Il Giappone negli ultimi anni notoriamente si è trovato in una situazione davvero inusuale. Il suo mercato azionario è stato fra i più brillanti del Mondo, riuscendo finalmente a uscire (anche psicologicamente) dalla lunghissima era di stagnazione iniziata all’avvio degli anni novanta.

Contemporaneamente però lo Yen ha toccato nei confronti del Dollaro Usa minimi che non si vedevano da ben prima del famigerato Plaza Accord del 1987, con cui gli Stati Uniti imposero una rivalutazione molto forte della divisa giapponese.

La relativa mancanza di inflazione, nonché l’altissimo debito pubblico accumulato hanno costretto la Banca Centrale nipponica a mantenere fino a ora una politica monetaria che nell’era post-Covid è tornata a essere un outlier in termini di espansività.

Visto il buono stato di salute complessivo dell’economia, la Bank of Japan ha dato qualche timido segno di volontà normalizzatrice negli scorsi mesi. Il tasso di riferimento è infatti stato alzato da 0% a +0,1%. Mentre, fra le altre cose, è giunto a conclusione il programma di controllo dei rendimenti del decennale governativo.

Non sorprendentemente, diversi investitori si stanno domandando se stiamo entrando in una fase in cui il le dinamiche macro-economiche e monetarie del Sol Levante mostreranno una maggiore sincronia rispetto alle altre economie sviluppate.

Arika Fuse, Institutional Equity Portfolio Manager, e Carl Ang, Fixed Income Rsearch Analyst e Ross Cartwright, Lead Strategist Investment Group di MFS Investment Group forniscono un’analisi al riguardo interessante e originale.

Essenzialmente, a loro avviso, lo Yen dovrebbe rimanere relativamente debole nel medio termine in quanto comunque difficilmente il tasso terminale all’orizzonte potrà superare lo 0,5%.

Cosa significa questo per il Paese? Il team della società di gestione americana ricorda un fatto a cui spesso molti osservatori non danno la giusta importanza, ossia che il Giappone è uno dei maggiori creditori netti al Mondo.

Le aziende nipponiche possiedono infatti enormi asset all’estero che generano un flusso gigantesco di profitti e interessi. De facto il saldo di partite correnti del Paese dipende molto più da questo pilastro che dal commercio con l’estero di beni e servizi. Quest’oceano di denaro però, visti i differenziali di rendimento, viene costantemente reinvestito all’estero. Ciò ovviamente crea un’ulteriore pressione al ribasso sullo Yen.

Quest’ultima continua a costituire una base decisamente rilevante per le prospettive di utile dei gruppi locali e quindi dell’equity di Tokyo. Ovviamente la competitività internazionale del tessuto industriale è oggi ai massimi storici, con una struttura di costi che è ormai la più contenuta dell’Asia sviluppata. MFS Investment Group però invita a prestare attenzione anche al lato domestico dell’economia giapponese.

I margini generati sul mercato interno per anni hanno subito pressioni al ribasso per il fatto di dover gestire un crescente costo degli input, a causa di un indebolimento dello Yen ormai in corso da oltre un decennio, a fronte di una domanda locale stagnante. Gli acquisti dei cittadini giapponesi stanno però mostrando una nuova vitalità e una rinnovata tolleranza nell’accettare un minimo di inflazione passata al consumatore finale dalle aziende locali.


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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.