a cura di Pinuccia Parini

Secondo l’outlook economico dell’Ocse, pubblicato lo scorso dicembre, è atteso che il Pil reale della Corea del Sud passi dal 2,3% nel 2024, al 2,1% nel 2025 e nel 2026. 

La forte domanda globale dovrebbe continuare a sostenere le esportazioni, mentre i consumi domestici potrebbero riprendersi dalla fine dello scorso anno grazie alla discesa dei tassi e all’aumento dei salari reali. Nel breve periodo, l’inflazione continuerà a essere inferiore al target ed è stimato che la Banca Centrale Coreana tagli ancora i tassi sino al 2,5% nel 2025, riportando l’inflazione all’obiettivo del 2%.

LO SHOCK DI INIZIO DICEMBRE

In un contesto relativamente stabile, quanto è successo lo scorso mese ha colto letteralmente tutti di sorpresa. Il 3 dicembre 2024, il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol ha dichiarato la legge marziale d’emergenza in un discorso televisivo nazionale alle 22:30 ora locale. Le ragioni della decisione sono state la necessità di proteggere il Paese da «forze comuniste nordcoreane» e dalle «forze antistatali» e di «ricostruire e proteggere» la Corea del Sud dalla «caduta in rovina».

Quasi immediatamente, i parlamentari si sono precipitati all’Assemblea nazionale per annullare la legge marziale, mentre i militari, che avevano ricevuto l’ordine di non permettere l’accesso, sono stati osteggiati nel loro intento da una folla di cittadini. Va detto, però, che, nei fatti, l’esercito ha dato prova di lealtà democratica.

DICIASETTE LEGGI MARZIALI

Era dal 1980 che non veniva dichiarata la legge marziale, ossia da quando, dopo l’assassinio di Park Chung-hee (terzo presidente della Corea del Sud), il primo ministro Choi Kyu-hah assunse il ruolo di capo di stato, per poi essere estromesso sei giorni dopo dal golpe del generale maggiore Chun Doo-hwan.

Nel maggio di quell’anno le forti proteste della società civile indussero il governo autoritario a dichiarare la sedicesima legge marziale conosciuta dal Paese. 

Lo scontro tra le forze militari e i dimostranti guidati dagli studenti sfociò in quello che è conosciuto come il massacro di Gwangju: fu una vera e propria repressione nei confronti di cittadini che rivendicavano i loro diritti. In Corea è previsto il ricorso alla legge marziale in due circostanze: in caso di guerra o di emergenze nazionali. 

Ma nessuna delle due possibilità è riconducibile alla situazione attuale. È probabile, invece, che la decisione del presidente Yoon sia da ascrivere alla forza del Partito democratico all’opposizione, vittorioso alle ultime elezioni e accusato di ostruire l’attività del governo in carica.

UNA GIOVANE DEMOCRAZIA

Quest’ultima crisi mostra le due facce della medaglia di una democrazia viva, ma contestualmente giovane.

Le dichiarazioni di Yoon, che giustificavano la sua decisione per osteggiare le forze politiche a favore della Corea del Nord, hanno rispolverato una retorica da Guerra fredda, come sottolinea Darcie Draudt-Véjares, Asia fellow del Carnagie Endownment, che rileva quanto «le linee di frattura della politica sudcoreana, dimostrano allo stesso tempo la resilienza democratica (…). Le successive dimissioni e l’arresto del ministro della difesa, insieme all’appoggio a Yoon da parte del Partito del potere popolare al governo e agli appelli dell’estrema destra ad arrestare i leader dell’opposizione, indicano una lotta costituzionale sempre più profonda tra istituzioni democratiche e una grave polarizzazione». 

La Corea del Sud è passata alla democrazia nel 1988, quando il governo ha tenuto le prime elezioni presidenziali veramente libere. Ma i decenni precedenti hanno inciso in modo profondo sulla coscienza della nazione, che ha conosciuto momenti difficili, sia politici, sia economico-finanziari. 

Ciò nonostante, negli ultimi anni il Paese ha visto crescere, insieme all’attività economica, il proprio soft power, non solo nella regione, ma anche a livello globale, in ambiti quali l’intrattenimento e la cultura, attraverso la produzione cinematografica, televisiva, musicale e anche letteraria.

Non a caso, la scrittrice Han Kang è stata insignita del Nobel per la letteratura nel 2024 «per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana». È stato proprio grazie al fiorire di queste iniziative e ai successi raccolti che anche gli eventi della storia passata della nazione sono stati affrontati e diventati noti ai più giovani. La produzione culturale ha fatto così da collante a una popolazione alla ricerca di una propria identità.

LA RISPOSTA DEI COREANI

La risposta della società civile alla dichiarazione della legge marziale è stata immediata e, dopo un impasse, è stato approvato anche l’impeachment del presidente Yoon. Si è così concluso in tempi celeri un evento che avrebbe pesato sul futuro della nazione? La crisi politica recentemente vissuta ha evocato molti paragoni con le proteste nazionali del 2016 contro l’abuso di potere dell’ex presidente Park Geun-hye. Allora, centinaia di migliaia di persone scesero in piazza: fu una protesta, con dimensioni simili a quelle imponenti del 1987, che chiedeva le dimissioni dell’allora presidente, accusata di avere contribuito alle attività illecite di un’amica e consulente occulta, che aveva utilizzato la propria posizione per ottenere tangenti da grandi aziende del Paese.

Ma, a differenza della situazione attuale, passarono alcuni mesi con continue manifestazioni pacifiche prima che la leader in carica vedesse sospesi i suoi poteri, per poi essere destituita, arrestata, incarcerata e infine graziata.

MOLTO RUMORE PER NULLA?

Quanto accaduto, quindi, potrebbe essere circoscritto a un evento grave, ma non destabilizzante.

Tuttavia, questi segnali di debolezza, che riaffiorano nella storia del Paese, meritano una riflessione. Se è infatti vero che lo sviluppo della Corea del Sud è stato impressionante, è altrettanto evidente che la crescita del Pil non è stata accompagnata da un’equità economica. Ha-Joon Chang, professore di economica a Soas Università di Londra, ha recentemente ricordato che «il percorso di democratizzazione della Corea iniziò nel 1987 e richiese 10 anni. Il suo completamento avvenne con l’elezione a presidente di Kim Dae-jung nel 1997. La nomina di Kim avrebbe dovuto aprire un’era di equità economica e di libertà politica. Purtroppo, coincise con la crisi finanziaria asiatica del 1997, che costrinse la Corea a concordare con il Fmi un programma radicale di liberalizzazione economica»2.

Il risultato di ciò furono «tre decenni di crescita significativamente più lenta, meno posti di lavoro di qualità, aumento delle disuguaglianze e mobilità sociale notevolmente ridotta, rispetto agli anni del “miracolo” tra il 1961 e il 1996. L’insicurezza economica è stata accentuata dalla mancata crescita dello stato sociale». 

Le dimensioni di quest’ultimo, riporta l’Ocse, differiscono notevolmente tra i Paesi del gruppo: con poco più del 30% del Pil nel 2022, la spesa sociale pubblica era più alta in Francia e in Italia, ma un quarto delle nazioni presenti dedica circa il 25% o più.  Al contrario, la spesa sociale pubblica in stati come Colombia, Costa Rica, Irlanda, Corea, Messico e Turchia rappresenta il 15% del Pil o meno. 

Sempre secondo la stessa organizzazione, il 14,2% delle persone di età superiore ai 65 anni vive in condizioni di povertà, ossia con un reddito inferiore alla metà della mediana nazionale del reddito familiare mediano equivalente, e per la Corea il dato supera il 40%. Il report 2024 del “Global Gender Gap”, inoltre, colloca la nazione al 94° posto, in miglioramento rispetto al 2023, con un punteggio di 0,696 (l’Italia occupa l’84° posizione con 0,703).  Il Paese detiene, inoltre, il primato per il minore tasso di natalità e il più alto di suicidi.  

Quelle riportate sono cifre che rivelano una situazione di sofferenza a livello sociale, che diventa terreno fertile per la demagogia e il populismo e forse spiega anche l’ascesa alla presidenza dello stesso Yoon, il cui insediamento viene descritto da Varieties of Democracy Institute (“Rapporto sulla democrazia 2024”) dell’Università di Göteborg come un raro caso di «ritorno all’autocrazia». Nel 2023, la Corea occupava la 28° posizione rispetto alla 46° del 2024.

UNA FRAGILE DEMOCRAZIA

Sempre secondo il suddetto rapporto, il livello di democrazia di cui gode la persona media nel mondo nel 2023 è sceso ai valori del 1985, mentre, in base alle medie nazionali, è tornato al 1998. Vengono contate 91 democrazie e 88 autocrazie, ma il 71% della popolazione mondiale (5,7 miliardi di persone) vive nelle seconde, con un aumento rispetto al 48% di 10 anni fa. Parlare di democrazia sta diventando oggigiorno sempre più complesso, ma è certo che si tratta di una conquista che va continuamente alimentata e che richiede, proprio per la sua natura, un incessante confronto.

Ciò che è successo in Corea del Sud è forse il risultato di un processo democratico che non si è ancora consolidato, come avviene in altre parti della regione asiatica, e può rischiare di essere compromesso dinnanzi alla necessità di trovare risposte in chi si fa promotore di soluzioni semplici e immediate, come accade in altre parti del mondo. I cittadini coreani sono stati vigili e questo è un segnale di tenuta e vigore della democrazia, ma forse occorrono anche altri tipi di risposte.

1.https://carnegieendowment.org/emissary/2024/12/south-korea-democracy-yoon-protests?lang=en

2.https://www.ft.com/content/62ccd0f5-4ddf-45cb-acc8-fa137271f5ea

leggi il numero 170 


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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav