Karin Kunrath, Chief investment officer, Raiffeisen Capital Management

 

emergenti, RBC

Nei primi due mesi del 2026 i mercati azionari emergenti hanno registrato un forte rialzo, superando nettamente quelli sviluppati, ma il trend è stato frenato dallo scoppio della guerra in Iran a marzo. Le ripercussioni restano difficili da valutare, soprattutto per i paesi emergenti più dipendenti dall’energia.

L’indice globale dei mercati emergenti è salito di quasi il 15% nei primi due mesi dell’anno (contro circa il 3% dei mercati sviluppati), ma a inizio marzo la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha interrotto bruscamente i rialzi. Le reazioni sono state finora moderate: le azioni emergenti hanno perso circa il 7% nelle prime due settimane di marzo, contro il 4% dei mercati sviluppati, mantenendo comunque un bilancio positivo da inizio anno. Molti investitori hanno ridotto il rischio o hanno temporaneamente sospeso gli acquisti degli asset più rischiosi, ma al momento non si può parlare di reazioni di panico.

Nessun allarme, ma un atteggiamento attendista

Karin Kunrath

Le conseguenze economiche e geopolitiche restano incerte, ma in uno scenario negativo potrebbero colpire soprattutto i paesi emergenti più dipendenti dalle importazioni energetiche e dalle rotte del Golfo Persico e del Mar Rosso. Non sorprende quindi la reazione eterogenea di azioni e valute.

A metà marzo l’Iran ha limitato il transito nello Stretto di Hormuz, causando un forte aumento dei prezzi di petrolio e gas. Tuttavia, il fattore decisivo sarà la durata più che l’intensità del rialzo dei prezzi.

I rischi per i Paesi emergenti

Soprattutto le grandi economie di Cina e India dipendono fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dalla regione del Golfo e, nel contesto della guerra in Iran, si trovano ad affrontare anche notevoli sfide geopolitiche.

Per la Cina, che già deve fare i conti con una domanda interna insufficiente, scarsa redditività di molte imprese e una crescita persistentemente debole, tutto ciò non potrebbe capitare in un momento peggiore. Va tuttavia osservato che la Cina ha costituito riserve strategiche di petrolio molto consistenti e, a quanto pare, potrebbe continuare ad acquistare petrolio iraniano. L’India, in caso di un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, si troverebbe quindi in difficoltà più rapidamente della Cina, ma potrebbe probabilmente compensare una parte delle importazioni mancanti con il petrolio russo.

L’America Latina, a sua volta, è decisamente meno a rischio immediato e paesi come il Brasile e la Colombia, in quanto esportatori di petrolio, potrebbero addirittura trarre vantaggio dall’aumento dei prezzi del petrolio.

Nell’Europa centrale e orientale c’è una forte sensibilità nei confronti dei prezzi dell’energia e dei costi di trasporto. In caso di forti aumenti dell’inflazione, le banche centrali potrebbero vedersi costrette ad agire. Anche a questo proposito, tuttavia, la durata delle distorsioni dei prezzi dell’energia rimane determinante.

Il Sud-Est asiatico, in quanto centro di molte catene di approvvigionamento globali, non da ultimo nel settore dei semiconduttori, dovrebbe risentire meno dell’aumento dei prezzi del petrolio che dei problemi logistici e dell’aumento dei costi di trasporto, qualora le rotte commerciali verso l’Europa dovessero rimanere interrotte per un periodo prolungato.

Obbligazioni dei mercati emergenti: niente panico ma necessaria la cautela

Anche per le obbligazioni dei mercati emergenti i primi due mesi sono stati positivi. In particolare, le obbligazioni denominate in dollari Usa hanno registrato ottimi risultati. Con la guerra in Iran, tuttavia, si sono verificati dei ribassi. Questi sono stati causati, da un lato, dal nuovo aumento dei differenziali di rendimento rispetto ai titoli di Stato statunitensi.

D’altro canto, anche Treasury Usa hanno ceduto terreno – un andamento che ha sorpreso molti. Infatti, normalmente questi traggono vantaggio dalle crisi geopolitiche in quanto rifugio sicuro. È possibile che lo facciano ancora, se il conflitto dovesse protrarsi a lungo o intensificarsi ulteriormente.

Le obbligazioni in valuta locale hanno registrato nuovamente, dall’inizio di marzo, i primi deflussi di capitale da parte degli investitori internazionali; tuttavia, in misura complessivamente contenuta. Se, nel corso del conflitto, il dollaro dovesse rafforzarsi in modo duraturo, ciò avrebbe un impatto negativo sulla maggior parte delle economie dei paesi emergenti e probabilmente rappresenterebbe anche un peso per i loro mercati azionari e obbligazionari.

Una rapida fine del conflitto o una lunga guerra di logoramento?

La maggioranza degli operatori e degli analisti ritiene che l’Iran non riuscirà a tenere testa a lungo agli Stati Uniti e a Israele e/o a mantenere il blocco delle rotte marittime per un periodo prolungato. Questo spiega le reazioni finora moderate dei mercati azionari, che hanno mostrato una certa calma anche di fronte al forte aumento del prezzo del petrolio. In tale scenario, l’economia mondiale non dovrebbe subire danni gravi e duraturi e la crescita globale tornerebbe rapidamente al centro dell’attenzione.

Tuttavia, questo esito non è certo. La portata e la durata delle controffensive iraniane hanno superato le aspettative e le strutture di comando sembrano rimanere ampiamente stabili nonostante le perdite nella leadership. È quindi possibile che la guerra si prolunghi o si estenda. In tal caso, i prezzi del petrolio potrebbero restare elevati o aumentare ulteriormente, con impatti duraturi sui flussi commerciali e possibili difficoltà per crescita e inflazione. I mercati finanziari, al momento, considerano questo scenario ancora relativamente improbabile.

Un nuovo ordine in Medio Oriente?

A lungo termine, la guerra in Iran potrebbe portare a una profonda riorganizzazione geopolitica in Medio Oriente (e oltre). L’Iran potrebbe scomparire come potenza regionale o uscirne fortemente indebolito, ridimensionando anche il suo ruolo nell’asse Russia-Cina-Iran (e nei BRICS). In alternativa, il conflitto potrebbe mettere in discussione la supremazia degli Stati Uniti nella regione, favorendo un riorientamento geopolitico di alcuni Paesi nell’area.

Conclusione

Dal punto di vista degli investitori, va sottolineato che qualsiasi previsione sulla durata e sull’esito del conflitto iraniano è attualmente soggetta a enormi incertezze e che, di conseguenza, per molti paesi emergenti sussistono sia potenzialità di rialzo che rischi di ribasso. Indipendentemente da questa guerra e dal suo esito, tuttavia, le opportunità di crescita a lungo termine di molte regioni (in particolare dell’Asia) rimangono intatte, così come – almeno per il prossimo futuro – il tema dell’intelligenza artificiale e gli investimenti nelle infrastrutture necessarie a tal fine. Pertanto, nonostante le turbolenze geopolitiche, continuiamo a considerare promettenti, ad esempio, i mercati della Corea e di Taiwan e non consideriamo i cali dei prezzi in questi paesi come la fine del trend rialzista.

Per quanto riguarda paesi come l’India e la Cina, manteniamo per il momento un approccio più cauto e in parte selettivo, cosa che però già avveniva prima della guerra in Iran e che non è direttamente correlata ad essa. Va da sé che la situazione attuale richiede un monitoraggio costante e attento e un’azione molto flessibile.


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Redazione

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