Intervista a Kevin Thozet, Membro del Comitato Investimenti di Carmignac

Cosa vi aspettate dalla Borsa italiana nel 2022? Quali settori privilegiate in questa fase e quale tipologia di titoli potrebbe performare meglio nel medio termine?
Kevin Thozet, Carmignac

Il 2022 vedrà una decelerazione della crescita globale contestualmente a un’inflazione più radicata. E il primo trimestre sarà probabilmente difficile, considerati i tre venti contrari rappresentati dall’ondata invernale di COVID, dai prezzi dell’energia più alti e dal rallentamento delle esportazioni (in particolare in Cina, ma anche in altri mercati emergenti) che continueranno a pesare sulla crescita nei primi tre mesi dell’anno, prima di attenuarsi leggermente nel secondo semestre.

Questa situazione invita alla prudenza nonostante gli impulsi fiscali positivi e la debolezza dell’euro.

In questo contesto, riteniamo che gli investitori dovrebbero concentrarsi su aziende di elevata qualità con tre importanti caratteristiche: potenziale di crescita a lungo termine, redditività sostenibile e reinvestimenti costanti.

Queste società dovrebbero offrire buone prospettive nel lungo periodo in un ambiente difficile e incerto. Con la decelerazione della crescita l’anno prossimo, è inoltre importante rivalutare le misure difensive così come le opportunità. E quindi esporsi anche a società nel settore sanitario e dei beni di consumo che permettono di trovare protezione dalla situazione attuale.

L’inflazione italiana continua a salire (anche se a ritmi inferiori rispetto a quella europea). La crescita dei prezzi al consumo può aiutare a gestire meglio l’enorme debito pubblico ma potrebbe danneggiare alcune attività economiche quotate. Qual è la vostra view a tal proposito?

Ci sono diversi temi chiave per quanto riguarda le previsioni sull’inflazione in Italia. Il primo riguarda il fatto che il picco dell’inflazione era atteso a novembre. Ma è probabile che si registri un’inflazione su base annua più alta per il mese di dicembre (oltre il 4%) rispetto a quella rilevata nel mese di novembre (che in Italia era inferiore al 4%).

Per contro ci si aspetta che l’inflazione in tutta l’Eurozona sia più bassa o stabile. Il secondo tema riguarda i fattori che contribuiscono all’inflazione, dato che i prezzi alla produzione (input) hanno subito un aumento e anche quelli dei prodotti finiti (output) stanno salendo in maniera più persistente, seppure a un ritmo inferiore.

Per quanto riguarda l’impatto dell’impennata o della persistenza a livelli elevati dei prezzi al consumo, in effetti un’inflazione più duratura tende a essere più preoccupante.

Questo fenomeno, infatti, potrebbe essere associato a una lieve riduzione degli stimoli da parte della Banca Centrale, il che avrebbe probabilmente un impatto sul finanziamento del debito pubblico ed eserciterebbe una pressione al rialzo sui costi di finanziamento. Ciò potrebbe inoltre pesare sulla crescita, ancora di più in un contesto in cui l’inflazione è in qualche modo guidata dai prezzi delle materie prime e dell’energia.

Entrambi potrebbero avere un impatto negativo; trovare il mix più adeguato per ottimizzare la crescita nominale dell’economia in grado di ridurre lo stock del debito sarà una sfida chiave per la BCE il prossimo anno.


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Redazione

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