Emergenti: lo scoppio della guerra del Golfo impone però ora una riflessione sulla resilienza di queste economie a un potenziale aumento dei costi energetici, a un ritorno dell’inflazione, con le conseguenti ricadute sui consumi. L’analisi di Gam

I mercati emergenti hanno conosciuto un forte ritorno d’interesse da parte degli investitori. I cambiamenti strutturali dell’economia di questi paesi, le politiche monetarie più ortodosse e la spesa pubblica sotto controllo ne hanno delineato un profilo rassicurante che ha cominciato ad attrarre i flussi degli operatori di mercato.
Le possibili evoluzioni
Secondo Ygal Sebban, investment director e responsabile del team azionario mercati emergenti di GAM, si possono delineare due scenari. Nel primo caso, se il conflitto dovesse concludersi nell’arco di tempo di tre settimane, gli effetti negativi dovrebbero essere contenuti e gestibili. Se invece la durata dovesse essere superiore, la situazione si complicherebbe per le economie emergenti, Asia in particolare. Infatti la dipendenza del continente asiatico dai combustibili fossili è elevata e circa il 73% dei flussi di petrolio e gas diretti verso la regione passa attraverso lo stretto di Hormuz, attualmente bloccato. Le scorte di paesi come Cina e Corea del Sud sono relativamente solide, ma il divario energetico rimane un problema per altre economie. Paesi come Taiwan, Indonesia, Filippine e Thailandia potrebbero subire un impatto molto più forte, mentre l’India risulta più vulnerabile rispetto a Cina e Corea del Sud. Oltre all’arco temporale, i fattori cui prestare attenzione, sostiene Sebban, sono i danni agli impianti di produzione di petrolio, che una volta interrotti richiedono tempo perché rivengano messi in moto, e a quelli di desalinizzazione, per gli effetti devastanti sulla popolazione civile.
Scenario di base
Se il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi a circa 20 dollari sopra il livello di prima della guerra, gli effetti sul Pil mondiale dovrebbero essere contenuti, secondo il gestore di GAM: “L’impatto sulla crescita globale sarebbe contenuto, anche perché questa crisi arriva in un momento di accelerazione dell’economia mondiale. Alcuni paesi esportatori di materie prime, come Brasile e Colombia, potrebbero persino beneficiarne, mentre economie importatrici come Filippine, Turchia e Thailandia risulterebbero più penalizzate”. La questione di fondo, però, è se il greggio dovesse superare i 100 dollari in modo stabile, perché ciò provocherebbe un riaccendersi dell’inflazione e le banche centrali sarebbero chiamate ad adottare misure per contenerla. Anche in questo caso sarà il perdurare di determinate situazioni a condizionare le evoluzioni future. Per il momento, i futures a breve scadenza del petrolio, ricorda Sebban, quotano sopra quelli più lontani (backwardation): ciò significa che il costo attuale è superiore a quello futuro, facendo supporre che il rialzo attuale possa essere momentaneo. Inoltre, nel mercato c’è un eccesso di offerta greggio. In merito ai tassi di interesse reali, “nel mercati emergenti sono abbastanza alti e ciò potrebbe permettere alle banche centrali di non intervenire subito con aumenti del costo del denaro”.
L’unicità dei mercati emergenti
Se lo scenario di base dovesse prevalere, allora le motivazioni che hanno spinto GAM a essere positivi verso quest’area geografica permarrebbero, perché: “La storia strutturale dei mercati emergenti è legata a lungo termine alla demografia, a una popolazione più giovane rispetto ai mercati sviluppati, a più crescita e a un’inflazione crescente (…) I mercati finanziari emergenti sono cambiati: il peso dei settori tecnologico e dei beni di consumo discrezionali è aumentato molto rispetto a 20 anni fa, mentre hanno perso rilevanza metalli ed energia. Questo giustifica un re-rating dei multipli P/E, perché tecnologia e beni di consumo discrezionali meritano multipli più alti”.
Due ciliegine sulla torta
Ma ci sono altre due fondamentali ragioni per considerare i mercati emergenti secondo Sebban: la Cina e l’intelligenza artificiale. In Cina, il governo è indirizzato a sostenere i consumi e aumentarne il contributo alla crescita. Gli elevati livelli di risparmio delle famiglie cinesi, oltre ad alimentare una più elevata spesa per consumi, potrebbero essere investiti nei mercati finanziari visto il basso livello di remunerazione dei depositi bancari (1%). In questo senso, le autorità hanno iniziato a sostenere politiche pro-azionisti con dividendi e buyback, “con un ritorno totale stimato per gli azionisti tra 8 e 11%”. La “seconda ciliegina sulla torta” è l’intelligenza artificiale, visto che i consistenti investimenti degli hyperscaler non potranno fare a meno dei server e dei chip prodotti in Asia. Nei mercati emergenti, secondo il gestore, le opportunità principali si concentrano quindi in Cina, Taiwan, Corea, con alcune differenze politiche ed economiche in America Latina e altri paesi emergenti.
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

