Enguerrand Artaz, Strategist di La Financière de l’Echiquier

 

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Non c’è voluto molto perché l’impennata dei prezzi dell’energia riportasse in auge un termine sinonimo di un contesto tutt’altro che promettente per i mercati: la stagflazione. Un timore reso ancor più vivo dal fatto che l’ultimo vero episodio di stagflazione mondiale, negli anni ’70, affondava le radici nei conflitti in Medio Oriente: la guerra del Kippur durante la prima crisi petrolifera e la rivoluzione iraniana durante la seconda.

Benché l’uso di questa terminologia sia a oggi prematuro, resta il fatto che ben rappresenta il sentimento attuale, ovvero il timore di un rallentamento della crescita economica e di una recrudescenza dell’inflazione. Risulta piuttosto difficile navigare in questo contesto per le banche centrali, che in molti casi hanno tenuto la loro riunione di politica monetaria la scorsa settimana.

Enguerrand Artaz , gestore di LFDE, sul Nasdaq
Enguerrand Artaz

Il quadro è unanime, dalla Federal Reserve statunitense alla Banca centrale europea, passando per la Banca d’Inghilterra o la Banca del Giappone: il conflitto iraniano rimescola le carte dello scenario economico e genera una fortissima incertezza a breve termine. Le sue conseguenze dipenderanno dalla sua durata e da potenziali escalation.

Risultato: una revisione al rialzo delle previsioni di inflazione per il 2026 e il 2027 da parte delle banche centrali, con un impatto molto più forte sull’inflazione complessiva – che include i prezzi dell’energia – che sull’inflazione di fondo, a dimostrazione che, in questa fase, i banchieri centrali prevedono un effetto trasmissione limitato dell’aumento dei prezzi del petrolio e del gas sul resto dei beni e servizi. Questa posizione è logica. A differenza del 2022, la situazione economica attuale è destinata in misura minore a generare una spirale inflazionistica ed è nettamente più soggetta a un rischio di indebolimento della crescita.

Partendo da questa constatazione, le prospettive divergono. Lato BCE, la crescita attesa è rivista al ribasso per i prossimi due anni, scendendo allo 0,9% nel 2026 e addirittura allo 0,4% in uno scenario «avverso» in cui, tuttavia, l’inflazione di fondo risalirebbe al 3,9% nel 2027, limitando drasticamente la capacità di sostegno economico dell’istituzione. A meno di voler reiterare gli errori disastrosi del 2008 e del 2011, la BCE non ha alcun motivo per alzare i tassi a breve contrariamente a quanto si aspettano i mercati. La banca centrale rischia però di essere altrettanto impotente nel sostenere un’economia europea la cui timida ripresa potrebbe essere stroncata sul nascere dai costi energetici.

Non si trova in una situazione più comoda la Fed che, da parte sua, ha rialzato le sue previsioni di crescita per il 2026 e i due anni successivi. Prevede ancora un taglio dei tassi quest’anno anche se questa eventualità è ampiamente messa in dubbio da un’inflazione di fondo prevista al 2,7% ormai a fine 2026. Ciononostante, la Federal Reserve subisce una pressione notevole dalla Casa Bianca innanzitutto affinché allenti la sua politica monetaria, ma anche dall’economia in quanto tale a causa delle fragilità dell’occupazione.

Con la perdita di 92.000 posti di lavoro a febbraio – un dato probabilmente gonfiato dagli scioperi nel settore sanitario e dalle condizioni meteorologiche – e un settore privato produttivo che ha perso 266.000 posti di lavoro negli ultimi 12 mesi, il mercato del lavoro americano rischia di subire una contrazione ben più netta nei prossimi mesi. La Fed si ritrova così intrappolata tra i suoi due mandati e ha pochi elementi convincenti per far pendere la bilancia da una parte piuttosto che dall’altra.

La risposta migliore è probabilmente l’attuale immobilismo di cui sembrano patire le banche centrali.  Se il rischio di recessione legato a questo shock energetico sembra abbastanza evidente, il ricordo dell’ondata di inflazione del 2022-2023 è ancora troppo vivo perché i banchieri centrali lo ignorino.  Come ha ricordato il presidente della Banca dei Regolamenti Internazionali, le banche centrali non dovrebbero reagire con i loro strumenti di politica monetaria di fronte a degli shock di offerta temporanei.

Una lezione questa che la BCE, in particolare, farebbe bene a tenere a mente visto quanto costarono all’economia dell’Eurozona i suoi errori di politica monetaria all’epoca di Trichet.


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Redazione

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