A cura della Strategy Unit di Pictet Asset Management

La guerra in Iran ha generato un forte stato di incertezza per gli investitori. Le dichiarazioni contrastanti dell’amministrazione statunitense stanno alimentando la volatilità sui mercati, spingendoli rapidamente in direzioni opposte: prima si parla di negoziati con l’Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, poi emergono segnali di un rafforzamento della presenza militare nella regione. Allo stesso modo, agli annunci di un’intensificazione dei bombardamenti fanno seguito indicazioni di una loro progressiva riduzione, rendendo il quadro ancora più incerto e difficile da interpretare.
Questa però non è una novità: il presidente Trump è solito invertire la rotta in risposta a una reazione negativa del mercato (da qui deriva l’ormai noto acronimo TACO, Trump Always Chickens Out). In questo contesto, qualunque ipotesi a lungo termine sul comportamento delle diverse asset class ha scarsa validità. In tempi normali, gli sviluppi ribassisti per il mercato azionario tendono a sostenere quello obbligazionario. Questa volta, invece, entrambe le asset class si trovano in difficoltà.
A complicare ulteriormente le cose, le potenziali conseguenze della guerra non sembrano riflesse pienamente nel cosiddetto “indice della paura”. Il VIX Volatility Index è appena intorno a quota 25, un dato relativamente modesto vista la situazione. Non crediamo che sia possibile valutare con esattezza come o quando questo conflitto finirà; di conseguenza, assumiamo una posizione neutrale su tutte le principali asset class.
L’incertezza geopolitica ha già iniziato ad impattare negativamente sull’economia, come dimostrano i nostri indicatori del ciclo economico. I sondaggi condotti tra le aziende hanno iniziato a peggiorare poiché i responsabili degli acquisti hanno ricalibrato le aspettative alla luce dell’aumento dei prezzi del petrolio, mentre i dati che monitoriamo suggeriscono che il mercato in generale è troppo ottimista sull’economia USA e troppo pessimista verso la maggior parte del resto del mondo.
In molti concordano che, essendo autosufficienti dal punto di vista energetico, gli Stati Uniti sono per lo più immuni dall’impennata dei prezzi del petrolio innescata dalla guerra in Iran. Ma si tratta di un errore di valutazione. Innanzitutto, i prezzi del petrolio hanno valenza globale: il fatto che gli Stati Uniti siano in grado di coprire l’intera domanda non significa che non vedranno aumentare i prezzi della benzina e degli altri carburanti.
Allo stesso tempo, l’economia statunitense era in rallentamento già prima dell’inizio del conflitto, con un tasso di risparmio molto basso e non sufficiente a sostenere la crescita. Ne risulta un aumento del rischio di stagflazione. Prevediamo che quest’anno l’inflazione statunitense si attesterà al 3,3% (rispetto alla previsione di consenso del 2,7%) e vediamo una crescita del 2,0%, contro aspettative di mercato più vicine al 2,5%.
È probabile, invece, che l’Europa si dimostrerà più resiliente delle previsioni dei mercati, anche se l’area della valuta unica dipende dalle importazioni di petrolio. Tuttavia, le economie europee sono meno dipendenti dal petrolio rispetto agli Stati Uniti, mentre una parte sostanziale del loro fabbisogno energetico è coperta dalle energie rinnovabili.
Anche i mercati emergenti sono più stabili di quanto non fossero nel 2022, ultima fase di forte rialzo dei prezzi del petrolio. Le nostre previsioni sul divario di crescita rispetto ai mercati sviluppati non sono cambiate in modo significativo e prevediamo che l’inflazione dei mercati emergenti rimarrà entro gli obiettivi delle banche centrali. Anche la Cina, il cui fabbisogno petrolifero passa per oltre il 25% dallo Stretto di Hormuz, si trova in una posizione relativamente sicura grazie alle sue consistenti riserve di petrolio.
I nostri indicatori di liquidità mostrano un rallentamento del ciclo pluriennale di allentamento delle banche centrali globali. Già prima della crisi iraniana, eravamo del parere che la Federal Reserve non avesse bisogno di allentare la sua politica monetaria, nonostante la propensione della banca centrale ad un abbassamento dei tassi. Questa opinione non è cambiata: la creazione di credito del settore privato statunitense rimane, infatti, solida.
La Cina resta una fonte di liquidità, con politiche monetarie più accomodanti e fiscali attive, mentre altrove prevale un orientamento più restrittivo. Alla luce dello shock petrolifero, non escludiamo che la BCE possa invertire rotta e tornare a inasprire la politica monetaria, soprattutto in presenza di misure di sostegno pubblico ai carburanti.
I nostri indicatori di valutazione hanno subito sbalzi significativi nel corso dello scorso mese, anche se l’assenza di segnali di valutazione estremi non offre prospettive utili. I timori inflazionistici creati dall’aumento dei prezzi del petrolio hanno spinto verso l’alto i rendimenti obbligazionari, lasciando i prezzi a un livello neutrale. Il recente sell-off azionario ha fatto sì che le azioni siano ora moderatamente costose, mentre le materie prime rimangono estremamente care.
I nostri indicatori tecnici delineano un quadro positivo per gli asset più rischiosi, con azioni sostenute da fattori stagionali e da un’inclinazione ribassista del posizionamento degli investitori. Sebbene i nostri indicatori relativi alle azioni statunitensi abbiano registrato un calo, non c’è alcun segnale di cedimento del mercato. Gli investitori erano ben coperti all’arrivo di questa crisi, mentre gli investitori retail continuano ad acquistare sui ribassi.
Regioni e settori azionari: Cina resiliente
La guerra in Iran e la relativa crisi energetica hanno offuscato le prospettive per le azioni globali. Poiché è impossibile prevedere con precisione l’esito del conflitto o il suo impatto nelle varie regioni, stiamo riportando l’esposizione azionaria a livelli neutrali nella maggior parte dei mercati, preferendo non assumere posizioni direzionali fino a quando l’incertezza geopolitica non si sarà attenuata.
Un’eccezione è costituita dall’azionario cinese. Ci aspettiamo che le aziende della seconda economia mondiale mostreranno una capacità di assorbire gli shock esterni superiore rispetto alla maggior parte delle controparti. La Cina ha già messo insieme alcune delle più ampie riserve mondiali di petrolio e di altre materie prime vitali, oltre a garantirsi l’accesso a forniture energetiche alternative da Paesi come la Russia. La sua rapida adozione di energie rinnovabili e mobilità elettrica avvenuta negli ultimi anni dovrebbe contribuire ulteriormente ad attutire il colpo.
Politiche monetarie e fiscali espansive dovrebbero sostenere la domanda interna, mentre la crescita delle esportazioni legate alla domanda di IA, insieme ad un aumento a monte dell’attività industriale e manifatturiera, dovrebbe continuare a sostenere le azioni cinesi. Per queste ragioni, manteniamo il sovrappeso sulle azioni dei mercati emergenti.
Al di fuori della Cina, le azioni dei mercati emergenti appaiono più vulnerabili. Secondo la nostra analisi, un aumento del 50% dei prezzi del petrolio della durata di quattro mesi provocherebbe un colpo economico particolarmente dannoso per gli importatori netti di petrolio come Thailandia, Corea, India e Sudafrica, pesando sulla crescita del PIL e sul commercio estero. Allo stesso tempo, un ampio apprezzamento del dollaro aggraverebbe ulteriormente le condizioni finanziarie, aumentando l’inflazione importata e i deflussi di capitale. In questo contesto, riduciamo l’allocazione azionaria dei mercati emergenti da sovrappeso a neutrale.
Abbiamo inoltre reso più difensiva la nostra allocazione settoriale, rivedendo al rialzo le utility, che beneficiano di una domanda stabile in tutti i cicli economici e nelle fasi di volatilità, e sono anche destinate a guadagnare ulteriore slancio grazie all’elettrificazione e alle politiche mirate all’indipendenza energetica.
Manteniamo il sovrappeso nel settore sanitario, un settore difensivo classificato tra i più interessanti nella nostra tabella delle valutazioni. È probabile che anche i titoli sanitari traggano vantaggio dall’innovazione legata all’IA.
Passiamo a sottopeso i titoli dei consumi discrezionali, poiché qualunque impennata inflazionistica graverebbe sui redditi reali e sulla spesa discrezionale. Inoltre, il tasso di risparmio personale statunitense era sceso al 4,5% a gennaio 2026 con l’esaurimento delle riserve di cassa create dalle famiglie durante la pandemia di COVID: una tendenza che sta mettendo in difficoltà il settore. La nostra posizione di sovrappeso nel settore tecnologico resta invariata. La recente correzione di questi titoli ha abbassato le valutazioni dai costosi livelli precedenti, mentre gli investimenti in data center e infrastrutture digitali in ambito IA dovrebbero continuare a sostenere la domanda per le aziende di hardware e semiconduttori.
In sintesi, lo scenario attuale impone agli investitori un approccio più prudente e flessibile, in cui la gestione del rischio torna ad essere centrale. L’assenza di chiare asset rifugio, unita all’elevata imprevedibilità geopolitica e alle possibili pressioni stagflattive, riduce la visibilità sulle dinamiche di breve periodo e limita l’efficacia delle tradizionali correlazioni di mercato. In questo contesto, mantenere un posizionamento bilanciato, con un focus su qualità, diversificazione e selettività, appare la strategia più coerente in attesa di segnali più chiari sull’evoluzione del quadro macroeconomico e geopolitico.
Redazione
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