A cura del team Franklin Templeton Fixed Income

Reazione del mercato e valutazione strutturale
I mercati finanziari hanno reagito negativamente all’escalation del conflitto in Medio Oriente. Gli indici azionari sono scesi; i rendimenti dei titoli di Stato “core” e la volatilità sono aumentati; i mercati energetici hanno rivisto i prezzi in modo marcato, con forti rialzi sia del petrolio sia del gas. Il dollaro statunitense (USD) si è apprezzato rispetto ai principali partner commerciali.
Al contrario, l’oro, nonostante il suo tradizionale ruolo di bene rifugio, ha registrato una correzione al ribasso, probabilmente riflettendo l’impatto compensativo di rendimenti reali più elevati e della forza generalizzata del dollaro USA. Nei mercati emergenti (EM), gli indici hanno registrato ribassi, ma i movimenti sono stati contenuti. Sorprendentemente, gli afflussi verso i fondi globali di debito EM continuano, con afflussi più consistenti sia nei fondi in valuta forte (HC) sia in quelli in valuta locale (LC), nonostante il persistente clima di avversione al rischio.
Le obbligazioni investment‑grade dei mercati emergenti (EM) inizialmente hanno sottoperformato, riflettendo la loro maggiore esposizione alla duration, mentre i rendimenti dei Treasury statunitensi salivano lungo gran parte della curva. Successivamente, la performance ha registrato una convergenza con quella delle obbligazioni high‑yield.
All’interno dei mercati sovrani in valuta forte (HC), i peggiori risultati si sono registrati tra gli emittenti più rischiosi e importatori di energia, tra cui Kenya, Pakistan, Sri Lanka ed Egitto.
Nell’Europa centrale e orientale (CEE), i prezzi più elevati dell’energia (in particolare del gas) e la debolezza dell’euro rispetto al dollaro hanno pesato sui mercati, con Romania, Ungheria e Polonia sotto pressione. Un andamento simile è visibile nei mercati in valuta locale (LC), dove Ungheria, Polonia e Sudafrica hanno sottoperformato, principalmente a causa della debolezza valutaria. Le obbligazioni in valuta forte del Medio Oriente hanno invece tenuto sorprendentemente bene.
Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento e nelle rotte marittime hanno spinto al rialzo il prezzo spot del petrolio Brent. I prezzi del gas sono aumentati in modo ancora più marcato, con alcuni contratti futures saliti oltre l’80%. Le interruzioni nello Stretto di Hormuz sono particolarmente significative, poiché il traffico attraverso questo punto di strozzatura strategico rappresenta circa il 20% del consumo globale di petrolio e una quota sostanziale delle esportazioni giornaliere di gas naturale liquefatto (GNL).
I mercati del gas sono stati ulteriormente destabilizzati dalla riduzione della produzione del Qatar, in seguito agli attacchi con droni iraniani alle infrastrutture GNL di Rass Laffan e Mesaieed. Anche la raffineria saudita di Ras Tanura e gli impianti petroliferi e del gas iracheni sono stati presi di mira.
La nuova impennata dei prezzi dell’energia ha riacceso i timori inflazionistici, contribuendo a un’ondata di vendite sui Treasury statunitensi. Gli operatori stanno rivalutando il percorso atteso del tasso dei federal funds, e il mercato ha ridotto il numero di tagli dei tassi USA previsti per il prossimo anno. Per le banche centrali EM, il deprezzamento delle valute potrebbe amplificare le pressioni inflazionistiche importate, sebbene resti incerta la misura in cui una crescita e una domanda più deboli potrebbero compensare tali dinamiche.
Sebbene la situazione rimanga fluida, riteniamo che l’attuale escalation rappresenti qualcosa di più di un episodio transitorio o tattico. La rottura dell’equilibrio geopolitico appare più simile alla dislocazione strutturale innescata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 che al breve conflitto Iran–Israele di dodici giorni del giugno 2025.
La risposta sistematica dell’Iran appare meno contenuta e meno prevedibile, probabilmente riflettendo il vuoto di leadership seguito alla morte della Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei. Gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) non sono più isolati dall’escalation, e il conflitto ha già avuto impatti sia su asset civili sia su infrastrutture energetiche.
Le implicazioni si estendono oltre la regione, con potenziali ripercussioni sulla politica interna degli Stati Uniti, sulla traiettoria del conflitto Russia–Ucraina, sul posizionamento strategico della Cina e sulle prospettive della crescita globale. Riteniamo che l’impatto sui prezzi possa estendersi oltre la durata stessa del conflitto, soprattutto per gli emittenti del Medio Oriente, per i quali potrebbe essere giustificato un premio al rischio strutturalmente più elevato.
Conclusioni e implicazioni per il posizionamento

Da qualche tempo osserviamo che i fondamentali dei mercati emergenti (EM) sono più solidi rispetto ai precedenti episodi di crisi. Gli aggiustamenti post‑pandemia hanno migliorato le riserve valutarie e la credibilità delle politiche macroeconomiche, offrendo un certo grado di resilienza, che è stata evidente nella reazione dei mercati dall’inizio del mese. Tuttavia, questa resilienza dipende dalla durata del conflitto e dalla persistenza di prezzi elevati del petrolio.
Il principale rischio downside rispetto al nostro scenario di base è un’escalation incontrollata del conflitto in Medio Oriente, che porterebbe a un’interruzione più ampia dell’offerta di petrolio. Una ritorsione da parte di attori non statali (come Hezbollah o gli Houthi) amplificherebbe questo rischio e aumenterebbe la probabilità di interruzioni prolungate del traffico marittimo. L’escalation oltre i parametri controllati dagli Stati rappresenta il rischio estremo più significativo per i mercati.
Nel complesso, riteniamo che l’orientamento del nostro portafoglio verso il debito in valuta forte (HC) rispetto a quello in valuta locale (LC) dovrebbe sostenere i rendimenti. La nostra esposizione a situazioni idiosincratiche meno vulnerabili ai trend macro e la nostra scelta di ridurre il peso sui Paesi del GCC dovrebbero, a nostro avviso, favorire la resilienza della strategia.
In sintesi, i mercati hanno reagito, ma non ancora in modo coerente con uno scenario di interruzione prolungata; l’evoluzione e la durata del conflitto, in particolare il suo impatto sui mercati energetici, saranno determinanti nel definire se si trasformerà in uno shock macro sostenuto. Pur consapevoli dei rischi ribassisti, continuiamo a cercare valore nell’asset class, sapendo che le crisi geopolitiche spesso rappresentano opportunità per gli investitori.
Redazione
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