Rispetto a quanto accaduto in passato, il calo delle quotazioni del barile potrebbe non tradursi in una spinta per la crescita economica globale
La quotazione del petrolio ha perso circa il 50% dai suoi massimi dell’anno. Il prezzo del barile di Brent registrava ieri 26,3, il livello più basso dal 2016. Storicamente, fasi così marcate di debolezza dell’oro nero hanno dato ossigeno all’economia globale: pochi paesi medio-orientali soffrivano per i minori introiti e centinaia di milioni di consumatori in giro per il mondo beneficiavano degli effetti dei prezzi da saldo del barile. L’impatto netto per l’economia mondiale era sempre positivo.
Cambi fondamentali nello scacchiere internazionale
Oggi non è più così perché paesi come Stati Uniti, Cina, Russia, Canda e Brasile sono diventati produttori di prima fascia e la caduta delle quotazioni provoca ripercussioni sul commercio e gli investimenti. A questo si somma il rischio che, in tempi di incertezza, i consumatori optino per la conservazione della quota di reddito risparmiata.
In passato, in anni in cui la maggior parte della produzione di petrolio era concentrata in alcuni paesi medio-orientali, una pesante contrazione dei prezzi metteva in ansia il 5% del Pil mondiale e forniva carburante a basso costo ai paesi industrializzati. Attualmente, un forte calo delle quotazioni ha ripercussioni su molti settori delle economie industrializzate. I minori investimenti in questi settori annullano quasi la totalità dei benefici per i consumatori.
La crescente importanza del fracking negli Stati Uniti, ha ridotto sensibilmente la dipendenza del gigante nordamericano dalle importazioni. Tuttavia, il fenomeno ha anche aumentato il peso dell’industria petrolifera sull’occupazione e sull’economia in generale. Stando ai dati in possesso dell’ American Petroleum Institute (API), l’industria del petrolio e del gas rappresenta circa l’8% del Pil usa e assorbe 10,3 milioni di lavoratori.
Attualmente la produzione di petrolio su scala mondiale è la meno concentrata di sempre a livello geografico e la più rilevante di sempre, se calcolata in termini di peso sul Pil domestico, in Usa, Cina, Russia, Canada e Brasile. I quattro paesi producono il 36% del petrolio a livello globale.
Il fracking e l’economia statunitense
Tornando alla situazione statunitense, il petrolio a basso costo può provocare un’impennata dei casi di default tra le aziende attive nel settore dello shale oil. L’espansione di questo settore ha svolto un ruolo di primo piano nella lunga fase di espansione sperimentata dall’economia statunitense. Il ritmo di crescita dell’economia Usa, nettamente superiore a quello registrato da altre economie mature, è dovuto in larga parte al contributo dello shale oil. Se questo settore comincerà ad arretrare (in termini di investimenti e occupazioni), le conseguenze saranno inevitabilmente negative per la congiuntura domestica.
Gli effetti negativi non riguarderebbero solo gli Usa: la persistenza delle quotazioni su livelli bassi come quelli che registriamo in questi giorni, può provocare un impatto netto negativo per l’intera economia planetaria a causa dei minori investimenti e dei livelli crescenti di disoccupazione che ne conseguirebbero. Lo stesso risultato si otterrebbe nell’ipotesi di un prezzo stabilmente troppo elevato (superiore ai 70 usd al barile). Il punto di equilibrio -che favorisce consumatori e produttori- è compreso nel range 50-70 usd. Questo è il range che soddisfa gli utili dei produttori senza provocare cali della domanda da parte dei consumatori.
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

