Focus Etf: non solo sostenibilità

Sicuramente il maggiore successo da parte degli Etf nei mesi passati è stato ottenuto dai prodotti Esg, che hanno dominato la raccolta. L’arrivo del regolamento Sfdr, inoltre, ha fatto chiarezza presso le società e gli investitori su quali prodotti sono davvero sostenibili e quali no. In pratica è stato posto un limite molto forte alla pratica del greenwashing.

Ma in questo campo l’innovazione sta facendo passi da gigante: Etf attivi, tematici, multifattoriali, sulle classi alternative sono solo alcuni dei campi sui quali si stanno espandendo gli exchange traded fund. In taluni casi costruire gli indici di riferimento che diano la possibilità di quotare giornalmente il prodotto non è per nulla semplice, ma alcune società sono riuscite a superare questo problema. 

Di questi argomenti hanno dibattuto Giancarlo Sandrin, cfa Italy country head, wholesale & retail di Lgim Managers (Europe) e Franco Rossetti, senior relationship manager, Etf specialist di Invesco Italia.

Quali evoluzioni prevedete per l’industria degli Etf?

Franco Rossetti (Invesco Italia): «Ciò che abbiamo visto, negli ultimi 18 mesi, è stato il forte trend degli Etf Esg, con un grande impegno, sul lato dell’offerta, da parte delle case prodotto, ma anche con una convinta partecipazione, sul lato della domanda, da parte, sia degli investitori istituzionali, sia degli asset manager. Riteniamo che il ciclo positivo abbia preso corpo e rimanga ben presente sul mercato».

Giancarlo Sandrin (Lgim Managers Europe): «Ci sono stati, di recente, due driver che hanno caratterizzato il mercato degli Etf: la sostenibilità e i tematici. Nell’ultimo anno e mezzo si sono visti volumi importanti legati al tema degli Esg, che hanno superato il 50% dei flussi totali. Sono dati, questi ultimi, che trovano una chiara riprova anche su quanto pubblicato da Borsa Italiana. Grande interesse è stato riscontrato anche per gli Etf tematici, su cui Lgim punta molto e che ci hanno permesso di raccogliere buoni successi. Questi prodotti, peraltro, in molti casi si sposano bene con la sostenibilità. Basti pensare alla tecnologia, che vuole dire anche maggiore inclusione nelle aree geografiche che presentano popolazioni con più difficoltà ad accedere a determinati servizi, come ad esempio i pagamenti digitali. La stessa green economy è un importante riferimento, sia per i fondi tematici, sia per quelli legati alla sostenibilità». 

Franco Rossetti (Invesco Italia): «Mi ricollego a quanto ha affermato il collega e, per quanto riguarda le nuove tecnologie, vorrei citare, in tema di blockchain, il nostro Etf che ha avuto un successo significativo da quando è stato lanciato un anno e mezzo fa, proprio perché c’è un interesse sempre più pronunciato per questo tema di mercato. Le ragioni non sono ascrivibili solo al legame che esso ha con le criptovalute, bensì allo sviluppo e alla diffusione nell’utilizzo di questa tecnologia da parte di importanti player di mercato: dalle grosse banche alle catene di distribuzione, per arrivare alla logistica. Anche in Italia si può vedere che diverse grandi aziende hanno deciso di usare questo registro digitale nelle loro transazioni».

Gli Esg sono stati molto presenti all’interno del mercato azionario. Ne vedete una crescita anche nell’ambito dei fondi passivi obbligazionari?

Giancarlo Sandrin (Lgim Managers Europe): «Notiamo un interesse Esg anche per la componente a reddito fisso, perché, come è stato dimostrato all’interno della gestione attiva, dove c’è una buona governance delle aziende ci sono anche meno sorprese in termini di rischi di default o legate al credito. Se le società sono gestite bene da un punto di vista Esg, tendono a essere migliori anche dal lato del debito. Il punto interessante da analizzare, pensando agli sviluppi futuri, è capire quali nuovi strumenti saranno introdotti nell’ambito della sostenibilità: ci sono i green bond, ci sono sempre più emissioni sul lato sustainable linked bond, che abbassano il costo del denaro per l’emittente al raggiungimento di determinati obiettivi. Penso che, in merito a questo ultimo aspetto, a tendere ci sarà un incremento di questa tipologia di emissioni. Per i titoli governativi, invece, si fa molta fatica a definire il perimetro della sostenibilità, non tanto sui mercati emergenti, quanto su quelli sviluppati. Qui diventa più complesso formulare giudizi di sostenibilità per i singoli paesi». 

Franco Rossetti (Invesco Italia): «Confermo le considerazioni di Lgim e aggiungo che, dal nostro lato, diversi nuovi prodotti sono fixed income, come ad esempio l’high yield americano, su cui ci siamo molto focalizzati, visto che siamo appunto una casa statunitense».

Giancarlo Sandrin (Lgim Managers Europe): «Vorrei inoltre aggiungere una riflessione, in particolare sui rating di sostenibilità. Lgim si è focalizzata, per quanto riguarda il reddito fisso, sugli indici Esg di J. P. Morgan, mentre altri emittenti utilizzano gli omologhi Msci. Si tratta di una dinamica che si riscontra anche in ambito azionario. Sarà interessante vedere, nel prossimo futuro, se emergeranno nuovi provider, diversi da quelli che sinora abbiamo visto».

Franco Rossetti (Invesco Italia): «L’altro lato della medaglia, però, sempre in tema di Esg, è costituito dalle performance. In un contesto, come quello di quest’anno, bnel quale il petrolio continua a salire e il settore energetico mette a segno una sovraperformance significativa, le strategie legate alla sostenibilità non riescono a produrre un risultato analogo. Ciò ovviamente non ne diminuisce la valenza e l’importanza, ma richiede un approccio di lungo termine che deve essere spiegato all’investitore».

Pensate che l’interesse nei confronti degli Esg possa continuare?

Giancarlo Sandrin (Lgim Managers Europe): «Penso di sì, perché, perlomeno in Europa, c’è una spinta normativa molto forte e sarà sempre più necessario offrire investimenti sostenibili alla clientela, ma c’è anche una domanda per questa tipologia di prodotti. Certo, esiste un tema di performance. Nel 2020 la sostenibilità è stata un motore di sovraperformance, mentre quest’anno si è assistito a un ritorno di comparti quali quello del carbone, del petrolio e dell’energia in generale. Le società appartenenti a queste industrie hanno riportato rialzi importanti nella prima parte dell’anno, ma bisognerà capire quanto sarà sostenibile il loro modello di sviluppo in termini di redditività futura. Infatti, il vero problema, indipendentemente dal fatto che un’azienda sia più o meno sostenibile, è capire quanto l’attività che svolge possa essere valida nei prossimi anni. È proprio per questa ragione che noi, come Lgim, riteniamo che la sostenibilità debba sempre andare a braccetto con la profittabilità. Ciò che abbiamo rilevato è che se non c’è un tema di sostenibilità, la redditività ne soffre».

Franco Rossetti (Invesco Italia): «A livello globale, noi abbiamo visto che il problema della sostenibilità è molto sentito in Europa. Negli Usa i grandi investitori non sono così focalizzati sul tema e, probabilmente, lo sono meno ancora quelli asiatici. È nel Vecchio continente che si è vista la crescita più significativa: nel Nord Europa, in Francia, in Spagna e anche in Italia».

Quali trend intravedete per gli Etf di classi alternative?

Franco Rossetti (Invesco Italia): «Nel segmento delle classi alternative dipende molto dalla differenziazione. Per quanto riguarda le materie prime, ormai sono diversi anni che sono stati lanciati gli Etc sul mercato e il comparto è cresciuto. In merito, invece, ai private asset, è un universo molto più complesso da replicare e, soprattutto a livello di market maker e liquidity provider, è difficile fare hedging delle posizioni. Inoltre, anche se si dovesse creare un indice, sarebbe difficile prezzarlo, perché avrebbe come sottostante asset illiquidi. Probabilmente, in tale ambito, diventa più facile acquistare un fondo specifico, del quale si è messi a conoscenza del sottostante, piuttosto che propendere per un prodotto passivo. Lo si è visto, in Invesco, nell’ambito dell’alternative fixed income, dove, ad esempio, sui subordinati bancari abbiamo un prodotto che ha raccolto molto bene, ma è forse quasi un’eccezione sul mercato. All’interno di questo Etf ci sono emissioni di banche europee in dollari: sono quasi tutti titoli perpetual per cui è facile fare hedging e replicare le posizioni. Se si fosse trattato di un fondo private debt sarebbe stato decisamente problematico realizzarlo. Un’analoga considerazione la si può fare anche per il settore immobiliare, dove la gestione attiva è da preferire a quella passiva, proprio per le motivazioni esposte in precedenza: si tratta cioè di un’asset class per la quale è difficile fare un tracking e avere quindi un prezzo corretto».

Giancarlo Sandrin (Lgim Managers Europe): «È vero, alla fine ciò che si può ottenere è sempre un’approssimazione di qualcos’altro. Ci sono anche indici molto validi che sono stati creati per tracciare la parte del private equity, però il problema più grande rimane quello legato all’hedging da parte dei market maker che prezzano l’Etf. Se si vuole portare avanti strategie molto particolari e alternative, tanto vale utilizzare un prodotto non quotato».

Ritenete che gli Etf attivi, lanciati negli Usa, possano avere successo anche in Europa?

Giancarlo Sandrin (Lgim Managers Europe): «In merito alla prima parte della domanda, l’Etf non deve essere considerato uno strumento meramente passivo. Ciò è dimostrato dai nostri prodotti tematici, nei quali, quando si individua un tema di investimento che può essere la logistica dell’e-commerce o la robotica o l’idrogeno, utilizziamo un consulente industriale che ci aiuta a costruire l’indice nello specifico. Ad esempio, per l’Etf di Lgim nell’ambito della robotica o in quello dell’intelligenza artificiale sono stati creati indici ad hoc prodotti da un team di analisti equity sostenuto da specialisti nel settore delle tecnologie, che sono docenti universitari, piuttosto che dell’Mit o imprenditori, come Raffaello d’Andrea, fondatore di Kiva Systems oggi diventata Amazon Robotics. In sintesi, usiamo le competenze di coloro che sono presenti nei settori chiave in cui si vuole investire. C’è anche la possibilità di inserire, nell’Etf, ricerca attiva, all’interno di un set di regole che lo trasformano in un investimento sistematico».

Franco Rossetti (Invesco Italia): «Sono assolutamente d’accordo. Anche a Invesco si procede in modo analogo, cioè utilizziamo alcuni index provider specializzati, come nel caso della blockchain o della clean energy, per cui abbiamo vere e proprie eccellenze e autorità in materia che ci aiutano a costruire l’indice. Nel caso della blockchain, nello specifico, non si individuano gli utilizzatori di questa tecnologia, bensì i miner, che costruiscono i codici numerici. Quindi la componente attiva in questo processo è molto pronunciata».

Giancarlo Sandrin (Lgim Managers Europe): «Per quanto riguarda invece gli Etf attivi, ci può essere interesse anche in Europa. Il veicolo Etf rende più facile la distribuzione del prodotto, ma rimane il problema della trasparenza del portafoglio. Infatti, se viene esplicitato esternamente il portafoglio ai market maker, il rischio è rendere accessibile a tutti una ricerca interna. Al momento, in Europa, ci sono difficoltà di carattere regolamentare per distribuire questa tipologia di prodotto».

Franco Rossetti (Invesco Italia): «Inoltre, non si deve sottovalutare anche il costo. La forza dell’Etf è nella trasparenza, nella liquidità e nel costo. Se quest’ultimo elemento dovesse in qualche modo perdere di attrattività, potrebbe inficiare la diffusione del prodotto».

Etf fattoriali: quale sviluppo futuro?

Franco Rossetti (Invesco Italia): «Ha avuto un grande successo il singolo fattoriale, mentre lo stesso non è avvenuto per il multifattoriale. È uno strumento che incontra il gradimento dell’investitore ed è scelto dai vari fund selector in momenti di scenari particolarmente complicati per cercare la protezione del portafoglio. Ciò che è importante è la trasparenza e la chiarezza nei confronti dell’investitore su come sia costruito tutto il processo di creazione del prodotto e spiegare come sono state scelte le società che compongono il paniere dei titoli».

Giancarlo Sandrin (Lgim Managers Europe): «Stiamo guardando a questa tipologia con grande interesse. Abbiamo lanciato alcuni prodotti in questo segmento nel Regno Unito e li porteremo a breve anche in Italia. Sono legati al fattore dividend con un tilt di quality, cui è stata aggiunta la componente di sostenibilità. Per quanto riguarda, invece, gli Etf multifattoriali, è necessario capire bene quale sia la strategia che sottende il prodotto e che sia ben chiaro ciò che si propone all’investitore. Spesso i fattoriali che si vedono sul mercato sono quelli definiti dall’index provider, visto che non ci sono regole ben precise per definire ogni singolo fattore. Ciò che è importante è fornire un’esposizione fattoriale nella quale sono ben chiari i criteri utilizzati per gestire quella specifica strategia».

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