I commenti di Candriam e Invesco alle indicazioni emerse dalla riunione di ieri della Fed. I tassi Usa a breve hanno reagito con rialzi

 

Nicolas Forest, global head of fixed income and member of the executive committee di Candriam

 

Mentre la FED non ha cambiato la propria politica monetaria, la riunione del FOMC di mercoledì sera è stata l’occasione per chiarire le aspettative dei suoi membri sui tassi di riferimento. Con due rialzi dei tassi previsti nel 2023 (proiezioni mediane) è stato difficile per il presidente Jay Powell mostrarsi accomodante.

Il mercato sembrava credere ai messaggi rassicuranti di una inflazione transitoria. Tuttavia, con due potenziali rialzi nel 2023, ciò che sta prendendo forma è effettivamente la normalizzazione monetaria con un potenziale arresto degli acquisti di asset nel 2022.

Si tratta chiaramente della prospettiva di una stretta monetaria nei prossimi anni che, anche se del tutto logica, era stata messa in secondo piano dai mercati. I tassi americani a breve termine hanno reagito al rialzo con un aumento di quasi 10 punti sulla scadenza a 5 anni e il dollaro si è fortemente apprezzato.

 

Luca Tobagi, Cfa investment strategist di Invesco

Gli elementi più importanti sono della riunione di ieri i seguenti:

  • Rispetto alle proiezioni economiche di marzo, la crescita economica prevista per il 2021 è visibilmente più alta (7% vs 6.5%). Invariato il 2022 (+3.3%), rivisto al rialzo il 2023 (2.4% vs 2.2%). Invariato anche il longer run (+1.8%)
  • Rispetto alle proiezioni economiche di marzo, l’inflazione prevista (Personal Consumption Expenditure) per il 2021 è visibilmente più alta sia a livello complessivo (3.4% vs 2.4%), sia a livello core (3% vs 2.2%). Poco variati il 2022 (+2.1% vs +2%) e il 2023 (+2.2% vs 2.1%) a livello headline, invariate le stime di lungo periodo e per il 2023 a livello core (2%).
  • Dal comunicato stampa è stata rimossa la frase, che nei mesi precedenti apriva la sezione principale del testo, che la pandemia ha inflitto danni umani ed economici tremendi negli USA e nel mondo, sottolineando invece i progressi delle vaccinazioni che sta aiutando a contenere la difffusione del Covid-19.

Nessuna variazione di rilievo per le proiezioni sul tasso di disoccupazione.

A voce è stata sottolineata la forza della ripresa, anche se l’evidenza che riguarda il recupero dei posti di lavoro non appare ancora abbastanza forte da far cambiare rotta alla banca centrale nel breve.

Ci sono variazioni importanti anche nel famoso grafico dei puntini, il “dot plot”: il percorso al momento ritenuto più appropriato per i tassi di politica monetaria vede una mediana dello 0.50% superiore nel 2023: 0.625% vs 0.125%.

Risulterebbe anche che un numero molto maggiore di membri del FOMC (13 rispetto ai 5 di marzo) vedano rischi di “inflazione al rialzo”. Lo stesso Jerome Powell ammette il rischio (che ovviamente esiste sempre) che l’inflazione possa essere più alta di quanto la FED pensi. D’altra parte, ha anche invitato a prendere con molte cautele le proiezioni.

Fed e inflazione

La FED insomma sta cercando di non farsi trovare impreparata nel caso l’inflazione si muovesse al rialzo con più intensità di quanto previsto nei mesi scorsi e il dot plot lancia un segnale del fatto che un’inflazione per periodi anche prolungati sopra l’obiettivo medio del 2% è accettabile, ma il rischio di lasciare surriscaldare l’economia lo è molto meno e si vuole evitare.
La variabile chiave a questo punto, dopo questo passaggio sul fronte inflazione, è l’andamento del mercato del lavoro. La FED è stata chiara: non ci sono solo il numero di posti e il tasso di disocccupazione, ma metriche a più ampio spettro, come la partecipazione della popolazione alla forza lavoro.

Bond, un replay di maggio

Sui mercati obbligazionari per adesso stiamo assistendo al replay di quanto visto a maggio: un rialzo del rendimento decennale di circa 10 bps che si sta già un po’ assestando (grafico sotto). Allora i tassi hanno imboccato un sentiero discendente. Adesso si vedrà. Con queste proiezioni, è possibile che la parte media della curva (fra i 3 e i 7 anni) possa risentire un po’ di più.

Le prospettive per l’Usd

Per quanto riguarda le prospettive del biglietto verde vs Euro nel breve, come sempre è molto difficile pronunciarsi – roba da sfera di cristallo, come amo ripetere. Sappiamo però come il posizionamento degli investitori finanziari fosse ancora abbastanza sbilanciato verso la valuta comune. Non è sorprendente, quindi, che ci possa essere un rafforzamento del Dollaro, soprattutto se le dichiarazioni della FED alimentassero incertezza e volatilità sui mercati finanziari – al momento non sembrerebbe essere il caso, ma non si può mai dire e sappiamo che in caso di discesa dei mercati, il Dollaro tende ad essere oggetto di acquisti.
Sulla base delle performance degli ultimi 5 anni, non sembrerebbe essere particolarmente probabile allo stato attuale immaginare un rafforzamento del Dollaro contro Euro che vada oltre 1.1776 nel breve.

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Redazione

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