Rispetto ai minimi toccati nel 2019 il metallo giallo si è rivalutato del 23,7%, ma ancora meglio hanno fatto i fondi focalizzati sulle mining companies con un +36,8%
L’oro è stata una delle asset class più performanti nel corso del 2019, un anno caratterizzato da prospettive di crescita in deterioramento a causa delle minacce derivanti dalla tensione Usa-Cina generata dalla guerra dei dazi. Il 2019 si è chiuso con trend rialzisti sia per l’equity che per le asset class considerate da sempre un ‘rifugio’ nelle fasi più complicate. Il metallo giallo e i bond governativi dei paesi ad alto rating hanno tratto enorme vantaggio da siffatto scenario di riferimento.
Da aprile, mese in cui l’oro ha registrato i minimi dell’anno a quota 1.269 usd l’oncia, la sua quotazione si è rivalutata del 23,7% fino a 1572 usd. Ancora più performanti del metallo giallo (magari acquistato attraverso exchange traded fund che ne replicano l’andamento o contratti future sul metallo) sono stati i veicoli d’investimento focalizzati sulle mining companies specializzate nelle attività di estrazione e vendita d’oro.
I fondi focalizzati sulle mining companies commercializzati nel Vecchio Continente, hanno accumulato una rivalutazione media superiore al 35% nel periodo compreso tra aprile e dicembre. Nello stesso lasso di tempo, l’oncia ha fermato la sua corsa al rialzo 13 punti percentuali più in basso. Il rialzo medio ottenuto di questo ristretto gruppo di fondi sarebbe stato ancor più elevato se non ci fosse stato il freno esercitato dai costi di alcuni prodotti che includono una copertura valutaria (hedge).
Il fondo che ha totalizzato la migliore performance è il Franklin Gold & Prec Mtls di Franklin Templeton, che ha conseguito una performance del 46,6% negli ultimi otto mesi (un progresso quasi doppio rispetto a quello dell’oncia d’oro).
Le ultime settimane sono state importanti per la conferma del trend rialzista: l’oro sale del 7,7% da inizio dicembre 2019 a inizio gennaio 2020. In questo periodo, il comportamento dei fondi specializzati nelle mining companies non è stato molto brillante (la rivalutazione media si è fermata al 7,2%, posizionandosi per la prima volta dopo molti mesi al di sotto di quella dell’oncia).
I risultati ci dicono che l’oro, solitamente utilizzato per misurare la tensione tra gli investitori, non mostra particolari segnali di rallentamento nonostante l’apparente riavvicinamento delle posizioni tra Usa e Cina. A frenare la corsa dell’oncia non è bastata neanche la vittoria di Boris Johnson e le prospettive per una soluzione in tempi non più lunghissimi del problema posto dalla Brexit.
Nel 2017, un anno molto complicato per i mercati rispetto a quanto non lo sia stato il 2019, la quotazione dell’oro si rivalutò del 13,53%. Nel 2018, a dispetto del panico che si impossessò temporaneamente di Wall Street, l’oro perse l’1,56%. Tra le ipotesi formulate per spiegare il trend rialzista seguito nel 2019, troviamo quella che vede nel metallo giallo una sorta di antidoto per proteggersi dalle vertigini provocate dai livelli raggiunti dai principali indici di Borsa negli Stati Uniti. Tra le ipotesi alternative troviamo la ridotta capacità d’intervento delle banche centrali in caso di recessione planetaria a causa del grande dispiego di risorse utilizzato negli ultimi anni con le operazioni di acquisto titoli e quantitative easing.
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

