Focus Etf: Una grande crescita

Proprio per il grande dinamismo e la forte capacità di innovazione che gli exchange traded fund hanno dimostrato e dimostrano tuttora, sono arrivati numeri che indicano un consenso sempre più forte da parte degli investitori.

Uno dei partecipanti a questo dibattito ha fatto notare che una ricerca di PricewaterhouseCoopers prevede un aumento del 14% all’anno degli Aum fino al 2025. Si tratta di incrementi certamente non usuali in finanza, anche se questa industria li mette a segno da anni, sia in Europa, sia negli Stati Uniti, mercato che è partito con netto anticipo rispetto al  Vecchio continente.

Alla base di questo boom c’è una capacità d’innovazione e di cogliere nuovi trend che forse nessun altro settore della finanza ha. Nel momento in cui esplode il settore delle criptovalute, immediatamente partono nuovi strumenti exchange traded su questo particolare settore, che consente anche agli investitori istituzionali di mettere un pizzico di rischio in più nei loro portafogli. Quando si creano alcune nicchie particolarmente promettenti, arriva in contemporanea un’offerta di Etf tematici che hanno creato indici ad hoc. L’Esg, che ormai permea la quasi totalità degli investimenti, negli Etf era già entrato da tempo e ha consentito a molti prodotti attivi di incrementare in maniera considerevole la presenza di titoli sostenibili nell’allocazione. In pratica una crescita sostenuta da un dinamismo eccezionale.

Hanno discusso di questi temi e animato il dibattito Mauro Giangrande, head of passive sales Emea South Europe di Dws, e Demis Todeschini, senior Etf sales specialist per l’Italia di Franklin Templeton

Quali evoluzioni prevedete per l’industria degli Etf?

Mauro Giangrande (Dws): «Se analizziamo gli ultimi 20 anni vediamo che il mercato degli Etf ha intercettato tutti i principali trend di crescita. Non sorprende che lo stesso fenomeno stia avvenendo anche in questa fase, caratterizzata da un marcato aumento dell’interesse nei confronti dei prodotti tematici ed Esg. Tra l’altro, tra questi due gruppi vi sono notevoli punti di sovrapposizione, perché molti tematici sono caratterizzati da finalità Esg. Questo fenomeno ha cominciato a manifestarsi con forza nel 2018 e ha registrato una crescita esplosiva nel 2020-2021. L’evoluzione normativa portata dal regolamento Sfdr ha aiutato un segmento già caratterizzato da una forte domanda, tanto che nel 2021 finora il 40% della raccolta netta si è indirizzato verso Etf Esg. In questo ambito c’è comunque ancora spazio per una grossa spinta all’innovazione: finora, infatti, sono stati lanciati soprattutto prodotti articolo 8, ma prevediamo che in futuro arriveranno sempre più Etf articolo 9. Per potersi fregiare di questa classificazione è necessario dimostrare un impatto misurabile nella transizione verso una maggiore sostenibilità. Per tale ragione penso che l’industria proporrà sempre più strumenti orientati a contribuire a uno o più dei 17 obiettivi di sostenibilità individuati dall’assemblea delle Nazioni Unite per il 2030. Un ulteriore ambito di sviluppo per gli emittenti di Etf riguarda sicuramente la creazione di indici di aziende a basso impatto in termini di emissioni di CO2. A questo proposito l’introduzione della Low carbon benchmark regulation del dicembre 2020 ha permesso lo sviluppo di indici che prevedono non solo la riduzione delle emissioni, ma anche il rispetto di una traiettoria di decarbonizzazione coerente con gli obiettivi di Parigi. Sono però requisiti minimi, che lasciano molto spazio a ulteriori innovazioni». 

Demis Todeschini (Templeton): «Innanzitutto, guardando al futuro, un fenomeno decisamente importante sarà l’aumento delle masse gestite: a fine 2020 ammontavano per gli Etf europei a 1,4 trilioni di dollari.  Per quanto riguarda questo aspetto, una ricerca di PricewaterhouseCoopers, condotta su un campione di 60 società di asset management e altri player dell’industria, ha evidenziato aspettative di notevole crescita. In particolare, a livello globale il consensus vede un aumento del 14% all’anno degli Aum fino al 2025. Un aspetto importante è che per la prima volta l’Europa dovrebbe mostrare un tasso di incremento annuale più elevato rispetto agli Stati Uniti: rispettivamente +21% e +16%. Si tratta di un risultato ottimo: infatti gli Etf sono arrivati in Europa nel 2000 (in Italia nel 2004), con 10 anni di ritardo rispetto agli Usa, e da allora hanno dovuto fare i conti con la frammentazione e le differenze che caratterizzano i mercati europei. Per quanto riguarda i driver più importanti alla base dello sprint del Vecchio continente, mi ricollego a quanto detto da Giangrande in precedenza: addirittura la totalità di chi ha risposto alla survey di PwC ha dichiarato di aspettarsi una robusta crescita della richiesta di Etf Esg. Sicuramente il regolamento Sfdr ha rappresentato una rivoluzione per quanto riguarda la trasparenza e la compatibilità dei prodotti, mettendo nero su bianco e in maniera chiara le regole per potere essere classificati come articolo 8 e 9. Altrettanto importante è stato avere elaborato gli standard da rispettare per creare un climate benchmark. Tra l’altro, in ambito Esg ritengo che l’area del fixed income, dove finora si sono visti soprattutto prodotti incentrati su portafogli di green bond, rimanga per certi versi un territorio inesplorato. Specialmente per quanto riguarda gli articolo 9, dove comunque la componente equity è tuttora predominante. Un altro segmento che potrebbe mostrare significativi aumenti è rappresentato dagli Etf attivi. In America la Sec ha appena autorizzato i primi prodotti di questo tipo non trasparent, in cui, cioè, non vi è l’obbligo normativo di dare evidenza ai componenti». 

Detto ciò, secondo voi quali potrebbero essere gli eventuali limiti di un processo di innovazione in ambito Etf?

Mauro Giangrande (Dws): «Come si può capire, la nostra industria è caratterizzata tuttora da cambiamenti profondi e importanti innovazioni. Sicuramente tutto ciò è estremamente positivo per gli investitori e, al tempo stesso, per noi come società è importante che vengano rispettati alcuni criteri che impediscano che il prodotto Etf venga snaturato. Questi strumenti devono presentare un elevato livello di replicabilità delle strategie e la liquidabilità degli asset detenuti. A volte, infatti, alcune idee di investimento decisamente interessanti non sono però realizzabili all’interno di un contenitore come gli Etf». 

Demis Todeschini (Templeton): «Anche a me preme sottolineare che non è possibile estendere gli Etf a qualsiasi nicchia: ad esempio, noi offriamo un prodotto attivo sull’obbligazionario dei paesi del Golfo, ma, a causa delle caratteristiche idiosincratiche e di liquidità di questa asset class, una gestione passiva non sarebbe di fatto possibile». 

Quali trend intravedete per gli Etf di classi alternative?

Demis Todeschini (Templeton): «Il concetto di asset class alternative è decisamente vasto: da un certo punto di vista, ad esempio, anche gli Etf costruiti su strategie incentrate sulle aziende impegnate a ridurre le proprie emissioni o a fornire le tecnologie per fare ciò possono essere considerati come smart beta. Quest’ultimo è un ombrello che a sua volta può essere ricondotto all’alveo dell’approccio fattoriale, che può rientrare nella definizione di attività alternative. Se però restringiamo l’uso di questo termine a strutture come gli hedge fund, senz’altro emergono diversi limiti di applicabilità in ambito Etf, che sono comunque prodotti Ucits che devono garantire una liquidità immediata e un processo di creation e redempion su base giornaliera. Difficilmente, dunque, si può, tramite questo contenitore, investire in aree come gli hedge o i fondi di private equity». 

Mauro Giangrande (Dws): «Per quanto riguarda le asset class portate all’attenzione dal collega, va detto che è possibile approcciarle tramite i cosiddetti liquid alternatives. Ad esempio, a Dws abbiamo creato un Etf basato sull’indice Lpx. Quest’ultimo è un benchmark azionario che raccoglie le 30 maggiori società quotate di private equity a livello globale. Allo stesso tempo, per offrire ai nostri clienti esposizione al tema delle infrastrutture, abbiamo lanciato un prodotto che investe sulle 75 maggiori società quotate a livello globale che operano in questo campo. Vi è poi ovviamente l’insieme delle materie prime, che nel nostro caso decliniamo con un’offerta di Etf su indici di commodity ed Etc che detengono in portafoglio metalli preziosi. Rispetto a derivati quali, ad esempio, i future, vi sono sicuramente notevoli vantaggi per gli investitori: i principali sono un taglio minimo molto minore e il fatto di non dovere gestire aspetti particolarmente complessi di questi strumenti, come la struttura della curva a termine. Infine, nell’ambito di metalli come l’oro è possibile offrire prodotti che rispondono a precise esigenze di sostenibilità. Abbiamo infatti lanciato due nuovi Etc in oro che, come particolarità, hanno di investire solo in lingotti che hanno ottenuto il bollino di sostenibilità da parte della London Bullion Market Association».

Etf fattoriali: quale sviluppo futuro?

Mauro Giangrande (Dws): «La ricerca che si concentra su un approccio all’investimento basato sui cosiddetti fattori esiste da decenni, con importanti innovazioni che continueranno anche negli anni futuri. In questo campo è importante la creazione di un numero crescente di prodotti (rivolti in particolar modo agli investitori professionali) incentrati su indici la cui composizione diverge dai classici criteri di capitalizzazione o free float. Questi Etf presentano indubbi vantaggi, fra cui una maggiore trasparenza e la certezza dello stile usato per investire. Infatti, se, ad esempio, si è interessati a un’esposizione value, tramite lo strumento passivo è possibile investire con criteri certi e immutabili nel tempo, a differenza di altri strumenti più discrezionali che possono esporre a rischi di style drift, ossia di un cambiamento indesiderato delle caratteristiche del prodotto rilevabile solo a posteriori. Tra l’altro, gli Etf fattoriali sono strumenti molto adatti ad apportare rapidi cambiamenti in termini di asset allocation. A partire dallo scorso autunno, con il forte ritorno dell’interesse per titoli azionari value, c’è stato un importante afflusso di liquidità verso questo fattore. Di conseguenza, finora, nel corso del 2021 gli Etf fattoriali hanno fornito circa il 10% della raccolta netta complessiva. Noi, ad esempio, abbiamo registrato un grande successo con un prodotto incentrato sull’S&P 500 equal weight, una strategia in sé molto semplice, i cui Aum sono passati velocemente da 500 milioni a 5 miliardi di dollari. Infatti, proprio il fatto di dare a qualsiasi azienda del maggiore indice azionario statunitense lo stesso peso ha portato a ridurre molto l’esposizione verso le cinque maggiori mega-cap tecnologiche e ai comparti growth in genere, privilegiando invece ciclici e value. Come abbiamo visto, questi ultimi si sono ritrovati al centro dell’attenzione di grandi masse di liquidità, desiderose di sfruttare la rotazione e la ripresa economica mondiale post-Covid». 

Demis Todeschini (Templeton): «Come ha spiegato Giangrande, il concetto di fattore esiste da molto tempo. Strumenti come gli Etf hanno reso liquide e facilmente investibili strategie azionarie volte a intercettare i premi al rischio associati ai singoli fattori. Un elemento importante da sottolineare, però, è che spesso i fattori sono definiti in maniera piuttosto diversa dalle diverse società che li approcciano. Pensiamo, ad esempio, alle strategie dividend: possono essere fatte rientrare nell’insieme degli smart beta, perché in portafoglio vengono privilegiate le società non in base al valore di mercato, bensì in relazione al loro dividend yield e alla stabilità e alla capacità di aumentare i dividendi. In questo ambito noi abbiamo lanciato due Etf, uno europeo e uno globale, che, accanto ad alcune caratteristiche in termini di dividendo, aggiungono un filtro di tipo quality. Quest’ultimo viene definito attraverso vari criteri tipici (i margini sul fatturato, il Roe, il Roa, etc) cui accompagniamo anche uno screening in base alla volatilità degli utili. Quest’ultima metrica non è particolarmente comune per definire una società come caratterizzata da alta qualità, ma quanto visto durante i picchi della pandemia ha dimostrato che puntare su aziende ad alto dividendo selezionate in base a un criterio di quality, come da noi definito, ha portato a una maggiore resilienza dei portafogli». 

L’insieme degli Etf fattoriali è estremamente variegato e affollato; pensate che in tale ambito i vari emittenti abbiano la possibilità di distinguersi dai concorrenti e guadagnare un vantaggio competitivo?

Mauro Giangrande (Dws): «Sicuramente quando si parla di Etf fattoriali, si intende un universo molto vario: alcuni replicano indici che, pur esulando dai tradizionali criteri di capitalizzazione, sono ben noti e consolidati, altri, invece, sono più specifici e consentono di trovare una maniera per differenziarsi dai concorrenti». 

Demis Todeschini (Templeton): «Noi in Franklin Templeton usiamo la nostra capacità di analisi quantitativa appunto allo scopo di andare a identificare un approccio smart beta innovativo, che fornisca valore aggiunto rispetto ai concorrenti, una necessità vitale per un gruppo come il nostro che comunque è entrato sul mercato degli Etf solo nel 2018. Ad esempio, il nostro team ha messo a punto un breakdown fisso nel tempo di allocazione in fattori, nello specifico il 50% in qualità, il 30% in value e il 10% ciascuno in minimum volatility e momentum, come il modello più valido per costruire portafogli dalle performance stabili in varie condizioni di mercato. Questi Etf, se ben strutturati, possono fornire un sostegno importante al processo di democratizzazione degli investimenti disponibili».  

Leggi gli altri dibattiti

con Giancarlo Sandrin, cfa Italy country head, wholesale & retail di Lgim Managers (Europe) e Franco Rossetti, senior relationship manager, Etf specialist di Invesco Italia
con Stefano Caleffi, head of Etf sales for Southern Europe di Hsbc Asset Management, e Massimo Siano, head of South Europe di 21 Shares
con Vincenzo Sagone, head of Etf, indexing & smart beta business unit di Amundi Sgr, Simone Rosti, country head di Vanguard Italia, e Luca Giorgi, managing director, head of iShares and Wealth di BlackRock Italia

Focus Etf: accessibili, trasparenti e resilienti

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