A colloquio con Emanuele Del Monte, del team International Government – FX – Emerging di Eurizon

 

 

Quali ritenete siano i rischi e le opportunità per l’asset class ‘emerging bond’ derivanti dall’intervento Usa in Venezuela?

L’intervento statunitense in Venezuela, finalizzato alla destituzione del presidente Nicolás Maduro, costituisce un episodio altamente specifico e, in quanto tale, non dovrebbe produrre effetti diretti di rilievo sull’asset class degli emerging market bonds. Tuttavia, proprio la natura eccezionale dell’evento consente di individuare una serie di impatti indiretti potenzialmente rilevanti per il mercato.

Emanuele Del Monte

In primo luogo, un miglioramento delle prospettive venezuelane e il conseguente buon andamento del Venezuela nell’indice di riferimento potrebbero contribuire a rafforzare il profilo rischio-rendimento dell’intera asset class, inducendo gli investitori a rivalutare con maggiore interesse il comparto emergente nel suo complesso.

Inoltre, il Venezuela rientra tra i crediti distressed: un’evoluzione positiva sul fronte della stabilità istituzionale aumenterebbe la probabilità di una ristrutturazione ordinata del debito. Tale dinamica potrebbe avere ricadute favorevoli anche per altri Paesi oggi in default, come ad esempio il Libano, sostenendo — almeno marginalmente — il sentiment verso l’universo dei sovrani più fragili.

Sul piano macroeconomico, è plausibile attendersi, nel medio periodo, un incremento dell’offerta di greggio venezuelano e dunque una possibile pressione al ribasso sul prezzo del petrolio, con effetti potenzialmente disinflazionistici. Questo scenario risulterebbe favorevole per numerosi Paesi emergenti importatori di energia, contribuendo a migliorare le condizioni finanziarie e a ridurre la vulnerabilità esterna.

Infine, la mossa di Donald Trump sembra prefigurare un’impostazione più marcatamente interventista della politica estera statunitense, soprattutto nell’emisfero occidentale. Tale orientamento potrebbe produrre conseguenze differenziate a livello regionale: alcuni Paesi potrebbero beneficiarne, in particolare quelli maggiormente allineati agli interessi di Washington. In Sud America, ad esempio, potrebbero trarre vantaggio Argentina ed Ecuador, oltre ad alcuni Paesi caraibici; al contrario, potrebbero emergere nuove pressioni su realtà più autonome o meno allineate, come Brasile e Colombia.

Nel disomogeneo universo dei bond emergenti, quali titoli potrebbero beneficiare di un’ulteriore riduzione dello spread nel corso del 2026?

Nel disomogeneo universo dei bond emergenti, l’ipotesi di un’ulteriore compressione degli spread nel corso del 2026 appare più selettiva rispetto a quanto osservato negli ultimi due anni. Il comparto, infatti, proviene da un biennio di performance particolarmente positive e lo spread dell’indice di riferimento ha già registrato una contrazione superiore ai 100 punti base. Di conseguenza, sotto il profilo valutativo, risulta difficile immaginare un’estensione del rally paragonabile a quella degli anni passati.

Ciò nonostante, l’elevato livello assoluto dei rendimenti — unito a un contesto macroeconomico complessivamente favorevole, in grado di offrire sostegno agli spread — dovrebbe continuare a garantire ritorni interessanti, trainati soprattutto dalla componente di carry.

Tra le storie che potrebbero beneficiare maggiormente di un ulteriore miglioramento del sentiment figurano Argentina ed Ecuador: si tratta di Paesi che negli ultimi anni hanno avviato un cambio di passo nella politica economica e che presentano le condizioni per consolidare tali dinamiche virtuose, con potenziali ulteriori benefici in termini di compressione del rischio sovrano.

Anche il Venezuela potrebbe offrire margini di apprezzamento rispetto ai livelli attuali, qualora il processo di ristrutturazione del debito si concretizzasse in tempi relativamente brevi e con condizioni favorevoli per i creditori.

Infine, un caso particolarmente rilevante resta quello dell’Ucraina: i titoli continuano a risentire delle incertezze legate al conflitto con la Russia, ma l’eventuale raggiungimento di un accordo di pace nel corso dell’anno potrebbe tradursi in un significativo repricing del rischio, con ritorni potenzialmente molto elevati.


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Stefania Basso

Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.