebbe difficile da controllare politicamente. La volontà di fare in modo che ciò non avvenga sarà una costante che pensiamo rimanga nel tempo, cui è sottesa l’idea di volere aumentare la competitività del tessuto economico imprenditoriale e l’equità sociale dal punto di vista del reddito. Per questa ragione, abbiamo sempre avuto, negli ultimi due anni, una predilezione per le Pmi cinesi e identificato le società che possono essere ricondotte al concetto di “common prosperity” e che sono allineate alle indicazioni che vengono direttamente dal Politburo di aumentare il potere di acquisto della classe media. Abbiamo così individuato settori che possono beneficiare di un’economia meno dipendente dall’esterno e che si sta ribilanciando a favore dei consumi interni, quali quelli discrezionali e di prima necessità. Si è investito in titoli tecnologici, in particolare quelli cresciuti dopo lo scoppio della pandemia (e-commerce), e industriali, nello specifico legati alla green revolution e alle infrastrutture. Quando Xi Jinping venne nominato segretario del Pcc, sette delle 10 città più inquinate al mondo erano cinesi; oggi non ne è rimasta nessuna. È una rilevazione molto significativa che mostra quanto importante sia stato l’impegno assunto dalla leadership politica. Noi continuiamo a essere presenti nel settore “green”, ma, ad esempio, nel comparto dei produttori di veicoli elettrici, rimaniamo concentrati sulle società che traggono la loro crescita più dal mercato domestico che da quello estero. Intravediamo, infatti, la possibilità che possa emergere una resistenza da parte degli altri paesi a dipendere ulteriormente dalla Cina anche per l’approvvigionamento delle materie prime usate per la realizzazione di batterie. In termini generali, vorrei inoltre aggiungere che le valutazioni del mercato non sono una criticità: rimangono decisamente basse, con pochi altri mercati che si possono collocare a un livello inferiore (tra questi il Brasile) nell’universo emergente». 

La debolezza del renminbi dall’inizio dell’anno è motivo di preoccupazione?

«Il renminbi sta recuperando terreno rispetto alle valute del G10. In termini ponderati per l’interscambio commerciale, si è deprezzato del 2,1%, meno che contro il dollaro. Con un arsenale di strumenti per contenere la volatilità (meccanismo di fixing giornaliero con fattori anticiclici, commissione autoregolamentata, Fx Rrr), la Pboc è in grado di rallentare l’andamento del renminbi rispetto al dollaro in modo più efficace rispetto ad altri mercati. Non nutriamo quindi alcuna preoccupazione: i conti pubblici del paese sono in ordine e non pensiamo che la Cina possa usare la debolezza del cambio per fare leva sulle esportazioni. Al contrario, Pechino vorrebbe una divisa relativamente forte per aumentare la qualità della sua crescita».

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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav